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Interviste

Una danza primordiale, una gemma rivoluzionaria: intervista agli OvO

foto di Annapaola Martin

OvO è, ancora una volta, rinascita. Così concludevo la recensione di “Gemma“, il nuovo album della Creatura di Stefania Pedretti e Bruno Dorella (la trovate qui), perché OvO rinasce ma resta OvO. Un percorso lungo venticinque anni, costruito pietra dopo pietra, e ancora e ancora e ancora, verso un futuro che vogliamo vivere, vedere e sentire (con orecchie e cuore).

Di tutto questo abbiamo parlato con loro, “coi piedi immersi nella terra e nell’acqua”.

Bentornati sulle pagine di Impatto. Venticinque anni di OvO, ventiquattro da “Assassine”, undici dischi. Do i numeri, me ne rendo conto. Come si sentono gli OvO dopo tutti questi anni? Cose cambiate, cose rimaste, cose che verranno?

In 25 anni è successo di tutto, ci siamo spesso trovati a fare i conti con la nostra storia personale e con quella globale: eravamo negli USA l’11 settembre 2001, abbiamo suonato in Macedonia durante la guerra civile accolti dalle trincee, abbiamo vissuto il covid col suo strascico di tour annullati, concerti seduti e mascherati, riaperture momentanee in cui ci fiondavamo ovunque, fino alle recenti prove saltate per scendere in piazza a sostegno di Gaza e della Flotilla. Stefania che quattro anni fa ha dovuto affrontare due malattie gravi (un tumore al seno e un’encefalite), una delle quali l’ha portata anche a un coma indotto e a una lunga degenza (per fortuna ormai sta bene, ma ci è voluto parecchio tempo…). Siamo un po’ invecchiati nel corpo ma speriamo non troppo nello spirito. Ma soprattutto, siamo rimasti noi, e guardiamo avanti, con immutata voglia di viaggiare e sperimentare.

Parto in maniera “lineare”, cioè dal titolo: “Gemma”. Suona come una sorta di rinascita, forse ancor prima dell’atto in sé, qualcosa che comunque ha una sua luce. La copertina (forse una delle vostre migliori, a mio avviso) mostra come una nuova vita che nasce, con radici salde, “Con i piedi immersi nella terra” e poi “nell’acqua”, canti infatti nel brano che dà titolo al disco, Stefania. Quali sono le radici che vi accomunano e cos’è, per voi, una gemma?

Per questo disco, entrambi sentivamo l’esigenza di un cambiamento rispetto ai precedenti, soprattutto rispetto al nostro rapporto col lato oscuro. Dopo quello che ho vissuto sentivo un gran desiderio di creare un disco che emanasse voglia di rivoluzioni e trasformazioni. Ci ho immaginati come contadini che piantano un seme per far nascere qualcosa di nuovo. Questo è “Gemma“, una parola dal doppio significato, perché è sia la gemma di una pianta che una pietra preziosa. A ispirarmi questa visione è stato “La parabola del seminatore” di Octavia Butler, un libro meraviglioso scritto da un’autrice che adoro. Ve lo consiglio vivamente.

Per le grafiche, è già da tre album che collaboriamo con tatuatori (Servadio in “Miasma” e Ruco in “Ignoto“), per questo nuovo progetto ho pensato subito a NeroAtto e lui ha accettato subito la nostra proposta. Dopo avergli raccontato il concept dell’album e fatto ascoltare i brani, ci ha inviato questa meravigliosa illustrazione.

Gemme, ma anche radici, per accettare il cambiamento e vivere una sbocciatura, proiettati nel futuro ma radicati nel presente.

Sembra ci sia stato un atto trasformativo dal punto di vista, diciamo così, narrativo, soprattutto negli ultimi tre album: il miasma, l’ignoto e ora la gemma. Come se fossero legati proprio da questo tramutarsi in qualcos’altro. C’è un legame, per voi e, se sì, quale e come si è generata la trasformazione?

