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Back In Time

“Another Green World”: un Brian Eno minimale eppur così accessibile

“Another Green World”, uscito il 14 novembre 1975, viene spesso ricordato come il disco con il quale Brian Eno comincia a praticare il minimalismo musicale anticipando l’ambient music che avrebbe poi lanciato definitivamente solo un mese dopo a dicembre, allorché pubblicherà “Discreet Music“. Ma “Another Green World” è un’altra cosa. La musica d’ambiente è impalpabile, non descrive nulla, si limita ad accompagnare l’ascoltatore affaccendato in altre faccende. Sembra non richiedere alcuno sforzo e attenzione, ma in realtà non è una roba per tutti.

Another Green World” si muove in altro territorio e si capisce già dall’inizio. Le prime due tracce, a sorpresa, sono sostanzialmente “jazz-rock”: Sky Saw e Over Fire Island. Forma musicale che in quegli anni andava di moda, ispirata dalle avventure di mostri sacri del jazz come Miles Davis (“Bitches Brew“) e Chick Corea (“Return to Forever“). Tanto che la sezione ritmica è affidata a due virtuosi come Percy Jones e Phil Collins, che all’epoca militavano nei gloriosi Brand X, innovativa band inglese di “jazz rock” che non avrebbe mai raggiunto la fama che si meritava. Jones al basso “fretless” (senza tasti, raffinatezze dell’epoca) dirige le danze con quel suo stile esuberante; Paul Rudolph ne sostiene il divagare con un basso più tradizionale; mentre Phil Collins (sì, quel Phil Collins) rulla come sa fare lui e Brian Eno disegna paesaggi con le chitarre e i synth. Nella prima traccia partecipa anche il grande John Cale con la sua iconica viola. 

Due tracce per poco più di 5 minuti di musica, originale nella composizione e nell’esecuzione, ma che costituisce un episodio a parte nel disco e, in qualche misura, nell’intera discografia di Brian Eno. Già con St. Elmo’s Fire si torna invece in un territorio più vicino all’art-pop dei precedenti dischi dell’artista inglese: una delle sue più belle canzoni di sempre, impreziosita particolarmente da uno struggente assolo di Robert Fripp.

Appena tre minuti di questa bellezza ed ecco subito che Brian Eno entra in un nuovo territorio, non meno bello. In Dark Trees e The Big Ship sono strumentali in cui il nostro suona tutto da sé, producendo due affreschi minimalisti e immaginifici: gli “alberi scuri” e la “grande nave” appaiono chiaramente davanti agli occhi dell’ascoltatore stupefatto. Bozzetti, sempre brevi (2-3 minuti), ma che rimangono impressi nella memoria, dopo avere sfondato i limiti della percezione auditiva per imporsi oltre i 5 sensi.

I’ll Come Running torna alla canzone. È un art pop già provato da band come i Beatles o i Beach Boys ma che, prima del 1975, non aveva mai raggiunto questo livello di perfezione, nella sua semplicità. È di nuovo Robert Fripp a trovare l’assolo perfetto, qui in versione “contenuta”, secondo le note di copertina. Che invece, nel caso di St. Elmo’s Fire parlavano di “chitarra Whimshurst”, dal nome di un generatore elettrostatico del quale, secondo le indicazioni di Eno, Fripp avrebbe dovuto imitare le scariche elettriche. In realtà, riascoltando i due assoli oggi, la differenza è sottile ed in entrambi i casi si può tranquillamente urlare al capolavoro. Con il senno del poi, si possono anche riconoscere in queste note frippiane e nel suono ideato per l’occasione, le prove generali per il suo lavoro con Bowie e la celeberrima Heroes, due anni più tardi. 

Tornando a “Another Green World”, il disco prosegue con un altro bozzetto pittorico: la title track che chiude il primo lato del vinile. Cosa sia “un’altro mondo verde” non lo sa nessuno e tantomeno Eno che per scrivere i testi usava una tecnica di libere associazioni. Tuttavia, se vogliamo avere una idea di cosa potrebbe essere, possiamo ascoltare questa breve traccia di un minuto e mezzo, potentemente descrittiva malgrado l’impalpabilità del suo oggetto. La successiva Sombre Reptiles è il momento forse più alto di questa carrellata di tracce “fotografiche” ancorché talora astratte: ma i “rettili cupi” compaiono anche loro lì, davanti a chi ascolta, qualunque cosa siano. Va ancora meglio con Little Fishes: stesso metodo e concetto, con Brian Eno da solo che spennella sulla tela bianca le immagini dei pesciolini per noi. Tutte queste tracce “fotografiche” rendono al massimo, va detto, se suonate ad alto volume.

