17 maggio 2017, Padova. Ho in gola i germi della peggiore bronchite in 10 anni, ma siamo in pre-covid, quindi chissenefrega, vado al Cerebration Fest, uno dei tanti microfestival universitari che allora la città offriva. Si andava col “gruppo di amici dei concerti”, quelli coi quali si scorreva le pagine Facebook di tutti questi eventi in città e dintorni per avere idea di cosa si potesse ascoltare ogni sera. Due di loro arrivarono a creare una pagina che fungesse da calendario: si chiamava ‘GIGaPadova’, incredibilmente è proprio quel maggio 2017 l’ultimo calendario costruito, come se fossimo all’apice di un fenomeno oggi visibilmente contratto.
Ebbene, quella sera al Cerebration Fest potevi ascoltare Pinguini Tattici Nucleari e La Rappresentante di Lista GRATIS, con un contributo volontario all’ingresso. Roba che oggi sembra fantascienza, con i biglietti delle due band che vanno dai 35 euro in su. E se il successo spropositato dei Pinguini Tattici Nucleari già allora per me era un mistero che non fa che infittirsi nel tempo, il disegno che avrebbe portato La Rappresentante di Lista alla popolarità nazionale cominciava pian piano a configurarsi, e per rendersene conto bastava osservare le prove viscerali di questa band dal vivo, dove Veronica Lucchesi incantava con la sua voce unica e la sua danza libera e affascinante, mentre Dario Mangiaracina faceva un po’ da contraltare giocherellone e cazzaro, sfociando spesso con lei in situazioni da Sandra e Raimondo.
Nel disco d’esordio “( Per la ) via di casa“, Dario e Veronica avevano preso le misure col mondo della musica e con la scrittura, loro che venivano dal teatro, dando alle stampe un piacevole disco da buskers, con tanto guitalele e strumenti giocattolo. Dietro loro, un terzo membro occulto, Roberto Cammarata, conosciuto durante l’occupazione del Teatro Garibaldi di Palermo, che è affascinato dal materiale di Dario e Veronica e si presta per produrlo, senza mai più abbandonare questo ruolo. Una volta prese le misure e fomentati dai riscontri positivi del loro esordio, si rendono conto che possono fare le cose anche meglio, diventando una ‘band’: entrano così in gioco Marta Cannuscio (batteria) ed Enrico Lupi (tastiere e tromba). In fase di registrazione, anche il compianto Matteo Romagnoli della Garrincha Dischi è stavolta parte attiva del processo.
“Bu Bu Sad” è un disco breve, di appena 8 pezzi di 33 minuti, ma di una efficacia disarmante, a partire dalla orrorifica copertina disegnata da Shintarō Kago. Almeno 3 pezzi sono dei capolavori assoluti, tra le cose migliori della musica italiana degli ultimi 20 anni. Guardateci tutti sarà nell’immediato il più amato di tutti, un pezzo che in qualche modo anticipava le loro grandi potenzialità commerciali. Tornai ad ascoltare La Rappresentante di Lista durante il tour di “Go Go Diva” in pieno Sanremo e quando suonarono questo pezzo pensai: ma perché a Sanremo non ci vanno loro? Con pezzi come questo di sicuro fanno il botto, potrebbero addirittura vincere. Evidentemente non ero l’unico ad avere questa convizione: a Sanremo ci sono andati due volte di fila e puntualmente hanno svoltato, nonostante i pezzi portati non fossero neanche tra i migliori o i più rappresentativi del loro potenziale.
Siamo ospiti rimanda un po’ alla scrittura di (Per la) via di casa, ma con un suono decisamente più strutturato. Dal vivo diventerà uno spettacolo nello spettacolo attraverso un’interpretazione più solenne e ogni volta leggermente diversa. Il cantato a due voci sostenuto dall’esile guitalele racconta di due autostoppisti e delle incertezze del loro viaggio con una delicatezza inedita per la musica italiana, dominata già all’epoca dalle brutture di cantautori volutamente stonati e pseudo-trappisti che cantano con una molletta in bocca. Veronica Lucchesi in questo mondo dove il cantato è qualitativamente messo sempre più da parte è una piacevole eccezione che non può che riscuotere consenso. Un’isola, a chiusura del disco, è il suo contraltare cinico e disincantato. “Hanno bisogno di te / Per far sì che la loro vita valga almeno la rovina / della vita di qualcun altro” è il cappello ad una serie di personaggi disdicevoli e senza etica e improvvisamente incantati dalla stessa bellezza.
Il disco di per sé è gradevole, ma non è eccezionale: a rendere superiori questi brani è la resa dal vivo, dove La Rappresentante di Lista, grazie ai nuovi membri e alle potenzialità di Veronica, scatena uno spettacolo funk trascinante. Cosa farò? Si porta dietro in maniera un po’ naif l’incertezza lavorativa di quegli anni, ma dal vivo diventa un po’ la loro The National Anthem con quel basso ossessivo proprio come nel corrispondente pezzo dei Radiohead. Invisibilmente è uno sghembo blues in guitalele che racconta gli sbarchi del Mediterraneo in maniera sinistra e grottesca, un po’ come poco prima aveva fatto Iosonouncane con Summer on a Spiaggia Affollata. Le restanti Apriti Cielo! Bora Bora e Non mi riconosci sono rimaste un pelo meno nella memoria collettiva, ma sostanzialmente confermano la regola che il pezzo registrato in studio si evolve dal vivo.
Quest’estate La Rappresentante di Lista è tornata a Padova per lo Sherwood Festival. Un concerto bello ma striminzito, appena 1h15’ di musica, con poca gente (i 35 euro di biglietto di cui sopra, in combinazione con il mezzo passo falso di “Giorni felici”, sono un passo un po’ più lungo della gamba al momento) comunque molto entusiasta. Come sempre non mi è dispiaciuto ascoltarli e lasciarmi trascinare e incantare, ci sono momenti in cui Veronica sa catturare l’attenzione del pubblico come quasi nessuno sa fare. Ma il concerto, nella sua brevità, ha un neo pazzesco: nessun pezzo dei primi due dischi, nessun pezzo di “Bu Bu Sad”. Sono uno strenuo difensore della libertà degli artisti di suonare dal loro palco un po’ quello che gli pare a patto di non prendere in giro il pubblico, e, nonostante ciò, non posso negare di essermi sentito deluso.
Ad oggi, La Rappresentante di Lista è uno dei migliori gruppi pop italiani, se non il migliore che si possa ascoltare dal vivo, eppure ho la sinistra sensazione che raggiunto il successo commerciale, si siano concentrati su ciò che li ha portati a ottenere il successo attuale, mettendo più da parte ciò che sta alla base della loro musica: quella teatralità primigenia, quella scrittura di ispirazione gitana e popolare, sognante e simbolica. Ci sta che si siano stufati di suonare Guardateci tutti ogni sera, ma lasciare fuori dalla scaletta tutti e 8 quei pezzi bellissimi….Chissà. Un giorno gli verrà nostalgia e ci ripenseranno. Spero.