“Ferrum Sidereum” non è solo un titolo. È una descrizione perfetta di cosa sono gli Zu. Di cosa sono sempre stati, sì, ma soprattutto di cosa sono ora, oggi, nel 2026. Lo dico in apertura, lo ripeterò in chiusura.
Come si può parlare di picco creativo di una band quando ogni uscita se ne va un po’ più in là? È complicato. Anzi, è peggio che complicato. Si può tentare, “Carboniferous” sembrava quel picco, quel punto di arrivo, quella summa del tutto. Poi gli Zu si sono spinti più in là, fino ad atterrare nei luoghi ameni di “Jhator” e “Terminalia Amazonia”, luoghi di esplorazione e sospensione. Di calma. Di percezione. Poi il silenzio. Quello vero. Ora “Ferrum Sidereum”, che il silenzio lo strappa col rumore. Un rumore che non è un lieto ritorno, ma un altro tipo di viaggio.
“Ferrum Sidereum”, il materiale della forgia di un nuovo tutto. Suono Zu, ma con l’infinito in testa. C’è un suono che tende all’infinito. Doppietta Hymn of the Pearl, The Celestial Bull and the White Lady, melodie che sconfinano tra stelle lontane, un totale di poco più di 17 minuti di estensione epica, di sintesi che abbracciano Oriente e Spazio, che si fanno metallo urlante che si spande ancora fino alla title track, dalle sensazioni oscure, suoni reverse che si insinuano insidiosi, il basso che diventa tuono squarciante nubi, tutto è valanga spazzante, spezzante, sludge anima, detonazione e tempesta finale. Kether, la corona, simboli antichi, suoni oltre il velo, fuoco che cammina con me, incedere pachiderma, sono gli Zu che fronteggiano un pubblico che ruota teste a ritmo dello stomp e di aperture melodiche di nuova forgia.
Sound pieno, vivo, che pare reale, di sentirli suonare lì mentre li hai “solo” in cuffia (complice Marc Urselli), mai così possente, mai così pressante. Charagma paradigma distruttivo, assalto tribale, sassofono come sirena dal canto che allucina, che perfora. A.I. Hive Mind attacco frontale alle macchine senz’anima, perché lo spirito permea tutto e queste lo ignorano, gli umani lo ignorano, allora ferocia zuistica, martello degli déi che si abbatte, ritmiche asfissianti e brutalità scintillante. Un attimo dopo La donna vestita di sole è astronave verso il kosmische, il respiro di entità al di là del cielo, aperta, i synth in distensione, prodromo di una distorsione di fuoco sacro. Fuoco Saturnio, anzi, in cui la nebbia si dirada per volere di una fuzz ipnosi gargantuesca e viscerale.
“Ferrum Sidereum” non è solo un titolo. È una descrizione perfetta di cosa sono gli Zu. Di cosa sono sempre stati, sì, ma soprattutto di cosa sono ora, oggi, nel 2026. Lo dico in apertura, lo ripeterò in chiusura. Non mi interessa ripetermi. Repetita iuvant. Per me, ma non per gli Zu. Per loro no, il tetto è sfondato e loro sono partiti per il cosmo, oppure da lì sono arrivati.