Il legame c’è, perché c’è una continuità. Ma con “Gemma“, come accennava Stefania prima, c’è un cambio di direzione. “Miasma” e “Ignoto” guardavano ancora molto al lato oscuro, che è sempre ben presente, ma con “Gemma” si passa ad altro. Forse c’era più continuità, almeno nelle suggestioni e nella modalità compositiva, tra “Abisso“, “Creatura” e “Miasma“. In quel periodo sperimentavamo nell’unire l’elettronica alle nostre influenze metal, punk, hardcore, industrial. Poi è arrivato “Ignoto“, che doveva essere un EP ed è diventato un album, con due soli pezzi lunghissimi. Un episodio a sé, il nostro disco sludge, che non ripeteremo. “Gemma” segna l’inizio di un percorso ambizioso, verso qualcosa che resti pesante, ma che si possa anche danzare. Vedremo dove ci porterà.

Restiamo “in zona”. Le sonorità di “Gemma” sono, a loro volta, qualcosa di nuovo. Siete passati dalla pressione elettrica di “Ignoto”, quasi asfissiante, a una luce elettronica, una scintilla, quasi (un po’ come quella argentea che avete dipinta sul volto e che vedo nelle nuove foto e forse già scaturita con Testing My Poise). Ci sono melodie esplicite (penso a Orocromo) e pulsazioni che portano alla danza (e il ballo è qualcosa di estremamente ancestrale e pezzi come Cobalto lo dimostrano, scavando un solco tra ballo e disastro). Com’è avvenuto questo, se così possiamo chiamarlo considerato che suona tutto sempre e comunque “OvO”, “cambiamento” di sonorità? Che rapporto avete con i nuovi modi di intendere l’elettronica, soprattutto mista a sound più aggressivi (non che l’elettronica di per sé non possa esserlo)?

Il fascino per la contaminazione c’è sempre stato. Citi giustamente Testing My Poise, ma andando più indietro ci sono anche Buco Bianco (su “Creatura“), o diversi pezzi in “Abisso“…Hai capito perfettamente lo spirito: restare estremi e aggressivi, ma esplorare il territorio della danza in senso sia tribale e ancestrale, che contemporaneo. Sia io (Bruno) che Stefania siamo voraci ascoltatori di molti tipi di musica, e negli ultimi anni abbiamo sviluppato anche una vita parallela come producer (Bruno), vocalist/ performer (Stefania), dj e frequentatori di un certo circuito di party, che ci influenza profondamente. Inoltre entrambi componiamo musica per teatro e danza contemporanea, e questo ci ha permesso di sviluppare capacità e sensibilità diverse . Ma la cosa più importante — e ci fa piacere che tu l’abbia notata e sottolineata è che il suono OvO sia sempre riconoscibile. Che siamo sempre inconfondibilmente noi. Non inseguiamo lo stile di altri. Evolviamo il nostro.

Ogni brano è rappresentato da un elemento, come un filo conduttore, un viaggio. Come nasce questa idea? Quali sono gli elementi che più vi appartengono, individualmente e come OvO?

Il giochino degli elementi é partito quando Stefania si è resa conto che Gemma invitava al doppio significato vegetale e minerale, Da lì abbiamo giocato ad attribuire un elemento a ogni brano, scoprendo connessioni e associazioni mentali, filosofiche ed esoteriche che hanno sorpreso anche noi.

foto di Annapaola Martin

Vorrei soffermarmi sulla tua voce, Stefania. Non sempre i pezzi di OvO hanno un testo vero e proprio, dico bene? e, anche quando c’è, sento, inizialmente, come la necessità di seguirlo il meno possibile, facendomi trasportare dall’uso che fai della voce come strumento. Che approccio hai seguito, in “Gemma” e in cosa si traduce la tua voce, se diventa parola in questo disco? Da cosa è scaturita, cosa ti ha ispirata e in che modo, per te, differisce dagli altri vostri lavori? In Iridio gridi a chiara voce un richiamo alla lotta al patriarcato, alla sorellanza e all’unione, che in un mondo (e a maggior ragione in Italia) terrificante e ancora troppo “maschiocentrico” è liberatorio, fa respirare.

