Krano mette la firma su “Le città di pianura (colonna sonora originale)”, dell’omonimo film di Sossai, acclamato come rivelazione a Cannes e in altri festival internazionali.
Il cantautore veneto, scelto per realizzare la colonna sonora di un’opera cinematografica che racconta la sua regione, propone qualcosa di differente rispetto a quanto siamo solitamente abituati ad ascoltare in Italia. Krano scrive un totale di quindici tracce che vanno dal folk contemporaneo al post-rock, un mix di chitarre, suoni ambientali, voci distanti e testi in lingua veneta. E già quest’ultimo elemento originale, considerando come certi dialetti non hanno la stessa popolarità che hanno altri quando vengono utilizzati in musica. L’autore non è nuovo a questo tipo di sperimentazioni, perché quello di Krano è un percorso che esplora le sonorità underground a partire da “Requiescat In Plavem”, passando per “Lentius Profundius Suavius”, fino a quest’ultimo lavoro. Trattandosi ovviamente di una colonna sonora, le singole tracce sono funzionali alle scene raccontate nel film. Gueramamatera è un brano che riprende i canoni sonori tipici del post-rock, tra i quali lunghi pedali di chitarre distorte, ritmo lento e melodie di voce inghiottite dalla strumentale. Questo tema accompagna i protagonisti nel loro viaggio notturno e alcolico lungo strade venete. Non mancano dunque i richiami sonori a una certa psichedelia, e il risultato finale sembra quasi un’allucinazione musicale. Si alternano poi pezzi decisamente più folk, chitarristici, come More Film e Ti. In quest’ultimo l’utilizzo del dialetto veneto si fa più presente, anche se in termini di mix a prevalere sono gli strumenti a corde e il rullante della batteria.
Un’altra traccia sperimentale è Strachet, anche questa dallo stile allucinato, a enfatizzare i momenti di svarione alcolico dei protagonisti del film. Ma il tema principale è Workaholica, una canzone dal ritmo blando in cui le chitarre duettano tra loro tra distorsioni e bending. Qui emerge l’interpretazione di Krano, che con un canto quasi completamente sbiascicato conduce, oltre che la canzone, la storia che viene raccontata nell’opera di Sossai. Altro pezzo da segnalare è sicuramente Va Pian, avvertimento intonato dalla voce riverberata e distante di Krano: è l’armonica a dare però il tocco poetico. Il brano poi prosegue con un ensemble di batteria, basso e fischiettii, per poi tramutarsi in altre scene completamente diverse, toccando sonorità più garage, per un totale di quasi undici minuti. Di Coparse ci sono due versioni, una acustica mentre l’altra vede l’utilizzo di sintetizzatori, spezzando il fil rouge sonoro. In La Ninna Nanna invece prendono la scena gli organi, sviluppando un’armonia per niente banale.
Krano con “Le città di pianura (colonna sonora originale)”, definisce forse un genere, o perlomeno lo porta in Italia, proponendo con la sua musica che alterna momenti cantautorali a fasi distorte, sporche, allucinate. È un folk che ha elementi ambient, post-rock e psichedelici, riprendendo la tradizione americana anni ’70 del genere. È un lavoro davvero interessante, come il film stesso. È un rumore di fondo costante fatto di canzoni, che non prevale ma rimane nella testa.