Arrivai alla pensilina nel primo pomeriggio. In giro non c’era anima viva, forse era la giornata più calda dell’anno e non si sentiva nemmeno il solito vociare dei muratori che di solito arrivava, croccante e intossicata, dalla trattoria del paese. Non era di quelle pensiline come ce ne sono in città, tutte di plastica, unte e rovinate dalle persone e dal tempo che scorre. Era costruita come uno chalet, con i travetti in legno massello e il tetto di piode. Al suo interno, non c’erano le solite panchine sgangherate, ma due lunghe sedute in pietra, rivestite anch’esse di legno. Legno scurissimo. Era una casetta, insomma. Una casetta di montagna fatta e finita, aperta sui due lati più lunghi. Il piazzale dove fu costruita era il piazzale delle corriere, e io stavo per prenderne una. Una corriera blu scuro che avrebbe riportato in città per qualche giorno, per sbrigare delle commissioni con i miei e andare dal dentista. Mi toccai nelle tasche dei pantaloni lunghi perché si viaggia sempre con i pantaloni lunghi, anche se fa caldo. Il biglietto era un biglietto come quello dei treni, beige con le rifiniture azzurre, che comprato in tabaccheria.
Era l’estate del 1995 e non avevo mai viaggiato da solo. Al massimo andavo a scuola prendendo l’autobus arancione assieme a tanti miei simili, quando pioveva, in città. Lo vedevo svoltare dal semaforo sotto al Baluardo, carico e traballante. Ci salivo, accalcandomi sul marciapiede assieme agli altri ragazzi della mia via che lo aspettavano lì. Percorrevamo quei chilometri assieme, sbraitando, ed era come andare in gita.
Non sapevo nemmeno cosa facesse, la gente, mentre viaggiava da sola. Leggeva, ascoltava musica. Avrei fatto anch’io così. Da un lato, non vedevo l’ora, di intraprendere quel viaggio di quattro ore totalmente da solo. Dall’altro, avevo il timore di sbagliare qualcosa. Non dipendeva da me, dovevo solo cambiare mezzo alla stazione della cittadina di fondovalle, era un compito abbastanza semplice da svolgere.
Non ricordo che libro stessi leggendo in quel periodo, ma concentrarmi su una qualsiasi trama era impossibile. Avevo peraltro deciso di ascoltare, finalmente, una cassetta che avevo appena copiato da un’altra cassetta, che era arrivata per vie traverse ad un mio compagno di classe che me l’aveva passata dato che non gli piaceva poi molto. Ci eravamo visti proco prima che iniziassero le vacanze estive e in un pomeriggio la copiai. Mi fermai al supermercato davanti a casa a comprare il solito pacchetto di TDK vergini da quarantasei minuti e mi misi all’opera. Mio padre dormiva, smontando dal turno di notte, così non ascoltai il disco per intero, durante la copiatura. Andai a spanne, facendo attenzione a non far troppo baccano durante le operazioni di stop e rec., e il giorno dopo riconsegnai al mio compagno di classe la cassetta. Lagwagon, “Hoss”.
“L’hai ascoltata? Molto particolare. Non mi prende molto.” Mi disse.
“Non ancora, oggi mi ci metto di sicuro.”
Mi dimenticai e passò più di mese.
