A tre anni di distanza dal loro ultimo lavoro, i Sick Tamburo tornano con “Dementia”, ottavo album di inediti della loro discografia, targato La Tempesta Dischi, collettivo di artisti indipendenti capitanato dai Tre Allegri Ragazzi Morti. Torna il loro linguaggio diretto e schietto e quella scrittura capace di trasformare emozioni come paura, dolore e fragilità in pura luce, energia, verità. Marchi di fabbrica, con cui i Sick Tamburo hanno costruito, mattone dopo mattone, un universo sonoro umano, introspettivo, potente.
Per chi non li conoscesse, la band nasce a Pordenone da un’idea di Gian Maria Accusani e della, oggi compianta, Elisabetta Imelio, già uniti dallo splendido progetto Prozac+ – come non ricordare lo scossone al panorama musicale nostrano dato nel 1998 dal brano Acida!
Una cosa è indubbia: a distanza di anni i Sick Tamburo restano, ancora oggi, una delle realtà più autentiche della scena alternative italiana, con la loro riconoscibile estetica fatta di passamontagna, camicia rossa e gilet nero. Ed è proprio questo che troviamo nel disegno in copertina, firmato Davide Toffolo, con la grafica di Paolo Proserpio.
“Dementia” è un intreccio di chitarre elettriche corpose e sintetizzatori, ritmi incalzanti e melodie che spaziano dall’alternative rock al wave fino al post-punk, mescolandosi e dando vita a un suono ruvido, compatto e viscerale, il quale fa da sfondo a ritmi perentori, a tratti ossessivi, e testi minimalisti, frutto di un minuzioso lavoro di labor limae.
Come un viaggio nella mente, “Dementia” è un disco che non cerca di addomesticare il disagio, ma lo attraversa a testa alta, lo espone e lo rende materia viva, come magma fluido di un vulcano in cerca della sua vera forma. I personaggi che popolano il disco sono figure in perenne bilico tra pensieri irrequieti e stanze interiori mai chiuse davvero. La quotidianità, il buio, il silenzio, la paura: sono tutti elementi che si rincorrono in racconti di fragilità e smarrimenti, in quel continuo alternarsi di luci e ombre. Tutto in “Dementia” si muove per contrasti, come accade ai pensieri quando perdono i bordi.
Il disco si apre col ritmo incalzante di Mi gira sempre la testa. I versi si rincorrono veloci tra le strofe, dando a tratti davvero la sensazione di capogiro: “Non so cos’è che mi manca / Non so cos’è che non gira / Spiegami perché ci siamo persi / Spiegami perché ci siamo persi / La testa”. A seguire troviamo Silvia corre sola, uno dei tanti strani, distorti e irrisolti personaggi dell’immaginario di Gian Maria Accusani. Il brano avvolge la figura fragile di Silvia in un’atmosfera goth e post-punk, intrecciandone ombre e sentimento: “Puoi vederla giù in paese coi suoi cani / Sembrano parte di un film malinconico / È bella e ci sa fare anche con le parole / E i suoi occhi tristi che confondono”. Dal sapore decisamente wave il desiderio di fuga raccontato in Mexican. Le parole si susseguono veloci ed empatiche come fosse una filastrocca: “Partirò, prima o poi partirò da qui / Non ti dirò mai dove, no / Prima o poi partirò / Porterò sole poche bugie con me / La tua lettera, quella sì / Con le tue verità”.
Ho perso i sogni è un brano potente e malinconico che racconta la storia di un tredicenne tra le macerie di una guerra, con arrangiamenti che fondono elettronica e post-punk, chitarre, archi e un ritornello esplosivo che evoca un treno che riparte, esprimendo dolore ma anche speranza e resistenza: “E i ricordi e i ricordi, gioie perdute / Corse folli tra i palazzi, ormai macerie / Dove mi nascondo ora, chissà se vedrò / Il sole ancora un’altra volta, un’altra volta”. Segue Non c’è pace col suo tappeto d’archi, chitarre, basso e batteria che creano un’atmosfera struggente e allo stesso tempo energica: “Guardami come sono ridotta ormai / Non serve che tu venga qui / Leggimi qualcuna delle tue poesie / E ancora viaggerò / Guardami, parole che sfuggono via / Un senso sta nel tempo / Non c’è pace qui per me”.
Fuori gioca ossessivamente con le parole, intrecciando un lungo elenco di similitudini che portano ad un non ritorno: “Fuori come quei fiori, come la luna / Come quell’uomo che getta la vita / Come l’amica che si è fumata / L’erba malata, malata di cuore / Come quel pesco, come quel gesto / Dell’aviatore rimasto di fuori / Come la capra di quel pastore / Che tutti i giorni controlla l’odore / Per la paura di rimanere / Fuori e più fuori e più fuori di più / E non tornerò”. A seguire troviamo la straziante Immagina se che ci obbliga a riflettere sulla crudeltà del tempo che passa e la conseguente perdita di memoria. Avete mai pensato se capitasse proprio a voi? – “Immaginati un giorno / Magari non lontano / Se non riconoscessi / Chi sono e dove sto / E se non ricordassi / I volti e le emozioni / I figli e i loro nomi / Quel giorno che farò”.
Chiudi quella porta è un invito a serrare tutte quelle stanze della mente e godersi il silenzio di quel sole che è ancora dentro di noi: “Presto, chiudi quella porta / Lascia i tuoi pensieri fuori / Presto, chiudi quella porta / Non fare entrare niente più”. Sangue e libertà racconta il difficile tema dell’abbandono e lo fa con un testo sapientemente non narrativo basato su una ripetitività a tratti ossessiva e riff aggressivi. L’ennesima filastrocca recitata con un cantato urgente e toccante: “Apri gli occhi un po’ e non fermarti più / La luce è dentro te all’ombra dei tuoi guai / Ti tengo dentro me finché resisterò / Io devo andare via e un giorno capirai / E non è tutto qui c’è un mondo fuori che / Aspetta solo te, non scordarlo / E non perderti più, è tempo perso sai / Io non sarò più qui, sempre ti penserò / Il sangue è libertà”. Il disco si chiude con la title track: sei minuti e mezzo di sonorità immersive e atmosfere alienanti.
“Dementia” più che un disco è un unico flusso emotivo, attraversato da inquietudine, desiderio di fuga, rabbia trattenuta e improvvisi bagliori. Tutto è accompagnato dalla consueta ferocia canora e da ossessività ritmica. Il nuovo lavoro dei Sick Tamburo li conferma come quel tipo di band che o ami o odi alla follia. E, come nei sentimenti, non può esserci via di mezzo.