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Back In Time

David Bowie e quella luce nera chiamata “Blackstar”

Blackstar” è un disco che abbiamo ascoltato nel modo sbagliato. Non perché non fossimo pronti, ma perché nessuno poteva esserlo. Quando uscì, l’8 gennaio 2016, suonava come un ritorno anomalo di David Bowie: oscuro, storto, radicale. Niente nostalgia, niente pacificazione. Solo musica che chiedeva attenzione senza spiegarsi. Due giorni dopo, quella richiesta ha cambiato peso. Ma il punto non è ciò che è successo il 10 gennaio: è ciò che non sapevamo l’8. “Blackstar” nasce in quell’ignoranza, e continua a vivere lì.

All’epoca non lo ascoltammo come un addio. Nell’agenzia in cui lavoravo allora, io e il mio collega copywriter lo sparavamo a tutto volume dalle casse dei nostri Mac, tra una consegna e l’altra. Spotify aperto, cuffie dimenticate, commenti a metà e silenzi improvvisi. Non era un disco da sottofondo, ma nemmeno qualcosa che chiedesse raccoglimento: occupava lo spazio. Se fosse stato il tempo delle musicassette, oggi parleremmo di nastri spezzati dall’uso continuo. Invece abbiamo consumato lo streaming, senza riuscire a capire subito dove collocare quel disco, che restava lì come un oggetto caldo appoggiato sulla scrivania, impossibile da ignorare.

Photo: Jimmy King

Blackstar si apre come un rito alieno. Dieci minuti che non introducono un album, ma un ambiente. Jazz contemporaneo, elettronica irrequieta, strutture che si muovono sotto i piedi dell’ascoltatore. David Bowie non cerca di “aggiornarsi”: si decentra. Rinuncia al controllo assoluto della forma-canzone per abitare qualcosa di instabile, scegliendo musicisti che arrivano da un altro vocabolario sonoro. È una scelta radicale, soprattutto per un artista che avrebbe potuto limitarsi a rileggere sé stesso.

Il disco non procede per climax emotivi, ma per attrito. ’Tis a Pity She Was a Whore è nervosa, spigolosa, quasi respingente. Sue (Or in a Season of Crime) amplifica il caos fino a trasformarlo in metodo. Girl Loves Me frantuma il linguaggio, mescola slang, memoria, incomprensibilità, come se anche le parole non potessero più reggere una forma stabile. “Blackstar” non accompagna l’ascoltatore: lo costringe a restare vigile.

Lazarus è il centro emotivo, ma non nel senso classico. Non è una confessione, né una lettera d’addio. È una messa in scena. David Bowie mette in scena la propria fine come ha sempre fatto con le proprie identità, trasformando il corpo che cede in un ultimo dispositivo narrativo. Non chiede empatia, non cerca assoluzione. Mostra, piuttosto, una lucidità che spiazza proprio perché non si appoggia mai al sentimentalismo.

Anche quando il disco sembra aprirsi, lo fa senza concedere conforto. Dollar Days è malinconica ma mai accomodante, attraversata da una bellezza fragile che non si offre come rifugio. La chiusura con I Can’t Give Everything Away è uno dei finali più eleganti e destabilizzanti della carriera di David Bowie. L’armonica che richiama A New Career in a New Town non è nostalgia, ma circolarità: non uno sguardo indietro per celebrare, ma un modo per chiudere il cerchio senza spiegarlo. Non tutto può essere consegnato, non tutto deve essere chiarito. “Blackstar” non si comporta come un disco del passato e non chiede di essere messo in ordine o reso definitivamente “chiaro”. Ogni ascolto lo sposta di qualche centimetro, come se la musica fosse ancora in movimento, e proprio questa instabilità lo distingue da qualsiasi album postumo: David Bowie non ha chiuso una storia, ha lasciato un passaggio volutamente incompleto.

Blackstar” non reclama commemorazioni né letture definitive, ma una richiesta più scomoda: restare dentro al dubbio. Accettare che un artista possa andarsene lasciando un’opera che non smette di arrivare e che, ogni volta che riparte, continua a ricordarci quanto fosse avanti. Non rispetto alla fine. Rispetto a noi.

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