In Golden Hours Eno torna a cantare e a farsi accompagnare da Fripp alla “Wimborne Guitar”. Cosa ciò voglia dire sembra avere a che fare con il luogo di nascita del chitarrista: Wimborne Mister, nella regione del Dorset in Inghilterra. Fatto sta che ci troviamo di fronte ad un assolo forse più convenzionale, anche nel suono, composto da scale eseguite ad una certa velocità. Ugualmente rimane impeccabile il risultato armonico finale nell’economia della canzone, altra perla “art pop” completata dalla viola di John Cale

Tornano i bozzetti solisti di Eno con “Becalmed”. Qui il nostro gioca con lo studio di registrazione e, come fecero i Pink Floyd di Echoes, crea un suono particolare facendo scorrere il segnale del microfono del pianoforte attraverso un altoparlante Leslie. Il risultato, con l’aiuto di una cascata di sintetizzatori è, manco a dirlo, quella sensazione di bonaccia e staticità evocata dal titolo. 

Ed ecco che su Zawinul/Lava tornano anche Jones e Collins. I quali però non si danno a nessuno dei loro abituali virtuosismi e si contengono nello stile minimale e pittorico di buona parte dell’album. Anche se suscita curiosità la prima parte del titolo, che sembra riferirsi ad un altro grande virtuoso del “jazz-rock”: Joe Zawinul, glorioso tastierista dei Weather Report.

Il disco si avvicina alla fine e con Everything Merges with the Night Eno, accompagnato qui da Brain Torrington piano e basso, sembra voler tirare le somme: una canzone minimale con un piano e una chitarra evocativi. Quest’ultima suonata allo stile di Fripp, ma da Eno stesso che non fa affatto rimpiangere il maestro di Wimborne Mister. Per poi mettere una pietra sopra al disco con la traccia più minimale di tutte: Spirits Drifting, anche perché non viene in mente nulla di più scarno di un’accozzaglia di “spiriti alla deriva”. 

Riguardandomi indietro, mi pare di aver descritto un disco incoerente, composto da alcune direttrici: l’art pop, il jazz rock, il descrittivismo minimale, che si intersecano ma non s’incontrano.  Mentre in realtà non è così. Perché, ricomponendo i vari pezzi del mosaico, osserviamo che il jazz-rock di Sky Saw è al tempo stesso una traccia evocativa (la “sega”, che sia o meno “del cielo”, si sente chiara e forte) e melodica. Oppure che Over Fire Island è sì “jazz-rock” ma parecchio minimale, se comparata ai citati Brand X ad esempio. Lo stesso art-pop “perfetto” di cui sopra, non manca di momenti virtuosi (Fripp), né di forza visuale. Il minimalismo è dappertutto nel disco e, sembra fatto apposta, puoi sentirlo avanzare nel corso dello stesso: le tracce iniziali sono più dense, mentre nel secondo lato le cose si fanno via via sempre più rarefatte.

Dunque, ad orecchie un minimo scafate, “Another Green World” suona come un continuum di 40 minuti: un unico linguaggio che evolve nello scorrere dei solchi, malgrado il suo continuo spezzettamento in 14 brevi tracce. Ma “Another Green World” è un disco in realtà accessibile anche ad orecchie non scafate, le quali magari non sanno vedere il filo rosso che attraversa l’intera opera, ma godono comunque dei tanti momenti musicalmente elevati che la compongono. Che sia il ritornello orecchiabile e cantabile di I’ll Come Running, o la enorme sagoma di una nave che arriva in porto facendo ombra agli astanti, così splendidamente “descritta” in The Big Ship. In ogni caso, che siano ascoltatori più o meno sofisticati, pensando che il disco e’ uscito 50 anni fa oggi, tutti potranno concordare su quanto Brian Eno fosse incredibilmente in anticipo sui tempi: a tutt’oggi, “Another Green World” rimane inimitabile e ineguagliato da chiunque, nella sua minimale fruibilità.

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