A seguito dell’uscita dell’ultimo album “Æternum”, a soli pochi mesi di distanza da “Requiem“, abbiamo voluto intervistare l’artista Penelope Trappes, cantante e musicista di origine australiana, per fornire uno sguardo approfondito sul processo creativo della stessa utilizzato nei propri lavori.
Il tema principale dei due album di Penelope Trappes è l’esplorazione musicale del labile confine esistente fra la vita e la morte.
Si tratta di un album contemplativo e profondo, con contrasti sonori che riescono a produrre nell’ascoltatore emozioni particolari, evocando atmosfere sacrali e metafisiche, facendo intuire allo stesso quanto di inquietante possa esserci nel particolare momento del passaggio dalla vita alla morte.
Proprio per questo abbiamo ritenuto interessante che l’artista stessa illustrasse ai lettori di Impatto Sonoro il percorso mentale e musicale seguito per produrre l’ultimo album e, più in generale, la tecnica utilizzata nel comporre, con uno sguardo anche al futuro prossimo.
Penelope, innanzitutto grazie per l’attenzione che dai ai lettori di Impatto Sonoro. Come mai due album fortemente collegati fra loro in un lasso di tempo così ristretto (sei mesi)? È accaduto qualcosa di particolare nella tua vita che ti ha spinto a produrre il nuovo album oppure si trattava di materiale sonoro che avevi elaborato già precedentemente?
Le canzoni di “Æternum” erano outtaakes del periodo trascorso in Scozia per registrare “A Requiem”. Li avevo ancora in testa e volevo che la loro energia si unisse a quella dell’album. Per me era importante che quell’energia fosse per sempre legata a “A Requiem”. Inoltre, dal momento che i temi erano piuttosto specifici e intensi, non volevo che venissero riproposti nel mio album successivo.
Il secondo album “Aeternum” appare, all’ascolto, meno sperimentale rispetto al precedente. Alcuni pezzi come The Mercy of The Hagetisse sono senza dubbio più orecchiabili e melodici in senso tradizionale. È forse un volersi avvicinare all’ascoltatore nel senso che la musica non è solo patrimonio dell’artista che l’ha prodotta, ma anche di chi la ascolta?
Bleed e The Mercy of The Hagetisse hanno aspetti cerimoniali e un senso di aggregazione collegati fra loro grazie a suoni di tamburi rituali e chitarre distorte. Man mano che il peso di “A Requiem” si fa sempre più intenso, la musica diventa più densa. È un caso che trasmettano più di una sensazione di intimità e non li considererei “orecchiabili”, forse solo meno prodotti.
Non pensi che sia difficoltoso, per un ascoltatore medio, apprezzare la tua musica che parla di qualcosa di assolutamente profondo e nel contempo richiede l’apprezzamento di ogni sfumatura? Quanta distanza pensi che ci sia fra ciò che vorresti esprimere e ciò che chi ascolta riesce a comprendere del tuo messaggio?
Quando creo, non penso al pubblico, ma canalizzo qualcosa che va oltre me, purificandomi da demoni, desideri, angeli, speranze e paure… Come artista, mi concedo la totale libertà di sperimentare in modo da poter accedere a quanta più “essenza” è possibile. Scrivere di mortalità, traumi o qualsiasi altro argomento che affronti gli aspetti oscuri della nostra vita porterà sempre a una certa resistenza, ma spero che l’esperienza di ascolto possa creare un luogo sicuro grazie al quale esplorare le proprie risposte emotive. Per me, è davvero terapeutico guardare agli aspetti più oscuri della vita. Trovo che, riconoscendo le ombre della mia mente e della mia vita, divento incredibilmente grata per tutti gli aspetti più piccoli e belli di una giornata: il cielo, la terra, la natura e altre cose quotidiane che questa vita ci concede. Molte persone là fuori non vogliono guardare questo lato delle cose, e anche questo è perfettamente normale. Un amico mi ha detto che “A Requiem” è un “ascolto difficile”, come “Tilt” di Scott Walker. Capisco che questo album possa non essere il disco che si desidera ascoltare a una cena.
Dal punto di vista tecnico quanto ti è facile tradurre le ispirazioni e gli appunti musicali nell’opera finita e quale strumento musicale utilizzi per gli appunti musicali?
Non trascrivo la mia musica. È realmente solo drone-based [suoni o accordi continui e statici]. Trovo una nota o un accordo come base e poi costruisco da quella. Con la chitarra o il violoncello, trovo qualcosa che mi piace da usare sul drone, e poi lo registro velocemente. A seguire registro velocemente una registrazione vocale di base. Spesso i testi vengono per ultimi, altre volte sono “poesie” grezze o sfoghi che ho scritto dopo un sogno e che finiscono per essere le parole perfette per il momento. È tutto un po’ casuale e quando mi preparo per un tour devo imparare nuovamente il pezzo e tradurlo nella musica da suonare sul palco.
Nella track title di “A Requiem” si odono suoni di violoncello e voce umana, un mirabile dialogo. Al di là delle sonorità ambient, qual è lo strumento musicale che privilegi in assoluto come alter ego della voce, se ce n’è uno?
Il violoncello, ovviamente, è perfezione. Se dovessi scegliere un altro strumento sceglierei il trombone, con la sua capacità di scivolare tra le note. Ma mi piace anche giocare con lo spazio negativo, l’assenza di strumenti, il rumore bianco di uno spazio.
Sei credente e, in caso affermativo, quanto di ciò che credi, con riferimento alla morte, viene trasfuso in questi due ultimi lavori?
Credo che ci sia qualcosa oltre la vita, uno spirito universale, un’energia che è in ognuno e in ogni cosa. Mi considero un animista. Ogni cosa – animali, alberi, piante, fiumi, mari, cielo – è partecipe di questo spirito. Direi che mi sento molto più in sintonia con i sistemi di credenze delle culture indigene che con le nostre nozioni di “Dio” del “mondo occidentale”. Queste credenze sono in prima linea nelle mie creazioni, poiché non faccio altro che canalizzare le storie che ho ascoltato dai miei antenati e nelle terre in cui ho vissuto. Quindi, quando si tratta di scrivere sulla morte, per me è semplicemente una parte naturale della vita, come le stagioni, le cose che nascono e poi muoiono. Riconoscere questo significa rispettare tutta la vita.
Il futuro: continuerai nell’esplorazione musicale dei temi, delle emozioni e delle sensazioni collegate alla morte oppure stai pensando ad altro?
Per ora non so come sarà la mia musica futura; tuttavia, sono sicura che continuerò ad abbandonarmi, in qualche modo, agli aspetti oscuri della vita.