L’introduzione di basso di Kids Don’t Like to Share, quel giro che sembra abbandonato a sé stesso, arrivò strisciando non appena la corriera si lasciò alle spalle le prime case del paese. “And now you’re searching for that new messiah. It’s your greatest passion“. I cambi di tonalità di Joey Cape iniziarono inesorabilmente a coprire il fruscio primordiale di quella TDK, che non riusciva a medicare la qualità della registrazione tape su tape del mio stereo e Violins, l’unica canzone che sino ad allora conoscevo dei Lagwagon, esplose di colpo. Cantata tantissimo, gridata in un ritornello che non è un ritornello e su strofe che sono, in realtà, ritornelli. Era un disco punk. Un disco punk colorato, elegante e registrato, finalmente, per i kids. Diverso dal punk che ascoltavo al parco, al punk rock di cui mi parlavano i ragazzi più grandi, quelli che indossavano le Converse All Star e si riempivano di spillette. Che ti volevano dare lezioni, che ti giudicavano perché i gruppi americani non si ascoltano ed esistono solo gli italiani e gli inglesi. Shave Your Head e Sleep, invece, incanalano la sofferenza in un’esistenza comune, in un disagio che si riflette quotidianamente nelle nostre azioni, giuste o sbagliate che siano. Partendo da un’iniziale vergogna, il blocco espressivo che attanaglia i cosiddetti kids degli anni novanta viene sviscerato con forza, sino ad arrivare ad una presa di coscienza globale. Black eyes parla di ricordi che primo o poi riaffiorano e Bro Dependent spiega chiaramente cosa significhi abusare di alcol e droga: come ci si comporta, cosa si provi nei confronti delle altre persone. È una canzone che parla di sinestesie. Figli del loro tempo, i Lagwagon scrivono Sick, trasportandoci in un mondo di solitudine e rabbia inesplosa, che nella veloce ripetizione di “If I say it again, can I kill it” esprime una foga suscettibile e del tutto inesplorata.
Per la prima volta, nella mia adolescenza, non mi sentii solo. Anche se fisicamente lo ero, in quelle quattro ore di viaggio, in mezzo a gente che non conoscevo. Avvertii la necessità di condividere parole, testi, visioni del mondo. Senza la paura di essere inappropriato. Fu il primo disco che imparai a memoria, parola per parola, pausa per pausa, strofa dopo strofa. Altro che punk italiano, altro che chiodi e creste.
Iniziai di colpo ad abbandonare gli ascolti che mi avevano accompagnato sino ad allora. Comprai due copie del numero di Rock Sound contenente una loro intervista per poter ritagliare la foto di loro su un divano ed appenderla in cameretta. Copiai l’abbigliamento estivo del chitarrista quello alto, Airwalk comprese. Le Airwalk nero-verdi con la A che era una chiocciola, lacci neri e suola bianca. Stavo malissimo, sembravo un clown. Comprai il disco, di “Hoss”. Formato CD, da un catalogo estero. Il pacchetto arrivò in Posta Centrale e non avevo i soldi per lo sdoganamento con me, sedicimila lire. Tornai a casa, li presi al volo e ritornai, perché non potevo aspettare. Rimasi quasi deluso dalla sua copertina, con quel personaggio che non avevo ancora collegato al titolo ma che si vedeva girare in televisione quando ero bambino, protagonista di una serie Tv americana che non avevo mai capito di cosa parlasse, se di cowboy o cosa. Iniziai ad informarmi sui gruppi che venivano ringraziati nel disco e iniziai ad ascoltarli in massa.
Su quel pullman blu di linea, che trasportava persone così distanti da me per età e vita quotidiana, capii che il timore di sbagliare fosse qualcosa di più vasto, di più esistenziale. Non si parlava più di allenamenti di calcio, compagni di classe antipatici, brutti voti o capricci: era l’inadeguatezza, ad essere alla base di tutto. Capii che non c’era tempo per fare esperimenti, anche se ero ancora giovanissimo.
Mi ritrovo quindi, trent’anni dopo quell’estate e quel viaggio, a riascoltare “Hoss” in novembre, scrivendo questo pezzo, cercando di superare la consuetudine dell’umidità che trasuda dalle campagne, che stanca i cespugli e la terra, che sporca i marciapiedi e i capelli. È strano ascoltare quelle stesse canzoni, ora. Non mi è mai parso un disco da freddo, da novembre. Il mio ricordo è legato a quell’estate e a quel viaggio, con gli operai accaldati e già stanchi ancora prima che il loro turno in Montedison avesse inizio.
Ed alla scritta che incisi, con il coltellino svizzero prestatomi da un ragazzo molto più grande di me, l’ultimo giorno di vacanza, quell’estate, su quella seduta di legno massello della pensilina per i pullman blu: “Lagwagon – Everyone forgets”.