Esce per Avantgarde Music e Maple Death Records “Naebula”, l’ultimo lavoro della musicista e poeta veneta Giulia Parin Zecchin, sotto lo stage name Julinko. Non si tratta di una semplice continuazione delle produzioni fino ad ora proposte, ma piuttosto di un’evoluzione. Nei precedenti pregevoli lavori abbiamo assistito a varie forme del progetto, a dimostrazione della versatilità e della poliedricità di Giulia, tra cui una versione in full band particolarmente riuscita con l’album “Nektar“. In questo disco, invece, gli ambienti si diradano, entrano organi e suoni fortemente riverberati, in gioco con spazi e silenzi, a richiamare la misticità di Björk e l’eleganza di Anna Von Hausswolff, passando poi per l’ipnotismo di AA Williams.
Sotto l’aspetto puramente artistico si percepisce distintamente l’esigenza di entrare in una dimensione altra, una necessità profonda di esprimere e determinare la propria identità attraverso una modalità di fare musica vicina certamente agli esordi, ma oggi cresciuta, maturata, avendo raggiunto il coraggio di fare meno per dire di più. Questa nuova direzione rende il disco molto convincente nei suoi intenti ed è inoltre supportato dalle scelte letterarie dei nomi e dei testi che hanno una grande intensità poetica e una capacità di disegnare un’ambientazione chiara in mente ancora prima di ascoltare i brani.
L’espressione vocale di Giulia è uno degli elementi più preziosi del disco, cardine centrale attorno a cui tutto ruota: si passa da un lamento lontano ad un estatico canto tribale, fino a momenti corali e passaggi sussurrati e sommessi. I suoni sono ottimamente curati e selezionati, così come gli arrangiamenti, sempre minimali ma estremamente efficaci, rendono il lavoro tridimensionale ed emozionale; la ritmica non è sempre presente sottoforma di percussioni, ma i suoni sanno definire il tempo e sanno trasportare l’attenzione e riempire l’orecchio.
L’ascolto di “Naebula” induce una catarsi mistica e pagana, come un canto di antiche religioni dimenticate, la forza contenuta nello spazio dei brani infonde una sospensione magica del tempo che trascende la percezione del reale e con i suoi rintocchi lenti e soffi di suoni si insinua sotto la pelle portando a galla nodi dell’anima che avevano solo bisogno di essere sciolti e purificati in un alto fuoco che rifulge in sfumature porpora sulle nuvole arrabbiate e sui rami innevate dei boschi di pini.