L’ultimo bicchiere non è mai stato così lungo come una perpetua amicizia, quasi fraterna: una solidarietà, quella tra Carlobianchi e Doriano, due cinquantenni che, con i loro pensieri, ricordi, vite e scherzi, si elogiano in un racconto post-crisi del 2008.
“Le città di pianura” è una grande tela ricamata dal regista Francesco Sossai, che insieme ad Adriano Candiago firma la sceneggiatura filtrando la malinconia veneta e l’anarchia, e dipingendo una storia fatta di alcol, comicità, dramma e, infine, un’amicizia casuale e improbabile tra Doriano e Carlobianchi e l’universitario di architettura Giulio, interpretato da Filippo Scotti. Quest’ultimo, timido e incapace di trovare un compromesso con le proprie insicurezze, cresce insieme ai due personaggi interpretati da Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano, intraprendendo un road movie quasi all’impazzata. È un viaggio sgangherato tra bar, autogrill e locali delle pianure venete, che esplora non solo un territorio fisico fatto di villette anonime e luoghi trascurati, ma anche un percorso interiore.
Carlobianchi e Doriano prendono Giulio sotto la loro ala protettiva, come due padri. La loro “leggerezza alcolica” e il loro modo sventato di vivere, a dispetto delle apparenze, cambiano poco a poco il modo in cui il giovane vede il mondo, l’amore e se stesso. La loro filosofia del bere mette in primo piano il vagabondare e una continua celebrazione della libertà dal giudizio e dalle convenzioni: nonostante l’età e la condizione, non si curano di essere fuori moda, in sovrappeso o alcolizzati.
A modo loro, insegnano a Giulio ad accettare la vita e se stesso con una rassegnata ironia. Senza fare troppi spoiler, Doriano (Capovilla) e Carlobianchi (Romano) agiscono come uno specchio deformante per Giulio, mostrandogli un’altra visione del mondo, priva di pretese intellettuali o di facciata. In una scena chiave, potrebbero addirittura intrufolarsi a una festa di laurea, dove mettono in mostra il loro “diktat” del vivere, fatto di cinismo e risate sguaiate, in contrasto con l’aspirazione al consenso che vedono nella gioventù moderna.
Il tema dell’accettazione diventa una forma di responsabilità che li rende finalmente adatti alla loro età. Per Giulio, l’esperienza è una catarsi che lo porta a mettere in discussione le proprie certezze, imparando a guardare l’amore e la vita con una spensieratezza e un’onestà che prima non conosceva.
Le musiche originali del film sono state composte da Krano, pseudonimo del cantautore e musicista veneto Marco Spigariol. Una scelta che rispecchia perfettamente l’anima della pellicola, creando nebbie affascinanti tra generi che spaziano dal country al blues, dal gothic noir al folk psichedelico, e che diventano il battito cardiaco del film.
I temi profondi legati all’identità, alla fuga e al rapporto con il territorio si intrecciano in un continuo scontro con l’ossessione per l’ultimo bicchiere – il cosiddetto bicchiere della staffa – che non è solo una dipendenza, ma una metafora della paura più grande dei due amici più anziani: la fine della giovinezza e la morte.
Il titolo stesso del film e la critica sociale che sottende raccontano chi non è conforme ai modelli del Nord-Est produttivo e borghese. I due protagonisti sono spiantati e ai margini della società: non hanno carriere né famiglie convenzionali. Questa condizione autoimposta è fragile, perché li espone al giudizio e alla solitudine. E mentre la fragilità si fa corazza per difendersi dalla vergogna e dal senso di inadeguatezza che altrimenti li schiaccerebbe, tutto viene mostrato non attraverso le lacrime, ma con risate vigorose, convertendo il fallimento in una barzelletta e rifiutando di prendersi sul serio.
Non c’è mai un’altra volta, non rimarrà più nulla di questa regione. Solo un’enorme infrastruttura e modi per spostarsi, ma nessun luogo dove andare.
“Le città di pianura“, quindi, diventano il simbolo degli spazi della vita che tendiamo a ignorare: quelli più anonimi e desolati, che pure nascondono un loro fascino e una loro verità. Una commedia agrodolce, un inno all’amicizia maschile e un ritratto sincero di una generazione di loser che, nel loro rifiuto di invecchiare e di “mettere la testa a posto”, offrono a Giulio una lezione di vita imperfetta ma autentica.
Mescolando la commedia all’italiana con toni malinconici e un’atmosfera da cinema indipendente, il film è un omaggio al realismo poetico e forse anche al cinema scandinavo: un atto d’amore per i perdenti, una canzone stonata ma meravigliosa, che celebra la disperata e testarda volontà di vivere, anche quando si è sull’orlo del baratro.