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Leatherette – Ritmo lento

2025 - Bronson Recordings
brit art rock

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Tracklist

1. Magic Things
2. Lovers Drifters Foreigners
3. Hey There
4. Anyway
5. Panic Attack
6. You Never Go Outside
7. Sorry
8. Cold Hands
9. Ritmo Lento
10. New Bay
11. Situationship
12. Get Stuck


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È novembre, il che significa appuntamento fisso con i Leatherette. Questa volta di anni ne sono passati due, da “Small Talk”, ma un appuntamento resta pur sempre tale. E chi sono io per mancare?

Se però cercate la continuità, l’ovvio, se credete di trovare quel che già c’era, beh, in questo caso sbagliereste. Di grosso, anche. Come da titolo, il nuovo lavoro della band smette il movimento nevrastenico dei suoi predecessori, si prende il suo tempo ma, soprattutto, lascia da parte le vestigia che furono e guarda altrove. Una nuova pelle col proprio suono, fa sempre la differenza.

Ritmo lento” ha, su tutto, una caratteristica che lo rende ancor più prezioso, in questi tempi di buio, di niente, di robe che vanno e vengono continuamente: è un album di canzoni. Certo, direte voi, grazie al cazzo. Ma con “canzoni”, intendo proprio brani che hanno il potere di restare impressi, le cui sembianze li rendono riconoscibili, come una persona che spicca ad un incrocio trafficatissimo e di cui difficilmente potrai dimenticarti.

Chiaro, il primo a rimanere spiazzato sono io, ormai aduso a quelle lamate sfrigolanti che erano le composizioni psicotiche dei Leatherette, ma più continuavo con l’ascolto di “Ritmo lento”, più mi rendevo conto di quanto queste melodie ben definite, pure catchy (non è una parolaccia, tranquilli, cari puristi dell’alieno), si insediassero nella mia testa. Non andrò a mentirvi, se avete il naso per certe cose, sentirete un profumo brit spirare da ogni stanza, ed è solo che un bene.

L’elettricità slabbrata e i rifferelli che permeano You Never Go Outside, gli stop’n’go nel refrain, le voci sdoppiate (sul bel riferimento duranduraniano “Save a prayer for me next time”) e le grida in coda, che delizia. Ogni passaggio una miniatura di stupore. Il liquore acustico di Hey There che gronda dalle pareti, quei Blur che sento in lontananza ma più scuri, immersi nella nebbia padana, nebbia che circonda Sorry, che apre tantissimo con un ritornello massimizzato che si batte con le strofe scheletriche. E a proposito di scheletrismo, la title track, col suo giro di basso che vola in cerchio, la batteria segue, i cori sullo sfondo a ripetere “ritmolentoritmolentoritmolento”, i trilli di chitarra, i bagliori di una città sperduta, quasi vuota, come i silenzi che riempiono la minimale e notturna New Bay. Sempre dalla notte sembra nascere Situationship, langue in spazi aperti, decostruita, con questo synth ondivago che fa impazzire e in meno di due minuti fa il nido nel cuore.

Ogni tanto uno sprazzo di quel nervoso che fu, ecco Panic Attack, che lascia il sax libero di sfrondare, tutto fa muovere piedi e culo in un afflato di delirio controllato. Ancora sax in libertà a serpeggiare tra le argentee ondate new wave che carezzano Cold Hands e una cascata di sensazioni amare che scorrono libere nel mondo, “We were looking for a ride but we had nowhere to go / We were taking our time it was a long time ago”, una melodia al crepuscolo che sembra non finire mai.

Non è quello che vi aspettavate, ci scommetto quel che volete. E non è forse questa la ricetta per un gran bel disco? La mia è una domanda retorica (non è mica un caso che Iggy Pop li selezioni per il suo programma radio, eh).

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