Ho un solo problema con gli Happy Mondays e con il loro terzo album, che altrimenti adoro e considero una delle cose migliori che abbiano prodotto gli anni ’90. Il mio problema è Bez, ben noto membro della band di Manchester, anzi, forse il più noto dopo il cantante Shaun Ryder. Il suo ruolo nel gruppo fa parte di quei misteri del rock’n roll che mai si comprenderanno del tutto. Un pò come Peter Sinfield, paroliere dei King Crimson, da alcuni fan amato, da altri molto meno. Ossia: se stiamo parlando, come stiamo parlando, di un gruppo musicale, che senso ha accreditare qualcuno come membro del gruppo, se quel qualcuno non da alcun contributo musicale? E passi per Peter Sinfield che comunque scriveva i testi che, insomma, un certo peso nel prodotto artistico finale pur hanno. Bez quel che faceva è ballare e così veniva accreditato: ballerino. Fin qui, si potrebbe dire, “va beh ballava, a me che ascolto la loro musica da casa e che non sono mai stato ad un loro concerto cosa cambia?” Nulla, in effetti. Salvo che poi la curiosità fa fare sempre tanti errori e quindi ti vai a cercare un video di 30 anni fa per capire cosa effettivamente “facesse” Bez sul palco. E dopo che lo hai visto non potrai più scordarlo e ogni volta che ascolti gli Happy Mondays quelle immagini possono tornarti su.
Ora, io capisco ed empatizzo con l’avanguardia artistica che, per definizione, inventa sempre cose nuove ribellandosi o semplicemente infischiandosene della tradizione e quindi pensa di fare una cosa fighissima mettendo un individuo qualunque a dimenarsi sul palco, senza alcuna grazia, pensando che questa sia una cosa significativa per veicolare il “messaggio artistico” della band. Capisco tutto. Capisco anche che era l’epoca del “baggy”: uno stile che includeva il vestire, ballare e fare musica in un certo modo. Ma il risultato, qualche decennio dopo, è comunque imbarazzante. Eppure, a quanto pare, il leader Shaun Ryder ci teneva molto a Bez, al punto che continuò a “lavorare” con lui anche dopo la dissoluzione del gruppo. Per cui, devo farmene una ragione: Bez era lì, tutte le sere in tutti i concerti. E chissà cosa facesse in studio mentre registravano i dischi, immagino si dimenasse allo stesso modo. Ma non voglio pensarci, per non rovinarmi l’ascolto di “Pills ’n’ Thrills and Bellyaches”.
Il disco rappresenta l’apice della parabola degli Happy Mondays, con risultati, pure sul piano commerciale, mai visti e ripetuti per il gruppo: un quarto posto nelle classifiche britanniche e un disco di platino. Uno dei dischi simbolo della cosiddetta scena “Madchester”, della quale Happy Mondays e Stone Roses furono i portabandiera riconosciuti. Con queste due band, la scena assurse alla gloria e con queste due band successivamente e in pochi anni declinò. Erano gli anni della house e degli “acidi”, del ritorno della psichedelia. E qualche giovane innamorato del rock’n roll pensò bene di conciliare il suo amore di base con la nuova moda. Una roba analoga fecero gli scozzesi Primal Scream, un anno dopo, con il seminale Screamadelica del 1991, baciato da enorme successo (due volte platino in UK). Loro non erano di Manchester, ma da “Madchester” si fecero senz’altro influenzare nel mettere a punto il capolavoro della loro carriera e di tutto il movimento “indie dance” degli anni ’90.
Ma torniamo a “Pills ’n’ Thrills and Bellyaches” che, in realtà è un disco più solido di Screamadelica. Dieci tracce una migliore dell’altra. La mia preferita potrebbe essere “Step On”, ma mi emoziono anche quando parte l’iniziale Kinky Afro, o l’accoppiata finale “Holiday” / “Harmony”. Il quintetto (tolto Bez) di Manchester è accompagnato dal percussionista Tony Castro e dalla cantante Rowetta. Il primo contribuisce a quel senso di stranamiento tipico della musica “psichedelica”: puoi stare in un rave di Manchester ma se ascolti le percussioni potresti anche stare da qualche parte in Africa o in America Latina. Ancora più importante, a sua volta, il contributo di Rowetta: si sente bene nel ritornello di “Step On”, il singolo di maggior successo della storia della band a cui conferisce un’aura e un tiro black dal carisma indiscutibile. Rowetta sarebbe rimasta a collaborare con la band anche in tournée fino al 2024, quando si ritirò e successivamente accusò Shaun Ryder di averla picchiata e stesa a terra diversi anni prima, minacciando azioni legali i cui esiti disconosco. Qualunque sia la verità, c’è comunque una coerenza con la travagliata storia di Ryder, costellata da molta droga e battaglie di sopravvivenza personale.
Tornando a “Step On”, sottolineerei come si tratti della cover di un brano del 1971 di John Kongos, artista bianco sudafricano anti-apartheid, famoso ai suoi tempi anche per “Tokoloshe Man”, altra traccia coverizzata dagli Happy Mondays in occasione di “Pills ’n’ Thrills and Bellyaches”, anche se fu poi esclusa dall’album originale. Questa attrazione verso la “world music”, come si chiamava in quegli anni, riporta dunque gli Happy Mondays nel grande calderone dei discepoli dei Talking Heads. Alla fine “Pills ’n’ Thrills and Bellyaches” è sempre il post punk che reinventa se stesso e lo fa ancora oggi, che quasi sono passati 50 anni dall’apparizione delle “teste parlanti”.
“Pills ’n’ Thrills and Bellyaches” è l’apice raggiunto da un gruppo di giovani sbandatelli, cresciuti in una epoca creativamente fertile per la loro Manchester, la terza città del Regno dal glorioso passato industriale. Un’epoca che durò poco e di cui oggi pochi hanno memoria, ma che sembrava in quei primi anni ’90 di ottimismo globale (con le dittature comuniste appena crollate e la tensione militare della guerra fredda svanita) dirci che potevamo divertirci e perderci in certi suoni, in certi balli, senza doverci preoccupare del domani. Un “carpe diem” lisergico, musicale e pienamente edonista che non prevedeva sensi di colpa, nemmeno per il fatto di rovinare tanta bella musica facendoci ballare sopra Bez. Che poi, alla fine, va bene pure quello, perché era solo un atto di libertà. Com’è cambiato il mondo, 35 anni dopo.