Dopo quasi due anni e mezzo i Dor tornano con il nuovo album “The Dream in Which I Die”, il uscita il 10 ottobre per Dischi Bervisti con distribuzione a cura di Audioglobe/The Orchard.
In questi quasi tre anni i Dor non sono stati fermi, il loro tour promozionale per il primo album “In Circle” li ha visti suonare in tutta Italia e questo ha inciso positivamente sulla qualità di “The Dream in Which I Die”, dando una maggiore identità al sound, una maggiore finezza qualora fosse possibile. Anche per questo lavoro, la band fondata da Francesco Fioretti si è ispirata ad un testo. “Pinocchio: un libro parallelo” di Giorgio Manganelli. “The Dream in Which I Die” ripercorre la lettura e l’esperienza del testo cambiando forma e interpretazione ad ogni ascolto.
In “The Dream In Which I Die” nessun pezzo si somiglia, ognuno esiste in quanto tale ma dialogano tutti tra loro formando una storia, la storia di Pinocchio. O meglio, di uno dei possibili Pinocchio. Sono brani mutevoli che rispettano la metamorfosi lunga e tormentata propria del personaggio che, nel testo di Manganelli, non cerca redenzione volendo diventare un bambino schiacciato dalla morale che impedisce alla vita di penetrare in ogni piega della vita stessa, quanto piuttosto di far esperire al protagonista la materia organica di cui ogni essere umano è composto.
I Dor rendono perfettamente il senso del perdersi, del ritrovarsi attraverso il dolore o la sottrazione, anche della parola. Infatti “The Dream in Which I Die” si apre proprio con Silence nel quale la soluzione al dolore è data dall’esigenza di tacere. La chitarra e le voci creano scene vere e proprie, ora di respiro, ora laceranti. Mangiafuoco è una figura ambigua nella letteratura, affascinante quanto spaventosa. Il testo di Mangiafuoco esprime benissimo questa equivocità “Who’s the master, who’s the slave, fire is catching breath in life is death, the answer lies behind the scenes…”. Il brano scivola dolce, senza tensioni, verso la resa delle bugie che ci suoniamo per costruirci nuove verità. Time Machine è un sentiero a ritroso verso quanto lasciato alla spalle. Il giro di chitarra acustica accompagna lontano.
Gazing è il solo pezzo totalmente strumentale di “The Dream in Which I Die”. Una voce maschile anziana e stanca irrompe e turba il tempo presente creando una frattura nello scorrere delle esperienze. In qualche modo fissa un cambiamento anche nell’ascolto. Il viaggio si fa più impetuoso e variegato, il suono più ruvido inserendo, in The Light Keeper, un sax che porta immediatamente alla mente il blues di Tom Waits. e si avverte nitidamente la presenza dell’organetto che addolcisce il suono dando anche un’impronta più folk. “The Dream In Which I Die” si chiude con Nobody Knows dolce e malinconica, grazie all’innesto di uno spoken word in francese che lascia aperta la riflessione sulle possibilità della fine che sottende la vita.
Laddove c’è una sovrapproduzione un po’ in tutti i settori (soprattutto artistici) i Dor sanno differenziarsi per un progetto lento, di qualità che si prende tempo per elaborare e per scegliere con cura cosa dire e che vuole dirlo bene in relazione al testo che scelgono come guida.
“The Dream in Which I Die” è un sogno importante e ben riuscito. È una storia (di una storia) che riporta a casa, dove tutto è avverso ma dove tutto accoglie. Sta a noi, che siamo tutti un po’ Pinocchio, saper porre il equilibrio il naturale e il razionale.