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Back In Time

30 anni di “Filosofem”: quando il black metal iniziò a cambiare forma

Quando scende la notte
Lei nasconde il mondo
In un’oscurità impenetrabile.
Il freddo sale
Dal suolo
E contamina l’aria.
Improvvisamente
La vita ha un altro significato

Dunkelheit

Davanti agli occhi di Kristian Vikernes è indiscutibilmente passata la parte più importante della storia scritta dal metal di derivazione nordica. Nato a Bergen – costa atlantica della Norvegia – Kristian (poi divenuto legalmente Varg) sviluppa fin dall’adolescenza, grazie soprattutto a suo fratello più grande, la passione per la musica e il desiderio di scrivere e comporre, basandosi su un triangolo di influenze formato dalla letteratura tolkeniana, la mitologia nordica e i culti pagani. Sono questi gli elementi della sua prima band, gli Uruk-Hai, ma il primo vero snodo verso la via maestra del metal moderno è la (breve) militanza negli Old Funeral, band prodromica alla formazione degli Immortal di Abbath, che peraltro abitava a pochi metri da lui. 

Ma il richiamo proveniente da Oslo è forte. Così, attraverso alcuni amici, riesce a mettersi in contatto con colui che in tanti definiscono il padre fondatore del movimento black metal norvegese, nonché proprietario della Deathlike Silence Productions, un’etichetta indipendente i cui dischi spopolavano tra i coetanei di Varg. Alla fine del 1991, dopo una fitta corrispondenza e due demo inviati, Øystein Aarseth, in arte Euronymous, lo chiama a sé entusiasta e gli propone un contratto.

Erano da poco finiti gli anni ’80, il nuovo decennio in Scandinavia iniziava con la consapevolezza che i britannici Venom e il loro “Black Metal” avevano piantato un seme in grado di trasformare il titolo di un disco in un vero e proprio genere musicale. Black come nero, ma anche oscuro, occulto, macabro, finanche mortale: è su questa falsariga che si sviluppano i proclami pubblici di Euronymous, dal quale traggono ispirazione ragazzi che poi fonderanno gli Emperor, i Darkthrone, gli Abruptum e svariati altri. Da quei giorni la stessa energia è respirata anche da Burzum, il moniker scelto da Varg, che nel linguaggio nero di Mordor – ancora Tolkien – vuol dire oscurità.

La compagnia messa su da Euronymous – che dal canto suo è attivo con i Mayhem – è perennemente riunita nei pressi della Deathlike, la cui sede coincide con il negozio di dischi gestito dallo stesso carismatico musicista e produttore. E’ un posto fisico ma anche spirituale, sembrano tutti spinti da entità evocate da Euronymous, che incita con la stessa disinvoltura a fare musica e compiere atti di terrorismo. Le occasioni “ufficiali” sono rappresentate da feste organizzate all’interno dei locali (molto ampi) di quel negozio: alcol, droga, musica metal e dopo qualche tempo anche riti sanguinari per nuovi adepti e vittime innocenti. Al di fuori di quelle mura si moltiplicano gli atti di violenza e vandalismo – in ultimo incendi dolosi – a danno delle chiese cattoliche del posto. Alcuni affiliati della prima ora raccontarono di avere la sensazione di far parte di un club esclusivo, tant’è che nell’opinione pubblica si diffuse il poco affettuoso nomignolo Black Metal Inner Circle.

