Se dovessimo stilare una lista dei debutti più importanti per la storia della musica alternativa degli ultimi quarant’anni, sicuramente “Nowhere” dei britannici Ride, che oggi, 15 ottobre 2025, spegne trentacinque candeline, occuperebbe un posto sul podio. Primo capitolo della trilogia shoegaze targata Creation Records – completata poi da “Loveless” dei My Bloody Valentine (novembre 1991) e “Souvlaki” degli Slowdive (giugno 1993) – “Nowhere” non si limitò a rendere possibile, materialmente e spiritualmente, la pubblicazione di questi due capolavori. Riuscì a fare qualcosa di più: trovare il punto d’equilibrio perfetto tra muri di suono avvolgenti e melodie pop cristalline e accessibili. Ed è proprio la capacità di Andy Bell e soci di tessere insieme complessità e immediatezza a spiegare perché probabilmente, al di là dei meriti artistici puri, l’influenza di “Nowhere” sia stata nei decenni più estesa e incisiva rispetto agli altri due pilastri del genere.
I Ride e “Nowhere” furono un vero deus ex machina per la Creation Records. Sul finire degli anni ‘80, dopo le release dei Jesus And Mary Chain ed i primi lavori dei My Bloody Valentine, l’etichetta di Alan McGee – oggi leggendaria – annaspava ormai nei bassifondi delle classifiche musicali alternative ed era sull’orlo del fallimento. Il destino, però, aveva altri piani. Alla fine del 1988, a Banbury, nascevano i Ride: Andy Bell e Mark Gardener, amici d’infanzia e chitarristi, insieme al batterista Loz Colbert e al bassista Steve Queralt. Una loro demo finì per caso nelle mani di Jim Reid, frontman dei Jesus And Mary Chain, tramite il giornalista e DJ Gary Crowley. Reid rimase folgorato: riconobbe subito l’architettura noise della sua band e dei My Bloody Valentine, mescolata a melodie degne degli Smiths e a una scrittura alla The House of Love, e passò subito il nastro a McGee. Il patron di Creation non esitò. Dopo averli visti dal vivo in apertura ai Soup Dragons nel 1989, li fece firmare seduta stante. I ragazzi di Banbury entravano così nella famiglia che aveva in parte ispirato la loro musica.
Definire i Ride i “salvatori” della Creation è quasi riduttivo. Furono un vero e proprio uragano che permise all’etichetta di Alan McGee non solo di sopravvivere, ma di prepararsi a dominare il decennio. L’ascesa fu fulminea e inarrestabile: con il loro primo EP, l’eponimo “Ride”, uscito a gennaio 1990 portarono per la prima volta la Creation nella Top 75 britannica, mentre con il secondo, “Play”, alzarono l’asticella, sfondando il muro della Top 40. L’hype era alle stelle, e quando finalmente “Nowhere” uscì nell’ottobre del 1990, esso raggiunse rapidamente l’undicesima posizione nella classifica generale britannica e ricevette un coro di lodi quasi unanimi da parte della stampa.
Nei suoi otto brani originali, “Nowhere” è un’esperienza catartica, un viaggio mozzafiato sospeso tra l’assalto del rumore e la carezza della melodia. Da un lato, la chitarra di Mark Gardener erige cattedrali di suono, seguendo la lezione noise di Sonic Youth e My Bloody Valentine: i suoi accordi distorti, sovrapposti e moltiplicati, creano paesaggi sonori vasti e immersivi, veri e propri vortici in cui perdersi. Dall’altro, a fare da contrappeso, c’è la sensibilità pop di Andy Bell. Il suo amore per il guitar pop degli anni ‘60 e per le trame jangle agisce come un’ancora, impedendo che la tempesta sonora sommerga le canzoni e garantendo che una linea melodica forte rimanga sempre a galla, pronta a catturare l’ascoltatore. Ma il vero colpo di genio, la mossa che li distingueva da tutti, erano le voci. Mentre i loro compagni di scena, come My Bloody Valentine e Slowdive, sussurravano parole quasi incomprensibili, annegandole nel mix, i Ride scelsero la via della chiarezza. Le loro armonie vocali, pulite e cristalline, permettevano ai testi, carichi di un’emotività a fior di pelle, di colpire dritti al cuore, con una lucidità e una sincerità disarmanti.
