“Starsailor“, che magnifico titolo, celebra i 55 anni dal concepimento e vide la luce nel novembre del 1970. Fu Herb Cohen, al tempo manager di Frank Zappa, a scoprire Tim Buckley in quel di Los Angeles, nel 1966, grazie a Jimmy Carl Black che glielo presentò, e fu sempre lui ad aprirgli le porte dell’Elektra, che, a causa di probabili divergenze, abbandonò subito dopo aver licenziato “Lorca“, nel maggio del 1970; a quel punto Cohen lo porterà con sé nella Straight, che dirigeva con Zappa, determinato e indefesso a credere nel suo sconfinato talento.
Tracciare l’evoluzione di Buckley attraverso alcune fasi cruciali aiuta meglio a comprenderne gli sviluppi artistici. Dopo “Happy/Sad“, primo tentativo di rottura col folk, intento a squarciare il drappeggio della canzone canonica indirizzandosi verso la libertà e l’invenzione, Tim, nel 1969, iniziò a lavorare e a elaborare materiale per tre distinti album, “Lorca“, “Blue Afternoon” e “Starsailor“.
Colpito dall’ascolto del canto della musicista d’avanguardia Cathy Berberian (mezzosoprano che si esprimeva usando suoni onomatopeici e allo stesso tempo persino rigorosa interprete di musica antica; fu apprezzatissima per le doti vocali, tanto che scrissero appositamente per la sua voce molti compositori: Sylvano Bussotti, John Cage, Hans Werner Henze e Igor Stravinskij e Luciano Berio), si appassiona alle idee di compositori come Berio e Xenakis, ibridandole nel rock d’avanguardia sfruttando compiutamente la propria sconcertante estensione vocale.
Rispetto al folk-rock degli esordi il pubblico rimase scioccato da queste novità e lo criticò mostrando distacco e insensibilità, non era ancora formato, né pronto a recepire le concezioni avanguardiste offerte da Buckley, proprio come scrive Nietzsche nella premessa de L’anticristo; specialmente non era pronto per l’inquietante “Starsailor” e le trame free jazz, dominato l’albo dalla voce estremizzante di Tim, fatta inoltre di grugniti e lamenti mai sentiti prima.
La dicotomia armonia-melodia comincia a divenire oggetto di lacerazione nella vicenda personale di Tim, invischiato tra il carattere schivo nei confronti del mainstream e la potenza immaginativa piegata al volere sperimentare liberamente, per cui “Lorca” sarà l’esempio concreto di tale processo in atto, finché con “Starsailor” la linea adottata non diventerà inequivocabile ed esplicita. In “Lorca” la voce punta a scardinare, sovvertire con impeto i codici del canto per reinventarsi nella concezione atonale, fornendo istanze soniche cariche di pieni e vuoti, scatti e accelerazioni brucianti alternate alle soffuse riprese; lezione proficua di cui Peter Hammill si ricorderà. Ma soprattutto “Lorca” viene caratterizzato dalle incertezze e dagli sbilanciamenti scaturiti da questa nuova esigenza espressiva incontenibile.
A questo punto, Tim è straordinariamente lontano dal folk e dalla canzone, ha varcato le porte del già visto e del già sentito ed è risolutivamente pronto per l’avventura di rischiare tutto e solo su sé stesso, guidato dalla inarrestabile volontà. “Lorca“, quindi, rappresenta il raccordo fondamentale che asseconda la logica di tale evoluzione, cui “Starsailor” ne costituirà il compimento definitivo.
La crescita di Buckley è esponenziale e lo induce a rendere organico ciò che prima era solo invenzione, esperimento, prova, ponendosi al di là delle convenzioni, donando al suo lavoro un’impostazione definita e unitaria, fatta della materia di cui son fatte le stelle e che ai tanti sembrò un’operazione delirante; al contrario, questa pratica diventa fondamento appassionato dell’universo buckleyano, che si stacca in elevazione affermandosi sul fronte del connubio vita-arte ed estendendosi, innervandosi dentro il rock d’avanguardia, nella musica concreta e nella continuità intrapresa seguendo il filo del free jazz.