Io utilizzo il mio meta linguaggio o glossolalia. Uso, come scrivi tu, la voce come uno strumento e le lettere come delle note. Dopo tanti dischi e dopo I problemi alle corde vocali dovuti all’intubazione, ho avuto voglia di cercare di essere più eclettica possibile in questo disco e di cercare un timbro, una sfumatura diversa alla voce per ogni pezzo. In generale a volte mi capita di inserire parole di senso compiuto sia in inglese che in italiano. In Ignoto ho proprio creato dei testi tratti da libri di fantascienza, e in questo nuovo disco mi sono fatta trasportare dal suono e ho creato un testo sognante per Gemma e uno politico per Iridio. Per quest’ultimo ho proprio sentito la necessità di creare un pezzo transfemministaqueer su una musica OvO e molto “metal”, non se ne sentono molti, in giro e perchè non farlo noi? Uso poche parole , ma con un significato chiaro che incita all’ unione e alla rivolta.

Suonare questo pezzo dopo quello che sta succedendo nelle piazze italiane e di molte città del mondo mi ha messo i brividi e dato grande speranza.

Vivete distanti, Bruno a Bruxelles e Stefania a Ravenna. In cosa consistono le dinamiche compositive odierne di OvO rispetto al passato?

La possibilità di lavorare in remoto ci aiuta in qualche modo. Da Abisso in poi, avviene sempre più una divisione dei ruoli, per cui Bruno produce molto a casa, prepara i canovacci dei pezzi, dando anche un po’ la direzione a quello che sarà il sound del disco. Mentre in studio diventa protagonista Stefania, rendendo inconfondibilmente OvO il materiale preparato da Bruno. Naturalmente tra la fase di preproduzione e lo studio ci sono delle prove, ma non molte. Abbiamo bisogno, soprattutto Stefania, di quel tipo di pressione, di quell’immersione creativa che è la registrazione. Vivere distanti ha allungato un pochino il processo ma lo ha reso anche più lucido, permettendo alle idee di decantare mettendole a fuoco.

Nel disco ci sono due collaborazioni molto interessanti, una con Lord Spikeheart (l’ho scoperto lo scorso anno e me ne sono innamorato istantaneamente), l’altra con Paige A. Flesh. Come sono nate e cosa hanno dato ai brani a cui hanno lavorato?

Martin (Spikeheart) è un amico relativamente nuovo, ci siamo conosciuti tramite sua moglie che è una nostra amica storica, ma musicalmente lo seguivamo da tempo e ci piaceva moltissimo la sua musica.Ci siamo subito riconosciuti come simili, sebbene abbiamo provenienze, età e ambizioni molto diverse. Lui ha lavorato in studio con noi, approfittando di un day off dopo aver suonato al Transmissions festival di Ravenna. Opale è un brano molto lungo, eravamo indecisi se tagliarlo o aggiungere una voce, quindi quel day off di martin è capitato a fagiolo. Paige invece era con noi già nel nostro primo tour americano, nel 2001. Suonava nei Laundryroom Squelchers, un gruppo ultranoise che ci aveva coinvolto in un tour folle chiamato Phi Phenomena, 10 gruppi in giro per gli Stati Uniti. Negli anni nei siamo rimasti in contatto pur essendo tutti e tre nomadi, e ora il destino ha portato Paige a Berlino dove lavora con Florentina Holzinger in alcuni degli spettacoli teatrali più intensi che ci siano in giro. Suona il violoncello (lo suonava già nei Cult Of Youth). Avevamo bisogno di un suono “altro” per Diamante, qualcosa che staccasse dal resto e addolcisse, e abbiamo pensato a lei.

Tra il 2024 e il 2025 avete pubblicato due split molto intrigati assieme a Rotadefero e Mai Mai Mai. Sono curioso di sapere in che modo avete scelto sia Il secondo coro delle lavandaie (che curiosamente anche Mai Mai Mai aveva già ripreso su “Rimorso”) e i brani scelti per lo split con Cutrone, da una parte la tradizione (che rapporto avete con la tradizione?), dall’altra, in qualche modo, il nuovo. Cosa condividete con questi artisti?

Davvero curiosa questa cosa, e anche casuale (anche se certe coincidenze non lo sono mai del tutto). A dicembre suoneremo tutti e tre (OvO, MMM e Rotadefero), al Forte Prenestino a Roma, e chissà, magari faremo il Coro tutti assieme…Sia RDF che MMM sono romani. Siamo da sempre legati alla scena capitolina, quando hanno sgomberato Torre Maura ci ha fatto effetto vedere il nostro poster troneggiare nei servizi televisivi locali.. Cristiano dei Rotadefero è stato addirittura un membro degli OvO nel lontano 2001, durante un tour nei Balcani e in Turchia, documentato dall’album “Vae Victis” in cui suona la batteria. MMM ci ha supportato molto negli anni come promoter e ci interessa molto il suo approccio esoterico alla musica elettronica. L’idea di abbinarci per uno split è stata della label francese Arsenic Solaris che ha pubblicato il disco, e ci è subito piaciuta.

