Quando penso agli anni ’80, a quella musica così tanto criticata, classificata come plasticosa, finta, inutile e tanti altri aggettivi poco lusinghieri, mi chiedo: ma abbiamo ascoltato le stesse cose?
Non si tratta di essere presuntuosi, ma tante cose interessanti sono uscite, soprattutto nei primi cinque anni. Non dimentichiamoci che, buona parte degli artisti di quegli anni, si sono formati sulla scuola degli anni settanta e di quei gruppi e solisti tanto osannati.
Tra questi, senza dubbio, vanno annoverati i Tears For Fears di RolandOrzabal e CurtSmith. Il loro “pop” semplice nella composizione, ma ricco nello stile e pieno di testi interessanti e colti, ha caratterizzato un sound tutt’altro che plasticoso. Già con “The Hurting” avevano dato un’impronta interessante che diviene conferma con il successivo “Songs from The Big Chair”. Un disco che fa tesoro dello stile di Robert Wyatt e di un suono progressive, rendendo il prodotto finale non oscuro e introverso, ma, seppur trattando temi di alto interesse intellettuale e psicologico, fruibile e mainstream.
Un disco che è una vera seduta dallo psicanalista ed è proprio la psicanalisi alla base del gruppo, o in particolare di Orzabal, mente creativa e trainante del progetto. Nello specifico parliamo della psicanalisi di Arthur Jonal, autore dello Primal Scream. L’urlo Primordiale che serve a superare le paure e le ansie proprio con le urla. Scaricare fuori tutto ciò che ci blocca, che ci rende vittime di noi stessi e liberarci.
Si tratta di un lavoro pieno di hit radiofoniche, una dietro l’altra, che permettono al gruppo di doppiare il successo del precedente disco e di girare il mondo. Ma lo fanno con intelligenza, trattando temi importanti, intimi, sociali e politici con un sound leggero ma non banale.
“Songs from The Big Chair” è uno di quei dischi perfetti che bisogna avere e ascoltare con i testi alla mano (anche se nell’edizione in vinile dell’85 i testi non c’erano). La Big Chair, la grande sedia dello psicanalista del film Sybil del 1976, è l’ispirazione per il titolo definitivo del disco, che in origine avrebbe dovuto chiamarsi The Working Hour. Pubblicato il 25 Febbraio 1985, viene ristampato con una versione Deluxe per festeggiare i suoi primi quarant’anni.
La Universal si è sbizzarrita pubblicando una serie di edizioni speciali e limitate, un doppio Lp in vinile Transparent Red con artwork originale mai utilizzato e canzoni inedite, un’edizione deluxe di tre cd, un vinile azzurro trasparente e, infine, un picture disc. Si potranno ascoltare alcune B-side dei singoli, Sea Song, The Big Chair, Pharaohs, Empire Building, The Marauders e The Conflict.
Si potranno così scoprire e ascoltare sperimentazioni, idee e una creatività inaspettata. I suoni industrial di The Big Chair e Empire Building spiazzano l’ascoltatore che si aspetta la canzoncina pop da ascoltare in auto, mentre The Marauders è una dolce melodia che ben si presterebbe a colonna sonora di un thriller anni ‘90. Broken Revisited è un vero fiume in piena, ancora con richiami industrial e sperimentazioni, un vero viaggio sonoro. Mentre The Conflict è uno scherzo con drum machine e fraseggi ripetuti, The Working Hour sembra essere più una versione demo scarna e minimalista. Pharaohs è una delicata passeggiata sonora al pianoforte con richiami di Everybody’s Want to Rule the World, del quale è il lato B del singolo omonimo. Molto bella e delicata la versione extended della stessa Everybody’s Want to Rule the World, mentre quella di Shout miscela sapientemente industrial e voce filtrata.
Ma sono davvero tante le chicche che fanno parte di questo cofanetto. Le versioni remix, alternate ed extended che lo rendono veramente appetitoso regalando diverse ore di ascolto. È sorprendente, aggiungo, come da un disco di soli otto canzoni si sia riusciti a creare tanto materiale interessante.
Unica nota stonata o mancante, almeno per me, l’assenza di una versione live del disco, visto che il gruppo ha tenuto diversi concerti per promuovere il disco. Sarebbe stata una perfetta ciliegina su una gustosa torta.
Si tratta di una ghiotta occasione per ascoltare delle chicche e scoprire, o riscoprire, uno dei gruppi più rappresentativi di un decennio che meriterebbe maggior attenzione e soprattutto rispetto.