Si sente a pelle, a un non superficiale ascolto, il salto cosmico effettuato da Tim Buckley nella quasi totalità delle canzoni che costellano questo prodigioso album, così come sottolineano Healing Festival, Come Here Woman, Jungle Fire, alchè si può ben parlare di estremismo sonoro ed emotivo. L’artista si percepisce finalmente lontano da tutti i concetti e preconcetti formali, i modelli in voga, superando divinamente sé stesso nel seguire quella traiettoria che vive di incredibili modulazioni timbriche, irregolari, nervose, al limite di una concertata conflittualità, frutto di uno scontro che crea complessi panorami sonori, merito di cotanto regista che sa il fatto suo nel dirigere i musicisti, i quali giocano una parte determinante per l’affiatamento devoluto e la sensibilità tesa, connessa alle partiture buckleyane; fanno la differenza i fiati delle Mothers of Invention ospitati per l’occasione, i fratelli Buzz Gardner (tromba, flicorno) e Bunk Gardner (flauto, sax alto), preziosi nel trovarsi all’altezza della libera improvvisazione richiesta dalla particolare struttura dei brani.
Insieme a loro, John Balkin (basso e liriche), Lee Underwood (chitarra, tastiere, organo, piano elettrico), Maury Baker (percussioni, timpani), col lavoro in studio del tecnico e ingegnere del suono Stan Agol, già a lavoro col Zappa di quegli anni e con la James Gang. Della produzione è ovviamente responsabile Tim Buckley (voce, chitarra 6 e 12 corde), compositore con Larry Beckett, poeta e compagno di scuola che firmò i testi dei suoi primi due lavori, qui condivide la firma della metà dei brani e regala all’amico una canzoncina allegra, solare, d’altri tempi, dal titolo Moulin Rouge, cantata in francese, a testimonianza della versatilità nel cambio di registro e intonazione.
Dice Lee Underwood, compagno di Tim Buckley in 6 album e autore di una nota biografia sul cantante, Blue Melody: Tim Buckley Remembered, uscita per la Backbeat:
Con “Starsailor”, Tim ha creato una straordinaria combinazione di ritmi dispari, musica strumentale d’avanguardia e sorprendenti voli vocali a cui nessun altro si è mai avvicinato prima o dopo.
E aggiunge, circa la natura improvvisativa con cui è stato additato l’albo:
Tim ha dedicato molto tempo alla scrittura dei testi, e ancora di più a lavorare sui tempi dispari e su fattori melodici e armonici insoliti. L’improvvisazione è coinvolta nell’album da parte di Tim e anche degli altri musicisti, ma Tim ha messo in campo molta creatività consapevole prima ancora che lui e i musicisti entrassero in studio. Non si è trattato di un lavoro improvvisato. Tim ha lavorato su ogni aspetto duramente.
Alcune menzioni sono dovute: alla splendida Song to the Siren, memorabile la cover resa dai This Mortal Coil, che rifulge di sofferti echi marini, presi nei capovolgimenti di prospettiva tra marinaio e sirena; la filosofia dei sentimenti riecheggia nell’afflato di una ballata ricca di riverbero e solitudine; e alla title-track, connotata da un clima straniante e che si addentra in ambienti psichedelici, quanto vicini alla musica seriale.
E ancora: da una ristampa CD su Enigma di fine anni Ottanta, fuori catalogo, appaiono quelle che sembrerebbero essere “note del compositore” autografe, che spiegano questo fantastico brano:
Struttura armonica: una serie di linee vocali orizzontali viene improvvisata in almeno tre registri, il cui effetto verticale è costituito da cluster di toni atonali e contrappunto aritmico. Esecuzione: la melodia scritta deve essere cantata, dopodiché le linee del testo devono essere riordinate a piacimento e cantate sulla melodia improvvisata, sfruttando l’opportunità di quarti di tono, lunghezze di terza nota e tempo flessibile.
È così che ci sapemmo consci di aver vissuto la sensazione intensa di un capolavoro di indiscussa e inusitata bellezza.