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Interviste

Distruggere e ricostruire: intervista ai Madbeat

Foto: Lisa Vavassori

Più di dieci anni di strada, cambi di formazione, dischi, tour e ripartenze. I Madbeat non hanno mai seguito una linea retta, ma una sequenza di scelte diverse, prese ogni volta come una scommessa. Oggi quella traiettoria li porta a “The Midnight Souls“, un progetto speciale che li vedrà protagonisti di due concerti unici: il 23 gennaio al Circolo Magnolia di Milano e il 7 febbraio al CAP10100 di Torino.

Non un semplice concerto, ma una rilettura profonda del loro repertorio, affidata ad una big band e a una formazione allargata che sposta l’asse del loro punk-rock verso nuove possibilità espressive. Un punto di arrivo e, allo stesso tempo, un nuovo azzeramento. Li abbiamo intercettati per saperne di più.

Guardandovi indietro, dal 2013 a oggi, qual è stato il momento in cui avete capito che i Madbeat erano un progetto destinato a durare nel tempo?

Forse non l’abbiamo capito in un momento solo. I Madbeat sono stati destinati a durare nel tempo ogni volta che decidevamo di correre un rischio, di prendere una decisione difficile, di fare qualcosa in controtendenza verso noi stessi o semplicemente di metterci in gioco. Per una band piccola come la nostra ogni cosa che si fa, come un disco, un singolo, o un concerto come il “Midnight Souls” è una scommessa. Prendere quella scommessa tra le braccia, è il momento in cui sappiamo di poter durare, ed è successo molte volte.

La vostra storia è segnata da cambi di formazione, stop forzati e ripartenze. Quanto queste fratture hanno inciso sul vostro modo di scrivere e stare insieme come band?

Le fratture fortunatamente insegnano sempre qualcosa. Noi scriviamo principalmente di beni di prima necessità: gioia, dolore, felicità. La musica è il nostro vestito migliore per affrontare il peggiore dei posti e questo vestito l’abbiamo cucito con un sacco di delusioni e di rotture. Non si fa musica se non si vive dentro alle canzoni.

Dal primo disco “Ancora Domani” a “La Ballata dei Bicchieri Vuoti” il vostro suono si è fatto più malinconico. È una trasformazione cercata o il risultato inevitabile di dieci anni di vita?

Credo che sia un’evoluzione sia nostra ma anche del modo in cui le persone preferiscono assimilare la musica. Forse cercata non è la parola esatta, piuttosto trovata. Trovi quello che scrivi attorno a te e inevitabilmente sei influenzato.

Avete attraversato fasi molto diverse della scena punk-rock italiana: oggi come vedete quello spazio che vi ha cresciuti? Vi sentite ancora parte di una “scena”?

La scena punk rock sicuramente ha plasmato con tutte le sue sfaccettature la nostra musica agli inizi, soprattutto nell’attitudine. La musica è un mezzo che cambia in base alle tue necessità e sicuramente non rientriamo più nelle corde della scena punk rock pura. Ma è stata una “separazione” casuale e naturale, senza forzare nulla per “uscirne” o per “rimanerci”. La scena punk rock è molto compatta e sforna sempre molti gruppi e collettivi che portano il loro messaggio, musicale o sociale che sia, al centro. Ed è per questo che questa sottocultura in Italia non potrà morire mai. 

“The Midnight Souls” arriva dopo dieci anni di strada: è un punto di arrivo, una celebrazione, o un modo per rimettere tutto in discussione ancora una volta?

È esattamente tutte e 3 le cose. È un arrivo per alcune cose che ci lasceremo alle spalle e per questo siamo pronti a celebrare con questo live unico rimettendo in discussione tutto.

Suonare con una big band e una formazione allargata potrebbe voler dire rinunciare a parte dell’urgenza e dell’impatto tipico del punk? Cosa avete guadagnato, e cosa avete rischiato di perdere?

Si parte sempre dalle canzoni. L ’urgenza della canzone è quello che ti fa provare, quello a cui ti fa pensare, e sono sicuro che nulla di ciò è cambiato. Forse la veste è cambiata per ampliare quelle sensazioni o per scoprirle finalmente. Non ci preoccupa che manchi il “punk” perché quello lo si trova anche nei racconti oltre che nella musica. Abbiamo guadagnato un esperienza incredibile e una felicità smisurata nel sentire i brani ri arrangiati. Una nuova esperienza anche per noi. Come dicevo prima avevamo tutto da perdere, come ogni volta che si fa qualcosa di nuovo e diverso: fan, sostenitori, ma anche la consapevolezza verso se stessi di poter fare di più, ma spoiler, non è successo.

Com’è stato lavorare all’arrangiamento dei vostri brani per questi concerti? È stato naturale o avete corso il rischio di sentirvi estranei?

Sentirci estranei è stato un bene. Abbiamo ascoltato dei brani inediti che a volte riescono a darti di più della versione originale. È stato comunque un processo complicato che ha richiesto l’intervento di musicisti. Quando cambi il set up della tua scrittura, e altri musicisti con altre idee scrivono sui tuoi brani è sempre complicato, ma devo dire che c’è stata un’intesa assurda ed emozionante.

Presentando l’evento avete parlato di una sfida anche umana. In concreto: cosa vi ha messo più in difficoltà come persone, non solo come musicisti?

Il pensare di poter essere di più, di non avere limiti a quello che possiamo fare. Quando suoni da tanti anni e le sfaccettature di quello che fai escono ma mai troppo dagli schemi, arrivi ad un punto dove pensi che le cose si facciano così e basta. La difficoltà maggiore è stato questo switch: provare e constatare che potevamo farlo.

Questi due concerti sono dichiaratamente unici e irripetibili. Che tipo di rapporto volete costruire oggi con il vostro pubblico storico? C’è la possibilità che poi possiate ripensarci e ripetere l’esperimento?

Questi 2 concerti hanno quasi un anno di lavorazione alle spalle, con il coinvolgimento di molte persone, musicisti, tecnici, produttori. È oggettivamente un progetto poco sostenibile per una band piccola come la nostra. Quello che c’è di buono nella nostra fanbase è che sono affezionatissimi. Abbiamo relativamente pochi ascoltatori che producono migliaia di ascolti. Credo che ai nostri sostenitori interessi che continuiamo ad essere i Madbeat, Per come intendiamo la musica, per come scriviamo le canzoni, con una big band o in 4. Il “Midnight Souls” è un esperienza unica e clamorosamente bella, e non so realmente dirvi se in futuro la rifaremo, ma è un valore aggiunto a quello a cui i nostri fan sono già affezionati.

Dopo “The Midnight Souls”, cosa resta intoccabile dei Madbeat e cosa, invece, sentite di poter ancora distruggere e ricostruire?

Nulla è intoccabile. Spero non lo sia mai. I Madbeat sono questo anche perché non hanno mai messo limiti a quello che non si potesse “distruggere” e “ricostruire”

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