Questa combinazione tra sperimentazione sonora e fedeltà assoluta alle trame melodiche – per cui gran merito va sicuramente all’allora giovane produttore Alan Moulder – unito ad una scrittura potente e profonda, contribuì in modo decisivo al successo di “Nowhere”. Questo ebbe due conseguenze di fondamentale importanza. La prima, più pratica, fu quella di risanare le finanze della Creation, garantendole un futuro e rendendo materialmente possibile la nascita di altri capolavori firmati My Bloody Valentine, Slowdive e, poco più tardi, Oasis. La seconda fu culturale: “Nowhere” sdoganò definitivamente lo shoegaze. Quel nomignolo, quasi un insulto, affibbiato dalla stampa a band “colpevoli” di passare i concerti a testa bassa, ipnotizzate dal labirinto di pedali ai loro piedi, divenne improvvisamente un marchio di qualità. I Ride dimostrarono che, spogliato dalle sue frange più ostiche e unito a una sensibilità rock e a melodie contagiose, quel suono poteva conquistare le classifiche e parlare a un pubblico molto più vasto, ben oltre la ristretta cerchia della scena alternativa di Londra.
L’influenza immediata di “Nowhere” si rivelò più ampia e sfaccettata di quanto ci si potesse aspettare. Certo, l’album nutrì la scena shoegaze (Chapterhouse e Pale Saints in primis), ma il suo impatto più sorprendente fu sul nascente Britpop. I Ride avevano trovato una formula ibrida perfetta: l’estetica nebulosa dello shoegaze si fondeva con melodie vocali immediate, ritornelli che ti restano in testa per giorni e una sensibilità psychedelic pop tutta britannica. I Verve furono tra i primi a captare il messaggio: il loro “A Storm in Heaven” (1993) riprende proprio quella combinazione di aperture chitarristiche oceaniche e energia rock che anima pezzi come Seagull. Ma l’esempio più clamoroso restano gli Oasis. Noel Gallagher saccheggiò senza pudore il lato Beatles dei Ride – Whatever è praticamente un ricalco della coda di Vapour Trail – e l’arrivo di Andy Bell nella band nel 1999 non fece che suggellare un legame già evidente.
Ma è negli ultimi vent’anni che “Nowhere” è diventato una vera e propria stella polare per le successive ondate di shoegaze revival. Durante la prima, a cavallo tra la metà e la fine degli anni 2000, l’album offrì a gruppi come Deerhunter, Animal Collective, Panda Bear e No Age una sorta di manifesto estetico: la dimostrazione che noise, psichedelia, melodia e coerenza compositiva potevano convivere nello stesso organismo sonoro. Poco dopo, i DIIV – oggi pilastri dell’alternative contemporaneo – dichiararono apertamente il loro debito verso i Ride, un’ammissione che trovò la sua consacrazione quando Zachary Cole Smith e soci li hanno accompagnati in tour durante la reunion del 2015. Più recentemente, lo shoegaze revival di questa prima metà degli anni ’20, nella sua ricerca di bilanciamento tra rumore e melodia e una scelta decisa in favore di voci cristalline e chiaramente discernibili, deve tantissimo all’esempio di “Nowhere”, molto più che a quello di “Loveless” o “Souvlaki”. I britannici bdrmm – vera punta di diamante di questo rinascimento – non hanno mai nascosto quanto Bell e Gardener abbiano inciso sul loro sound, tanto da salire anch’essi sul palco come spalla dei Ride in tour. Stessa storia per Etienne Quartey-Papafio dei Whitelands, che ha indicato i Ride come influenza cardine del suo percorso artistico.
Oltre trent’anni, e “Nowhere” è ancora qui, vivo, pulsante, in continua espansione. Il suo posto come “pilastro” dello shoegaze resta incontestato, ma la sua resilienza nasce da un segreto nascosto in bella vista: non è mai stato confinabile in un solo genere. “Nowhere” è un album rock straordinario che sceglie di parlare la lingua dello shoegaze, non di sottomettersi a essa. Per legioni di ascoltatori e di artisti, è stato un vero e proprio ponte, l’album che ha reso accessibile il genere a molti che altrimenti si sarebbero arresi davanti alle geometrie sonore impossibili dei My Bloody Valentine e le intricate cosmogonie ambient degli Slowdive. Forse “Loveless” è il capolavoro assoluto. Forse “Souvlaki” è il più puro. Ma se lo shoegaze è ancora vivo, se ogni anno spuntano nuove band con chitarre annegate nel delay, il merito è di “Nowhere”. Perché i capolavori si ammirano. I ponti si attraversano.