Nell’attesa per il nuovo album degli Zu (qui la nostra news), abbiamo incontrato Massimo Pupillo, che ha da poco partorito la sua nuova creatura in solo: “Industrial Slave” (qui la nostra recensione). Un lavoro che non risponde ad un passato digerito, ma che ne amplifica iperbolicamente gli echi per conferire nel (e col) presente.
Lo abbiamo geo-localizzato ed incontrato durante il nostro lungo cammino di Transurfing.
Ciao Massimo e bentornato sulle pagine di ImpattoSonoro! Come stai?
Ben trovato Tommaso e grazie della possibilità di parlare con te di “Industrial Slave“.
Qualche giorno fa è uscito, per Improved Sequence, Industrial Slave, progetto che porti in giro per l’Europa da circa un anno. La prima domanda che vorrei farti è: come mai un disco industrial ora?
Una sera, dopo aver suonato un mio solo ambient ad un festival, sono tornato a casa con una strana sensazione, come se il suono non fosse penetrato, non avesse sortito alcun effetto, se non estetico. Non era quello che sentivo riguardo alla sua finalità. Tornando in macchina ho sentito il bisogno di ascoltare una cassa distorta con un bitcrusher simile a cose che mi piacciono, che possono andare dai Techno Animal agli Scorn, ma non esattamente con quella frequenza. La mattina dopo mi sono svegliato e ho iniziato a lavorare al suono di cassa che avevo in testa. Nello stesso tempo mi è tornata in mente una registrazione che avevo della poesia “Industrial Slave” di John Trudell. Da lì è partito tutto il lavoro, ed era già tutto chiaro, anche se poi fra una cosa e l’altra la composizione è durata almeno un anno. Perché ora l’industrial…Se dovessi pensare ad un solo genere musicale, forse è quello che mi ha influenzato di più; è nel mio DNA sia come ascoltatore, che come ricerca sul suono. Ti direi che molti lavori che ho fatto uscire che sono stati definiti come ambient, in realtà hanno come ispirazione l’industrial più dilatata e di confine. Penso ovviamente ai Coil, Hafler Trio o al clamoroso Zamia Lehmanni degli SPK, o a Lustmord. Tutti ascolti che ho avuto in adolescenza quando i gusti si formano. In più ogni musica si porta dietro una geografia e una genealogia; l’industrial è legato a doppio filo con certa fantascienza, tipo Dick, Sterling, il cyberpunk mirrorshade…Tutta letteratura che aveva intravisto e preconizzato il mondo verso cui stiamo andando e in cui, secondo me, stiamo già vivendo.
Leggo dai credits che l’intero lavoro è stato ispirato da un poema di John Trudell. Ci introduci all’autore? Come sei entrato in contatto col suo universo?
Trudell è nel mio cuore da molto tempo, in realtà era presente già come ispirazione in “Goodnight Civilization” degli Zu. A volte ci sono temi e presenze che continuano a tornare perché hanno una vita propria, devono ancora dire delle cose. Mi sono avvicinato a Trudell negli anni in cui sono stato in Amazzonia, vedendo la nostra realtà da quello che ho percepito come un altrove assoluto. A volte, cercando di spiegare ad un nativo delle cose che per noi sono scontate, proprio nella nostra struttura di pensiero, scopri che scontate non lo sono affatto. Immagina di parlare con uno sciamano che non ha idea che ci siano state le guerre mondiali, cercare di spiegarglielo e vedere la sua faccia. Tornando a Trudell: è stato un vero outsider, e solo da un vero outsider poteva provenire una visione così chiara delle logiche del potere, visibili ed invisibili. Poi, oltre a Trudell, nel disco c’è una gran quantità di altre influenze, ma lui è stato quella principale e palpabile.
Non è facile delineare l’orizzonte escatologico di Industrial Slave. È un viaggio oscuro, ma non caotico, un percorso distopico (e dispotico) cupamente descrittivo. Come ti sentivi durante il processo di scrittura?
È facile se ti guardi intorno e provi a tirare qualche conclusione. Il percorso del biopotere è chiaro. Quindi, la risposta giusta è che mi sentivo molto lucido.
