Nel novembre del 1975 il rock inglese stava tirando il fiato: il glam aveva perso smalto, il prog si era ingolfato e l’hard rock non bastava più. In quel vuoto entrarono i Queen con un’idea sfrontata: fare un disco che valesse più di quello che avevano in banca.
Il loro quarto album, “A Night at the Opera“, uscì nel Regno Unito tra il 21 e il 28 novembre 1975 per EMI e arrivò negli Stati Uniti il 2 dicembre via Elektra. Il paradosso è che la band, in quel momento, era quasi al verde: il vecchio rapporto con la Trident di Norman Sheffield li aveva lasciati esposti e il nuovo management doveva ancora rimettere in ordine i conti. Eppure scelsero comunque di fare quello che all’epoca fu considerato l’album più costoso mai registrato in UK.
Per realizzarlo si spostarono da uno studio all’altro per quasi tutto l’autunno, lavorando con Roy Thomas Baker tra Rockfield, Trident e le principali sale londinesi. Non c’era un solo luogo, ma un’ossessione: costruire un album in cui potesse convivere tutto. Strumenti non rock, sezioni vocali a strati, arrangiamenti pensati come piccole architetture. Dentro questo contesto esplode Death on Two Legs (Dedicated To…), non solo un ottimo inizio ma un atto d’accusa esplicito contro Sheffield: un pezzo che sembra hard rock ma in realtà è teatro cattivo, con Freddie Mercury che sputa ogni sillaba come se fosse l’ultima. È il modo in cui i Queen dicono: questa volta decidiamo noi.
Da lì il disco si allarga. Brian May, Roger Taylor e John Deacon seguono Mercury in una corsa senza un genere solo: il music-hall raffinato di Seaside Rendezvous e Lazing on a Sunday Afternoon, la fantascienza malinconica di ’39, la confessione quasi cameristica di Love of My Life. E poi c’è lei, Bohemian Rhapsody: sei minuti che non assomigliano a nulla di quello che nel 1975 passava in radio, una costruzione a blocchi che alterna pianoforte, coro operistico e chitarra fino all’esplosione finale. Più che la canzone che cambiò tutto, è il brano che condensa in una sola traccia la personalità dell’intero album.
“A Night at the Opera” è anche la prova di quanto i Queen amassero lo studio quasi quanto il palco. Lavorando su registratori a 24 piste poterono duplicare voci e chitarre e spingere le armonie dove volevano. È così che un album di dodici tracce può sembrare una colonna sonora intera: perché dentro ci stanno vaudeville, pseudo-opera, folk, swing e rock senza che nulla si stacchi dal resto. Dopo Sheer Heart Attack (1974), il primo vero colpo internazionale grazie a Killer Queen, questo disco li consacra definitivamente: numero uno in UK, numero quattro negli USA, ingresso stabile tra le band di prima fascia.
Il disco mostra bene le due facce del gruppo: la teatralità che cerca il colpo di scena e la vulnerabilità che non ha paura di mostrarsi. The Prophet’s Song è una cavalcata visionaria; You’re My Best Friend, scritta da Deacon, è pop solare; Love of My Life è il pezzo che i fan hanno continuato a chiedere per decenni. Persino Sweet Lady, spesso considerata meno brillante, ha una funzione: ricordare che questa resta una rock band e non solo un laboratorio di stile. E la copertina bianca con il logo disegnato da Mercury chiude il cerchio: regalità, ma con il sorriso.
“A Night at the Opera” non appartiene al passato, ma a chi non ha mai smesso di cercare dischi capaci di spiazzare. È l’esempio perfetto di come si possa essere monumentali senza perdere leggerezza, folli senza perdere controllo. Ogni ascolto è un promemoria: il rock sopravvive solo quando trova il coraggio di esagerare.