…e quann’ passa chistu ferry boat ca luntano ce porta e nun ce fa penzà’…
Già, quando passa? Quando passerà qualcosa che ci permetterà ancora di alzare la testa e guardare il sole, di credere ancora nelle nuove generazioni e di capire i fallimenti della nostra, della mia, generazione?
Una generazione cresciuta a pane, musica e illusioni, alla fine siamo tutti intolleranti al glutine, delusi dalle illusioni e l’unica cosa che ancora ci è rimasta, l’unica cosa che ancora ci tiene in vita, è la musica. Un credo che ancora portiamo dentro, quasi come fosse un’arma. È, però, un’arma a doppio taglio che, se da un lato ci permette di stringere i denti davanti a guai e difficoltà, dall’altro ci tiene prigionieri di sogni e speranze.
Di sogni e speranze, Pino Daniele ne sapeva qualcosa, uno dei pilastri del Neapolitan Power, uno che, sul palco di Novi Ligure, nel 1981, si presentava dicendo “Io suono la chitarra e canto in napoletano. Quindi, se qualche cosa non la capite nun’ fa nient’… l’importante é ‘o sentiment’.”
Di canzoni ne ha fatte Pinuccio, ne ha cantate di ogni tipo, d’amore, di amicizia, di rabbia, di passione e, soprattutto, di sogni e speranze.
Si è aggrappato ad ogni tipo di speranza, e anche noi lo abbiamo fatto, noi “terroni”, che siamo nati giù, nella parte bassa di un’Italia che, ormai, non è unita nemmeno più per i Mondiali.
La speranza che questo ferry boat passi e ci porti con lui ma, detto tra noi, dove ci deve portare? Qua abbiamo il mare, la pizza e il mandolino, sono tutti gli ingredienti che fanno quel sentimento di cui parla Pino Daniele. A Napoli si parla francese, spagnolo, inglese, qualche volta italiano e anche americano, ma “sulamente pe’ pazzià” come dice Pinuccio. Lo dice proprio in un disco dove guarda soprattutto all’America, nei suoni, nella libertà che essa rappresenta, nello spazio libero dove tutto è un’opportunità.
“Ferryboat” compie quarant’anni, ma sembra essere uscito stamattina, ho ancora negli occhi mio cugino con la sua Y10 Blu, stereo a palla e ‘A rrobba mia che riempie il vicolo di mia nonna, mio padre che discute con gli amici di Maradona e Ferlaino, è una Bona jurnata e sembra di stare a Baia o a Bahia, dipende da come te la senti, dove i pescatori tirano le reti sulle barche. Pino unisce tutto e tutti, parla della sua Napoli, della nostra Napoli, che è sempre “na carta sporca” e non è vero che nessuno se ne importa. Chi la ama la difende, la pulisce e la protegge perché “non si può vivere e guardare qualcosa che fa male”.
La Big Band dei primi album non c’è, solo qualcuno è rimasto, gli altri sono in giro a fare dischi personali, a suonare per i cantanti del nord che si sono accorti che esiste una serie di musicisti di alto livello. Con Pino Daniele ci sono Rino e Marco Zurzolo, Ernesto Vitolo. ma anche Karl Potter, Larry Nocella, Juan Pablo Torres e ancora Steve Gadd, Mino Cinelu, Richard Tee e Gato Barbieri.
Solo i nomi fanno capire che si tratta di un disco internazionale, che aprirà a Pino Daniele le porte di un nuovo periodo. Non tutti apprezzeranno il nuovo percorso artistico, ma nessuno gli girerà le spalle, nessuno oserà dire una sola parola, perché basta il groove di Dance of Baia, appunto, per farti tornare il sorriso in una giornata storta, oppure la malinconia di Che ore so’, che ci trasporta in uno dei bassi della Sanità, con il sax di Gato Barbieri che riempie i vuoti tra i vicoli.
Passano gli anni, O’ tiempo vola, e sembra ieri, tutto sembra ieri, le cose belle e quelle brutte, le risate, le gioie e i guai, quelli non mancano mai, perché anche se vuoi starne fuori, nelle tarantelle ci finisci sempre.
Alla fine rimane sempre Quaccosa che ci raddrizza la schiena e ci fa guardare avanti perché “ca vocca chiena ‘e guerra lasciammo areto ‘spalle ‘o munno sano…”.
Passando per il lungomare, qualche giorno fa, si vedevano 3 navi da guerra, ferme, immobili e dietro di esse, aguzzando la vista, un ferry boat tutto arrugginito, mezzo scassato, stava lì, mentre io cantavo “guardo annanze senza me fermà, speak american sulamente pe’ pazzià”.