Arrivo presto al lavoro, Pierluigi è al bar che mi aspetta, un caloroso abbraccio, una frolla e un caffè, pochi minuti e subito si inizia a parlare di musica. Cominciamo con i Sister of Mercy e finiamo a parlare di David Bowie. Dell’importanza dei suoi album e ci ricordiamo che tra pochi giorni sarà l’anniversario di “Station to Station”.
Un disco fondamentale per rendersi conto dello stato psicofisico di Bowie in quel periodo. L’uso smodato di droghe che lentamente portano ad uno stato di instabilità emotivo e sfociano in una esplosione sonora che si distacca dalla produzione precedente. Ma il tempo è tiranno, il turno sta per iniziare e ci salutiamo.
Appena arriva la pausa raggiungo Mirko, al piano superiore per respirare e scrollarci di dosso le prime ore di lavoro e iniziamo a parlare di “Christiane F. E i ragazzi dello zoo di Berlino”. Rientra nell’argomento, nuovamente Bowie, la trilogia berlinese e l’amico mi ricorda che tra i brani presenti nel film ce ne sono alcuni tratti proprio da “Station to Station”.
Questo disco sta diventando una persecuzione, entra ed esce dalla mia testa per tutto il giorno. È destino che debba ascoltarlo. Ma cosa ha di così speciale? In fondo non è un disco come un altro? No! Non lo è, è un lavoro che segna una linea di confine tra un Bowie ancora erede di Ziggy Stardust, personaggio dal quale è arrivato il momento di staccarsi o almeno farlo capire al suo pubblico, e un musicista nuovo. Ma il Bowie di quel momento è ben lungi dall’essere una persona lucida e presente mentalmente, è fondamentalmente un tossico paranoico che vive in un appartamento di Los Angeles e conduce una vita sbandata e in piena deriva. Ma è anche un musicista fortemente interessato a suoni nuovi e diversi dai precedenti, forte è l’influenza del krautrock e l’elettronica dei Kraftwerk e dei Tangerine Dream, ma anche dall’occulto e dalla magia nera. Contemporaneamente inizia la lavorazione del film “L’uomo che cadde sulla terra” e David inizia a scrivere una serie di racconti intitolata “The Return of the Thin White Duke” (“Il ritorno del sottile duca bianco”).
È appena nato il Duca Bianco, un personaggio vestito con eleganti e costosi completi, camicie bianche, pantaloni e panciotto neri. Una persona fredda e cinica che ammalia il pubblico con un canto struggente rimanendo distaccato e non manifestando emozioni. Il Duca Bianco è il protagonista di un tour fortunato che porterà Bowie a riscuotere consensi ad ogni concerto. “Station to Station” risente di tutti questi avvenimenti nella vita di Bowie e ben presto diventa un contenitore dove confluiscono tutte le esperienze di quel momento, come nella title track, una piccola suite di 10 minuti dove krautrock e funky si fondono insieme.
Golden Years è una fortunata e ammaliante canzone con la quale il disco fa breccia nel cuore dei fan della prima ora ma anche i nuovi non possono che restare ipnotizzati da un groove coinvolgente. Word on a Wing è, come l’ha definita lo stesso Bowie, una richiesta d’aiuto a superare il momento di enorme difficoltà che stava vivendo in quel momento. Il disco si conclude, dopo aver ascoltato TV15 e Stay, con una cover di Johnny Mathis, Wild Is the Wind, una splendida esecuzione vocale che rimane tra le sue migliori interpretazioni.
Nel periodo peggiore della sua vita nasce uno dei suoi album migliori, raffinato e maturo, che rimane tra le sue vette artistiche e che spianerà la strada alla trilogia Berlinese. Per quanto mi riguarda non posso che ringraziare di avere due amici con i quali posso parlare di musica e poter condividere una passione così bella.