La band libanese Sanam ha recentemente pubblicato il suo ultimo lavoro, “Sametou Sawtan” (qui la nostra recensione), un album che fonde magistralmente l’energia del rock sperimentale con le radici profonde della musica araba. Registrato tra Beirut e Parigi, il disco è un potente commento sull’esistenza in un contesto di trauma collettivo e resistenza culturale.
Abbiamo incontrato i membri della band dopo il recente concerto tenutosi alla Sala dei Notari a Perugia, per esplorare la “voce” che dà il titolo all’album, il ruolo della loro musica come atto politico e la loro peculiare alchimia creativa. Ringraziamo il direttore artistico Michele Corgnoli, l’associazione culturale Degustazioni Musicali e T-trane Record Store.
Ciao ragazzi, come state?
Alla grande! E tu? Ti è piaciuto lo spettacolo?
Molto! Grazie per questa esperienza sonora che ci avete regalato. Partiamo con la prima domanda. Il titolo del vostro secondo album ”Sametou Sawtan” si traduce come “Ho sentito una voce“. Potreste parlarci di questa “voce”? È una voce interiore, una voce del Libano, o la voce delle antiche tradizioni che esplorate?
Crediamo che questa “voce” siano allo stesso tempo il cantato, il suono, e ognuno di noi mentre compone. Dopo la registrazione dell’album abbiamo riascoltato i suoni, c’è molto della nostra tradizione del sud, e ogni cosa ha un suo contesto. Le “voci” sono una sorta di spazio, ed è ciò che caratterizza il disco. Siamo contenti che abbiamo trovato un titolo che è un po’ un “camaleonte”, e che può cambiare le cose in un certo senso, perché è un po’ quello che siamo anche noi come gruppo.
La traccia di apertura, Harik (che significa “incendio”), è stata descritta come un ibrido di drone-rock e groove nervoso. Cosa simboleggia l’idea dell’incendio o della distruzione in questo contesto sonoro?
Questa canzone, come l’ansia e l’angoscia sono davvero normali per noi. Non in senso positivo, però questa è la nostra vita. Noi veniamo da Beirut, c’è la guerra, quindi questa canzone dà l’idea come se divorasse la terra. È uno spazio. Pensiamo che il testo vi sia stato inserito in un certo senso per dargli questo significato.
La vostra musica è spesso descritta come una fusione di rock sperimentale, post-rock, e musica araba tradizionale. Come bilanciate questi elementi? C’è un’enfasi maggiore sull’improvvisazione o sulla struttura compositiva?
Noi siamo cinque musicisti, e ognuno di noi ha il suo bagaglio. Quello che ascoltiamo è in realtà molto diverso e questa è una cosa molto positiva. Cerchiamo costantemente di non vivere dentro una bolla. Poi ognuno di noi proviene da contesti diversi di scrittura. L’equilibrio è che ogni membro è molto aperto mentalmente, ed è così che funziona, non è uno sforzo creativo. È qualcosa che avviene naturalmente.
L’album è stato registrato in parte a Beirut e in parte a Parigi. Quanto ha influito il cambio di ambiente sul processo creativo e sul suono finale?
L’energia di entrambi i paesi era ed è stata molto importante. Per noi è molto importante scrivere a Beirut perché è il luogo in cui viviamo. È dove possiamo riflettere davvero il nostro io interiore, che è anche un po’ caotico. Tutto il processo di scrittura si è svolto lì. Nelle nostre pause dalle nostre vite, siamo andati in diverse città per cercare di far emergere cose dal nostro subconscio e sicuramente Parigi ha aiutato molto questo processo che è stato quello finale.
Il vostro lavoro è stato interpretato come un tentativo di elaborare le sensazioni di “allontanamento e abbandono”. Sentite che la musica sia un mezzo per l’elaborazione del trauma collettivo o della condizione esistenziale?
È l’unica ragione per cui lo facciamo. È davvero l’unica ragione per cui lo facciamo, soprattutto dopo che abbiamo attraversato un trauma enorme. Beirut ha raccolto vomito negli anni, il che ha davvero portato tanta sofferenza nelle persone. C’è stato un momento, dopo l’enorme esplosione del 2020, dove la scena e il paese si sono uniti per un paio d’anni in modo potente e resiliente. L’arte e la cultura sono diventate non solo una valvola di sfogo, ma anche una vera e propria arma di resistenza e trasformazione sociale.
Quali temi sociali o politici (libanesi o globali) hanno influenzato maggiormente i testi o l’atmosfera sonora?
Crediamo che la nostra esistenza sia in un certo senso politica, anche se non ci sono messaggi ben specifici che vogliamo portare. Ci sentiamo davvero come se stessimo semplicemente facendo il nostro lavoro di assistenza al paese, ed è il tipo di perseveranza e resistenza al fatto che tutto ciò che sta accadendo sia un tentativo di non essere schiacciati. Pensiamo che condividere spazi con gli europei a volte possa essere come un atto politico verso se stessi.
C’è un’intensa dualità tra antico e moderno nella vostra musica. Come percepite il vostro ruolo di artisti libanesi nel preservare o reinventare le tradizioni culturali e musicali arabe?
C’è molta musica futuristica, ma c’è anche musica vecchia, dove la gente, forse, sente non esserci più. Sicuramente c’è qualcosa di molto antico ed è molto divertente farlo per noi. In fin dei conti, siamo artisti, ma siamo qui per suonare su un palco e siamo qui per esprimere noi stessi. È successo tempo fa che le persone dicevano che la nostra musica dia un contesto a qualcosa di molto moderno a questo suono antico contemporaneamente, ma per noi questa non è una novità. Cerchiamo di esprimere noi stessi, e una parte dell’esprimere te stesso é che ci sono delle gemme che non hanno ancora visto la luce del giorno. Prendiamo delle cose molto piccole, come delle melodie, e abbiamo sperimentato che c’è sempre dello spazio per esplorarle se hai uno spirito libero e se sei molto rispettoso sulla tradizione. Per ora questo formato ci soddisfa.