Ogni anno ritornano puntuali come gli addobbi, le abbuffate di circostanza, le playlist ripetute all’infinito: i dischi di Natale. Un rito collaterale, spesso innocuo e quasi sempre superfluo, fatto di album che finiscono per confondersi nel rumore di fondo delle feste. Se proprio ne cercate uno, rispolverate “Christmas” dei Low, pubblicato nel 1999, che appartiene a un’altra categoria. Ovvio, perché l’hanno realizzato i Low, ma anche perché è uno di quei rari dischi natalizi che più che farsi spazio cercano di riempire un vuoto emotivo.
I Low prendono il Natale e lo rallentano, lo svuotano, lo costringono a fermarsi. Le canzoni diventano luoghi silenziosi, stanze poco illuminate in cui restare qualche minuto in più del previsto. Just Like Christmas è l’emblema di questo approccio: un brano che parla di ritorni, di quella promessa di serenità che accompagna le feste, troppo spesso abbozzata o interiorizzata per convenzione, ma lo fa con un tono sospeso, quasi dubbioso, come se questa serenità fosse sempre lì, a portata di mano, ma mai del tutto afferrabile.
Anche le riletture dei classici evitano la solennità. Little Drummer Boy viene privata di ogni enfasi, ridotta a un canto quasi timoroso. Blue Christmas, resa celebre da Elvis Presley, perde ogni patina e si trasforma in qualcosa di più intimo e spoglio, in cui si attraversa quella tipica malinconia natalizia senza bisogno di troppe spiegazioni.
Accanto a questi brani, gli originali contribuiscono a rafforzare l’unità emotiva del disco. If You Were Born Today è forse il momento più disarmante: una ninna nanna minima, inquieta, che sembra interrogare il senso stesso della nascita e dell’innocenza, più che celebrarle. È una canzone che risuona in modo straniante, quasi scomodo, ma proprio per questo sincero.
Senza nulla togliere ad Alan Sparhawk, perfetto in Taking Down the Three, al centro di tutto resta la voce di Mimi Parker, tristemente eterna. La conosciamo bene, è lei a rendere ogni brano vulnerabile, a sottrarre il Natale alla sua messa in scena. Con il suo canto misurato e fragile, la festa perde ogni forma di spettacolo e torna a essere un’esperienza interiore, fatta di silenzi, attese e crepe (la conclusiva One Special Gift è esemplificativa in tal senso).
Alla fine, “Christmas” contiene in forma concentrata tutto ciò che i Low hanno sempre saputo fare meglio. Rallentare il tempo fino quasi a fermarlo. Evocare, tracciare traiettorie sospese in cui ogni suono, ogni voce pesa quanto un silenzio, ogni parola è scelta per necessità. Forse è anche per questo che funziona, in una stagione che spesso confonde il rumore con il calore e la ripetizione con il rito. In mezzo all’inutilità di tanti dischi natalizi, pensati non si sa bene come e perché, “Christmas” è tra i pochi che vale la pena di esistere e risuonare. Non perché renda il Natale migliore, ma perché per una bella mezz’ora riesce a prenderlo da un’altra angolatura, più umana.