Oggigiorno pochi ricordano la Miami Showband, probabilmente il più importante gruppo musicale irlandese degli anni ’70, la cui carriera fu bruscamente interrotta il 31 luglio 1975, proprio mentre era al culmine, a causa dell’uccisione di tre componenti della band da parte di un gruppo paramilitare dell’Ulster Volunteer Force (UVF). Una storia dimenticata quella della Miami Showband e purtroppo una storia ormai dimenticata anche quella dell’Irlanda di quel tempo.
In questo senso il libro “Il giorno in cui morì la musica”, scritto da Riccardo Michelucci (Milieu edizioni, 2025), utilizza le vicende della Miami Showband per proporre al lettore un quadro estremamente attento e preciso di un momento storico particolare. Un libro entusiasmante, mirabilmente scritto, con una narrazione scorrevolissima, basato su interviste con i protagonisti delle vicende, accessi a documenti ufficiali e verbali di inchiesta, fonti bibliografiche.
La tecnica narrativa è ben congegnata e usa da una parte il punto di vista di Stephen Travers, il bassista della band che, pur gravemente ferito, riuscirà a sopravvivere alla strage, dall’altra lo strumento del reportage su fatti e personaggi di quel periodo drammatico, per chiudersi con l’incontro dell’autore del libro con lo stesso Stephen Travers.
La strage avvenne in quel breve periodo da fine 1974 a metà 1975 nel quale l’IRA (Irish Republican Army), organizzazione paramilitare irlandese il cui scopo era riunire l’Irlanda liberando la parte nord dell’isola dal dominio britannico, aveva da poco accettato una tregua dopo che era stato raggiunto nel 1972, l’apice delle violenze.
Per chi non conosce la storia il problema irlandese derivava da secoli di colonizzazione britannica, iniziata a partire dal XII secolo, poi intensificata nei secoli successivi, culminata nel XVII secolo con la Plantation of Ulster, che portò coloni protestanti in una terra a maggioranza cattolica espropriando forzosamente i legittimi proprietari, creando divisioni economiche e religiose, proseguendo fino alla proclamazione del Regno Unito, quando con l’Act of Union del 1800 venne soppresso il Parlamento di Dublino e sospesa la partecipazione dei cattolici (la maggioranza della popolazione irlandese) al Parlamento di Westminster.
La successiva divisione politica del 1921, fra Irlanda del Nord (a maggioranza protestante unionista) e la Repubblica d’Irlanda (a maggioranza cattolica nazionalista), acuendo le tensioni portò a una discriminazione sistematica della minoranza cattolica nell’Ulster, sfociando nei terribili eventi denominati Troubles, nel periodo fra gli anni ’60 e gli anni ’90.
Il libro di Riccardo Michelucci inizia ricordando la sera del 31 luglio 1975 e il concerto che la Miami Showband, composta da Fran O’Toole, Brian McCoy, Tony Geraghty, Stephen Travers, Des Lee, Ray Millar, tiene a Banbridge, piccola cittadina di provincia dell’Irlanda del Nord.
L’evento era un modo, per i giovani di allora, di sfidare l’incertezza e la paura determinati dalla situazione politica locale, una vera e propria guerra civile, densa di tensioni fra protestanti e cattolici. Fra l’altro due membri della band erano originari della Repubblica irlandese e quattro dell’Irlanda del Nord e di questi ultimi, due erano cattolici e due protestanti a testimonianza che fra loro non vi era alcun problema confessionale.
Dopo il concerto il gruppo musicale, escluso Ray Millar che se ne va da solo in auto, sale a bordo del furgone, ma sulla strada del ritorno viene fermato a un posto di blocco organizzato da membri del Ulster Volunteer Force (UVF), gruppo parlamentare lealista protestante.
Quello che all’inizio pare uno dei tanti controlli, peraltro irregolari, cambia totalmente aspetto al momento che sopravviene un uomo in uniforme che pare fornire al gruppo di uomini armati un segno di assenso. Questi ultimi si mettono a rovistare nel portabagagli del furgone, apparentemente cercando qualcosa, ma in realtà installando un ordigno che sarebbe dovuto esplodere dopo che il furgone fosse ripartito; l’ordigno però inaspettatamente esplode, uccidendo due dei componenti dell’UVF.
Approfittando della situazione i musicisti cercano di fuggire, ma vengono uccisi senza pietà dai membri dell’UVF superstiti, a eccezione di Des che riuscirà a rimanere quasi indenne e a Stephen che, pure ferito in modo orribile, riuscirà a sopravvivere.
Questo il fatto di cronaca che dà origine al libro “Il giorno in cui morì la musica”. A partire da questo evento Riccardo Michelucci fornisce al lettore una serie di capitoli alcuni dei quali sono veri e propri quadri storico-situazionali, che fanno ben comprendere come la strage fosse il risultato della perversa collusione tra i gruppi armati lealisti e le forze di sicurezza britanniche.
Tanto è vero che sul finire del libro si scoprirà che il misterioso uomo in uniforme era il capitano Robert Nairac, agente britannico sotto copertura dei SAS, i servizi speciali inviati in Irlanda del Nord in quegli anni per fronteggiare l’IRA, mentre l’esplosivo era stato invece fornito da Robin Jackson, detto “lo sciacallo”, personaggio chiave di quasi tutti gli eventi criminosi operati dall’UVF, riconosciuto come psicopatico dagli stessi ufficiali dei servizi segreti inglesi che lo avevano ingaggiato.
L’autore analizza in modo molto chiaro il tema della connivenza fra apparati militari inglesi e gruppi paramilitari protestanti, spiegando anche come molte delle armi e degli esplosivi utilizzati provenissero da caserme dell’esercito britannico, fornendo dettagli importanti e ben circostanziati. Una diabolica collaborazione che determinò in quegli anni l’uccisione di centinaia di persone la cui colpa era solo di essere di religione cattolica, in un crescendo di strategia della tensione utile solo a imporre misure di sicurezza sempre più repressive.
Le spiegazioni storiche, benissimo argomentate, sono intervallate dalla storia di vita di Stephen Travers, dalla descrizione dei suoi passaggi fra le varie band fino ad arrivare alla Miami Showband, del suo stato d’animo dopo la tragedia e il conseguente difficile recupero, del tentativo di rimettere su la band uscendone però dopo poco, degli eventi di commemorazione.
Il libro si chiude con il capitolo “Giustizia negata”, un’intervista a Stephen Travers, dove lo stesso dice di non provare rancore per gli assassini dei suoi compagni (“Credo che tutte le persone coinvolte, sia le vittime e i loro familiari, sia chi ha compiuto la strage, abbiano avuto la vita segnata per sempre.”).
In modo simile si esprimerà dopo l’incontro con uno dei personaggi chiave dell’UVF, pur accorgendosi della scarsa sincerità dello stesso, dicendo: “Prima di incontrare quell’uomo temevo che avrei potuto provare odio nei suoi confronti”; “Per fortuna non è accaduto e adesso posso dire con certezza che se mi trovassi accanto gli uomini che hanno ucciso i miei amici sarei incapace di odiare anche loro.”
Il libro di Riccardo Michelucci offre al lettore un ritratto dettagliato di una delle pagine più violente e meno conosciute del conflitto anglo-irlandese evidenziando, tramite le parole di Stephen Travers, il potere salvifico della musica come forza di pacificazione.