Il fuoco, questa volta, non scoppia: serpeggia. Parte dalla chitarra di Ghigo Renzulli nell’attacco di El Diablo e in pochi secondi cambia la temperatura del rock italiano. È novembre 1990, i Litfiba fanno uscire per CGD “El Diablo” e scelgono di lasciare alle spalle l’ombra new wave per una fase più carnale, più mediterranea, più da palco. È il disco che inaugura la loro stagione degli elementi: quello del calore, dell’accensione.
La title track mette subito le cose in chiaro: invece di prendersi sul serio come rock maledetto, i Litfiba si divertono a ribaltare l’etichetta di gruppo diabolico che in quegli anni veniva appiccicata con troppa facilità. Quel ritornello da rito collettivo, il canto di Piero Pelù che guida e non predica, la chitarra che gira come una frusta: è un invito a stare dentro al suono, non a guardarlo da fuori.
Rispetto alla triade “Desaparecido“, “17 Re” e “Litfiba 3“, qui il baricentro è un altro: meno testa, più pancia. Le chitarre graffiano, le percussioni spingono in avanti, i cori allargano il pezzo invece di chiuderlo. È merito anche di una formazione larghissima: oltre al nucleo Pelù–Renzulli con Antonio Aiazzi alle tastiere, ci sono Roberto Terzani al basso, Daniele Trambusti alla batteria, Candelo Cabezas a dare il colore percussivo e Federico Poggipollini alla chitarra ritmica; in regia Alberto Pirelli tiene tutto serrato agli Al Capone Studios di Arezzo. Ne viene fuori una band unica, sudata e precisissima nello stesso momento.
Dentro il disco c’è anche il pezzo più intimo che i Litfiba di quegli anni potessero scrivere: Il volo, pensata guardando alla scomparsa di Ringo De Palma (1° giugno 1990). Non è una ballata piagnona: è il modo in cui una band dice “continuiamo” senza smettere di ricordare. Ragazzo fotografa invece l’irrequietezza di chi è giovane in un’Italia già storta, mentre Woda-Woda prende una parola straniera e la trasforma in canzone di viaggio, con le percussioni che muovono il brano più del testo e fanno pensare a un Sud del mondo che bussa alla porta. Proibito è il pezzo dove si sente di più la vena polemica: un mondo pieno di divieti è il posto ideale per far saltare i divieti.
Quello che tiene insieme tutto non è il concept del fuoco, ma l’idea che la liberazione passi prima dal corpo e poi dalle parole. Le voci si incastrano, la chitarra non sta mai ferma, il basso di Terzani costruisce un’andatura quasi danzata: è rock, ma vuole che tu ti muova, non che tu stia lì ad annuire. È anche il motivo per cui, a differenza di altri dischi dell’epoca, questo sembra già pensato per la dimensione live.
Il finale con Gioconda e Resisti rimette sul tavolo proprio questo: zero pose, zero indietreggiamenti, il gusto di far convivere rabbia e sensualità senza addolcire niente. In un’Italia che all’inizio dei Novanta guardava al rock con diffidenza, i Litfiba risposero con la soluzione più semplice e più efficace: far vedere che quel suono poteva essere un rito popolare, non una moda importata. Non cercavano l’approvazione, pretendevano coinvolgimento.
Alla fine resta l’immagine di una sala lucida di sudore, luci rosse e mani alzate. In mezzo, Pelù che non canta ma convoca, e Renzulli che incendia l’aria. È tutto lì il segreto di “El Diablo“: un disco che non ha bisogno di passato perché continua a succedere ogni volta che parte il primo riff.