Il 4 novembre 1970 David Bowie pubblicava negli Stati Uniti The Man Who Sold the World, un album cupo e visionario che segnava la sua prima, vera metamorfosi. Aveva ventitré anni, si era appena sposato con Angela Barnett e viveva a Haddon Hall, una villa vittoriana trasformata in rifugio creativo insieme a Tony Visconti e Mick Ronson. In quel periodo sembrava più spettatore che protagonista, mentre i due costruivano un suono nuovo: denso, tagliente, quasi hard rock. Era la fine dell’innocenza folk di Space Oddity e l’inizio di qualcosa di completamente diverso – il Bowie più terreno e potente che si fosse mai sentito, un’anticipazione di ciò che, vent’anni dopo, tornerà con i Tin Machine.
Per la prima volta si confronta davvero con le proprie ombre. Quelle familiari – il fratellastro Terry, ricoverato al Cane Hill Hospital – finiscono dritte al centro di The Width of a Circle e soprattutto di All the Madmen, dove l’idea che “fuori” siano i matti e “dentro” i sani viene ribaltata con gusto quasi punk, anni prima del punk. È la stessa Londra che rinchiude le fragilità negli ospedali psichiatrici e che lui trasforma in teatro di identità fratturate, doppi, allucinazioni. Qui nasce il tema che lo accompagnerà a lungo: “chi è il vero me?”, portato fino al paradosso nel brano che dà il titolo al disco.
La title track oggi la conoscono tutti anche perché i Nirvana l’hanno riportata in vita nell’”MTV Unplugged” del ’94, al punto che Bowie si divertiva a raccontare di ragazzi convinti che fosse una canzone dei Nirvana. Ma nel 1970 era l’episodio più enigmatico del disco: un uomo che ne incontra un altro sulle scale e scopre che quello è…lui. È un dialogo col proprio avatar, o con la parte che “non ha mai perso il controllo”. È anche il momento in cui Bowie mette in scena il suo talento teatrale dentro una canzone rock, senza bisogno di costumi o palchi, solo con eco, riverbero e quella voce sospesa che Visconti gli costruisce intorno.
Tra i brani “minori”, Saviour Machine è fantascienza paranoide, quasi proto-cyberpunk; She Shook Me Cold il suo flirt più spinto con l’hard rock britannico; The Supermen chiude tutto in modo epico e bizzarro, tra mitologie personali e suggestioni à la Nietzsche. È un Bowie che prova le maschere che metterà a fuoco in “Hunky Dory” e poi esploderà in “Ziggy Stardust“, mentre costruisce anche la propria immagine: dalla copertina americana disegnata da Michael Weller, cupa e disturbante, alla versione britannica in cui posa in abito da donna su una chaise longue. Più che provocazione, è la nascita di un linguaggio che fonde ambiguità e libertà.
All’inizio il disco passò quasi inosservato. Pubblicato dapprima sul mercato americano e solo l’anno successivo distribuito nel Regno Unito, privo di veri singoli e di una promozione all’altezza, finì per restare nell’ombra. Solo quando esplosero “Hunky Dory“, “Ziggy Stardust” e poi “Aladdin Sane“, la critica e il pubblico tornarono indietro per riscoprire quanto dirompente fosse stato quell’esperimento.
Cinquantacinque anni dopo, “The Man Who Sold the World” rimane il punto di svolta tra il trovatore spaziale e l’alieno glitter, tra l’istinto e la consapevolezza del personaggio. Fu allora che David Bowie capì che perfino il suo riflesso – quello che ti guarda dalle scale e dice di conoscerti – poteva trasformarsi in musica.