Di recente siete apparsi su The Wire, una delle riviste più importanti dal punto di vista della musica “altra” ancora in circolazione (la definirei una bestia rara). Che effetto vi ha fatto che si siano interessati a OvO?

È stata la conferma della nostra continua ricerca. Se dopo 25 anni The Wire si occupa di noi, significa che abbiamo continuato a evolverci, a sondare territori nuovi. Il nome completo è The Wire: Adventures in Modern Music, e credo dica tutto,. D’altra parte, se fossimo venuti da un mercato più forte come quello anglosassone o da uno più trendy (scegliete voi: la Germania negli anni ’80, la Scandinavia negli anni 90, l’Africa oggi…), forse si sarebbero occupati di noi molto prima., Ma sono considerazioni che lasciano il tempo che trovano. Ci godiamo l’oggi e guardiamo al domani.

Quando questa intervista andrà online probabilmente sarete già in tour, un tour molto lungo che vi porterà in giro per l’Europa. Come procede? Com’è cambiato, se è cambiato, il vostro modo di affrontare i tour e i singoli concerti a venticinque anni dall’inizio?

Il nostro modo di vivere iI tour e i concerti a livello personale e come band non è cambiato molto e forse è questo che ci contraddistingue. Come 25 anni fa, abbiamo ancora una gran voglia di viaggiare facendo quel che amiamo di più, suonare. Con questo disco vorremmo tornare a girare il più possibile esplorando anche nuove nazioni e continenti

Ci sono meno posti dove suonare. Una volta si poteva stare in tour per dei mesi anche senza essere famosi. I cambiamenti sociali e generazionali già in corso si sono resi critici a partire dal covid: meno gente ai piccoli concerti a favore di megaeventi gonfiati artificialmente, meno soldi per un divertimento sempre più caro, tendenza a stare a casa perché su Internet si trova tutto e non c’è bisogno di uscire per cercare stimoli. Molti locali non sono riusciti a sopravvivere alla situazione e gli squat sono sempre meno. I tour sono meno lunghi. Oggi un nostro tour di 3 settimane fa impressione, ma in passato facevamo facilmente tour di 6-7 settimane. Abbiamo cercato di migliorare le condizioni in cui suoniamo, ma non vogliamo svenare i locali come fanno molti, chiedendo cifre esorbitanti che contribuiscono ad ammorbare un sistema che sta marcendo. Anzi, vogliamo cercare di cambiarlo, ricordando ai promoter che dovrebbero smettere di guardare i numeri di Spotify e farsi fregare pagando cara aria fritta, e al pubblico che è meglio supportare i gruppi reali che vanno in tour.

Vi lascio riprendendo di peso la domanda che vi posi ben undici anni fa (continuo a dare i numeri) in chiusura all’intervista che vi feci per l’uscita di “Abisso”: quanto ancora a fondo può andare il mondo della musica in una situazione sociale come quella che stiamo vivendo? Aggiungo: quant’è cambiato questo mondo dal 2013 a oggi?

Senz’altro come accennavamo sopra il sistema musica è molto malato, e la storia ci insegna che le possibilità positive portate dalle innovazioni (Internet ieri, l’AI oggi) si portano dietro nuovi problemi e nuove storture. Non crediamo che la musica possa morire, in particolare quella dal vivo (i supporti sono una storia relativamente recente e forse destinata a sparire). Ma non deve essere facile per le giovani generazioni che si affacciano alla musica oggi. Speriamo che riescano a fare meglio di noi, soprattutto dal punto di vista etico. Nei periodi di crisi di solito la scena rinasce e il fermento riparte con nuove energie, speriamo così, le avvisaglie ci sono: nuovi gruppi interessanti, muovi collettivi. Seguiamo con interesse, pronti a dare una mano alle nuove leve.

foto di Annapaola Martin

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