Dopo diverse esperienze di espansione musicale, diciamo, orizzontale, adesso sei tornato con un lavoro più prepotente e a fuoco, sia come condensazione abissale che come sintesi filosofica. Ti riappropri della violenza in modo più controllato, la manipoli rendendola pura funzione. Rispetto a qualche anno fa ti senti più o meno in armonia con la realtà che ti (ci) circonda?
Ti rispondo con una frase di Krishnamurti: “It Is No Measure of Health To Be Well-Adjusted to a Profoundly Sick Society”.
Nothing in this world works the way you think it does. Questa frase è stata ripresa anche nella comunicazione web degli Zu. Cosa si nasconde dietro questo concetto così apparentemente semplice?
Questa frase la abbiamo usata (non solo questa, ma l’intero discorso) anche nell’ultimo anno di live degli Zu, e va ripetuta e ripetuta perché, anche se a te sembra semplice, non mi pare che sia affatto condivisa, tanto meno capita o vissuta. Anzi, ti direi che viviamo e ci facciamo tutte le nostre opinioni, che poi difendiamo tanto, solo sul lato visibile delle cose.
In quest’ultimo anno sei stato molto attivo sul fronte Zu, fra mesi di prove, tour europei e la registrazione di un nuovo album. Questa tua urgenza espressiva in solitaria nasce dalla necessità di un equilibrio fra pieni e vuoti? Fra presenza e mancanza di compagni di viaggio?
“Industrial Slave” è stato scritto prima di tutta questa attività, nell’ultimo anno è stato solo mixato e masterizzato. Probabilmente l’ho iniziato ben prima del tour con Yoshida come RuinsZu, e forse era già completato come stesura a quel punto.
Dopo il processo di smantellamento della struttura di “Jathor“, “Terminalia Amazonia” e “Ancestors“, sembra che tu sia in qualche modo tornato a ri-conoscerti e ri-scoprirti nella tua occidentalità, utilizzando un linguaggio meno liquido, più cristallino e simbolico. È una strada sui cui pensi di proseguire?
Può sembrarti una frase sibillina, o ad altri persino fantasiosa, ma lo dico davvero: non sono io che decido queste cose. Mi sono solo dato il permesso di andare dove sentivo semplicemente fosse giusto, pagando il mio pegno in termini materiali nell’immediato magari, ma riscoprendo una quantità di idee, visioni e stimoli che nutrono il tutto. In “Jhator” e nei lavori che citi, c’è proprio un abbandono completo e pubblico delle proprie certezze, anche di identità, e di conseguenza un ritorno dell’ e all’armonia. A volte sono percorsi fatti in solitaria che poi diventano condivisi, eventualmente, con altri musicisti o con la band “astronave madre”, dove tutto alla fine torna.
Negli ultimi mesi sei anche tornato a frequentare il mondo del cinema, sonorizzando uno dei capolavori di Ozu della fase del muto: Una locanda a Tokyo. Il cinema è un qualcosa che ti nutre?
No. Devo stare molto attento al cinema, perché è una forma che mi sconvolge troppo e non posso permettermelo. Quando ho lavorato sulla colonna sonora di “Limonov” di Serebrennikov, avrò visto il film letteralmente centinaia di volte. Non sono un professionista delle colonne sonore, non ho quella velocità né quel distacco, quindi l’unica via era fare completamente mia la storia. Sono partito dal libro di Carrère, in seguito la sceneggiatura, poi il set e infine interagendo con le varie versioni del montato, via via l’ho restituita in suono. Con Ozu è stata un po’ la stessa cosa, nata da una commissione di un festival di cinema in Repubblica Ceca, sarebbe potuta essere una cosa semplice e veloce; invece anche lì mi sono fatto travolgere dalla storia e dalle immagini. Ho sentito che l’unico modo di farle giustizia sarebbe stato comporre una vera colonna sonora, quindi, vedi, a livello di tempo /risultato sono un disastro. Però ritengo che faccia tutto parte del percorso e che si continui costantemente ad imparare, se uno lo vuole.
Pensi che la simulazione davvero sarà presto terminata?
Io penso che questo dipenda da tutti noi, individualmente.
When one lives in a society where people can no longer rely on the institutions to tell them the truth, the truth must come from culture and art
John Trudell