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Back In Time

Un disco di pietra e neon: “Vision Thing” dei Sister of Mercy

C’è un momento, nella storia di una band, in cui il buio smette di essere rifugio e diventa arma. “Vision Thing” è precisamente questo momento per i Sisters of Mercy: la notte che impara a stare sotto i riflettori, a non avere più paura della propria immagine, a sostituire il misticismo gotico con un sarcasmo corrosivo e un rock che non chiede permesso. Il disco arriva nel 1990, ma suona come la fine degli anni ’80 che non vuole morire.

In quegli anni, il rock europeo vive una fase di transizione: il post-punk ha perso la sua urgenza politica, il gothic rock si è trasformato in estetica codificata, e il metal cerca nuove forme di ibridazione con l’elettronica e l’industrial. In Inghilterra si intravedono già i germi del britpop, mentre oltreoceano il grunge sta per esplodere. In mezzo a questo cambio di paradigma, i Sisters of Mercy scelgono di non adattarsi ma di reagire, prendendo le distanze tanto dal romanticismo oscuro che li aveva consacrati quanto dall’edonismo da fine decennio che imperava sulle classifiche. “Vision Thing” diventa così un atto di sabotaggio: un disco che guarda la fine degli anni Ottanta con la lucidità di chi ne ha capito il trucco, e la forza di chi non vuole esserne complice.

Chitarre squadrate, batteria elettronica che scandisce un ritmo militare e la voce di Andrew Eldritch, ancora una volta guida e spettro, più predicatore che cantante, più politico che poeta. “Vision Thing” è un hangar d’acciaio, luci al neon e amplificatori che graffiano l’aria.

Fin dall’inizio, la title track sembra uscire da un altoparlante militare: secca, meccanica, gonfia di distorsione controllata. Lì dentro non c’è più il romanticismo gotico, ma una forma di rabbia lucida, un rock che preferisce colpire allo stomaco piuttosto che accarezzare l’anima. Le chitarre non costruiscono cattedrali, ma barriere sonore; Doktor Avalanche – la storica drum machine – picchia con precisione inumana, come un metronomo che ha perso la pazienza. Eppure, dentro quell’aggressività industriale, si sente la malinconia. Non più espressa attraverso il pathos, ma compressa nel sarcasmo, nell’autoironia, nella voce cavernosa che recita: “This is the vision thing”. Eldritch non prega più; commenta, deride, sopravvive.

Photo: Brian Rasic

Dietro la corazza rock, “Vision Thing” è un album politico. Non nel senso di manifesto, ma di riflesso: osserva il mondo occidentale nel suo trionfo di plastica e cinismo. Eldritch costruisce i testi come parabole urbane: limousine, televisioni, guerre che sembrano videoclip, e uomini che si muovono dentro tutto questo come manichini eleganti e disperati. C’è ironia in ogni verso, ma mai leggerezza. È un sarcasmo carico di stanchezza, come se l’autore sapesse che ogni denuncia è già stata inglobata dal sistema che pretende di criticare.

Brano dopo brano, il disco alterna colpi secchi e aperture inattese. Doctor Jeep e Detonation Boulevard sono pura adrenalina, chitarre che si scontrano con la voce come due lastre di ferro. Poi arriva More, il momento in cui l’album respira: un inno gotico travestito da power ballad, dove Eldritch torna a essere sacerdote, non solo provocatore. È un brano che riassume l’intera carriera della band: l’amore come guerra, la fede come dipendenza, la notte come unica patria. Verso la fine, I Was Wrong chiude tutto con un senso di resa elegante: il rock si piega, la voce si fa confessione, e il disco si spegne in un tono quasi umano. È la canzone che più rivela cosa c’è sotto il sarcasmo: non rabbia, ma disillusione. Non potenza, ma stanchezza. Un addio in forma di ruggito.

Vision Thing” non è un disco “gotico” nel senso tradizionale: è il suo rovescio. È l’estetica del gotico che si innamora della cultura del motore, dell’America televisiva, dei simboli del capitalismo decadente. Eldritch non fugge più nei castelli interiori, ma attraversa il traffico. Il nero non è più nebbia, è pelle lucida di giacca in pelle sotto la luce artificiale. L’ombra non è rifugio, è superficie che riflette.

Musicalmente, l’album è asciutto, volutamente piatto, come se volesse negare l’emotività per affermare il controllo. E proprio in questa freddezza sta il suo fascino: è il suono della fine di un’epoca che non vuole ammettere la propria fine. È arrogante, saturo, troppo consapevole di sé per piacere a tutti. Ma è anche necessario. È la testimonianza di una band che, invece di invecchiare nel mito gotico, ha scelto di sporcarsi con la realtà. Eldritch, sempre più distante dalla scena che aveva creato, costruisce qui la sua ultima vera opera: una macchina sonora che mastica la modernità e la risputa come rumore elegante.

Non è un album da amare subito. È un album da affrontare, come una conversazione con qualcuno che ti guarda negli occhi e non ammicca. Dopo “Vision Thing“, il silenzio discografico dei Sisters non sembra un’assenza, ma un gesto coerente: quando hai detto tutto con rabbia, il passo successivo è solo il silenzio.

Eppure, a trentacinque anni di distanza, la sua eco non si è spenta. Molte delle band nate negli anni Novanta – dal rock alternativo all’industrial – devono qualcosa a “Vision Thing“: il modo in cui unisce potenza e freddezza, teatralità e cinismo, anticipa le tensioni del decennio successivo. Con questo lavoro i Sister of Mercy hanno ridefinito i confini del gotico, spostandolo dal regno dell’emozione a quello della consapevolezza, dal dramma romantico alla distopia urbana. Nel suo gelo, “Vision Thing” ha insegnato che anche il disincanto può avere stile, e che a volte l’oscurità non serve a nascondersi, ma a vedere meglio.

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