Il cosiddetto Inner Circle è stato creato da Euronymous per far credere alla gente che ci fosse qualcosa, ma era una fandonia e non è mai esistito. Dall’altra parte i media credettero alla sua esistenza per un attimo, ma velocemente smisero di parlarne quando capirono che era una voce falsa

Vark Vikernes

Il triennio ‘92-’94 è un’eruzione continua di idee, proposte, incisioni, nuovi temi da affrontare nei pezzi: il progetto Burzum – di fatto la prima one man band avvolta nell’oscurità del black metal – produce una copiosa discografia composta da quattro album e un EP, “Aske” del 1993, che secondo molti è la prima crepa nel rapporto con Euronymous. Alla base dei dissidi ci sono royalties probabilmente non pagate, un presunto rallentamento lamentato da Varg nella produzione dei suoi lavori e la malcelata accusa rivolta al produttore di essere bravo solo a chiacchiere. L’unico modo che Varg ritiene valido per affrancarsi da questo sistema di cose è la creazione di una sua etichetta, la Burznag Records, rinominata in seguito Cymophane. Sorprendentemente però, Euronymous assume Varg come bassista nelle registrazioni del primo disco in studio dei Mayhem, “De Mysteriis Dom Sathanas”, l’anello di congiunzione tra le cronache che raccontano di chiese che bruciano e un immaginario fatto di satanismo, misantropia e morte in tutte le salse.

Tuttavia, Varg ritiene di essere ancora più avanti rispetto allo standard appena definito dai Mayhem. Continua a scrivere e comporre e nel marzo del 1993 termina di registrare “Filosofem”. Il punto di partenza è completamente diverso rispetto alle idee di Euronymous: innanzitutto non parliamo di un lavoro corale ma di un’idea concepita e messa a punto da una mente sola. I temi trattati ne risentono enormemente in quanto “Filosofem” è il prodotto di una profonda introspezione, un lavoro su sé stesso che produce qualcosa che va ben oltre il concetto di black metal, probabilmente anche oltre il metal stesso: tutto ciò che la mente umana intende affiancare a dark è tragicamente azzeccato.

Photo: Mick Hudson

Il rito inizia con Dunkelheit – riedizione del pezzo già inciso per il precedente “Hvis Lyset Tar Oss”, ma non inserito nel disco – una lenta e oscura marcia che da subito contrappone accompagnamenti atmosferici e saturazioni estreme: si gioca tutto su due accordi e gli stessi rintocchi, che formano un cerchio ossessivo fino al collasso finale. Jesus’ Tod è il seguito naturale, un corpo esanime che si alza e inizia a correre, sorretto da riff taglienti come katane e una linea di basso che si unisce alla sezione ritmica e diventa un gigantesco martello pneumatico in grado di traforare una montagna. Uno schema che alterna le urla indemoniate di Varg a cavalcate strumentali ossessive e senza fine.

A metà della liturgia imbastita dal Conte troviamo Erblicket die Töchter des Firmaments, forse uno dei rari momenti in cui il minimalismo iniziale fa strada a sonorità più spesse, massicce: al di là dei vocalizzi alienati di Varg, sembra quasi un pezzo thrash di un decennio prima. Pian piano, ma inesorabilmente, si prende il largo e con Gebrechlichkeit – divisa in due parti – Burzum si produce per l’ultima volta in suoni estremamente grezzi e scarni (I). In mezzo alle due sezioni di questa macabra suite c’è Rundgang um die transzendentale Säule der Singularität, immensa sia nel titolo che nel contenuto. Parliamo di oltre 25 minuti di ambient pura, semplice, essenziale, che gira esclusivamente attraverso pochi suoni elettronici che si ripetono all’infinito: è sperimentazione estrema, un suono perenne e sempre uguale che può durare per Ambient e metal, dunque, un binomio che sembra un ossimoro ma che nasconde dentro di sé un minuzioso ed estremamente proficuo lavoro di ricerca di suoni, simboli e significati. In “Filosofem” c’è evocazione di divinità pagane, occultismo, citazioni di classici della letteratura, il tutto scandito da suoni che – Rundgang a parte – vengono fuori dalla peggiore strumentazione possibile: in fase di registrazione, Varg pretese infatti di non utilizzare amplificatori per chitarra e di avvalersi di arnesi di bassa qualità, al fine di dar vita al caos più totale.

Potrebbe anche bastare così, perché di elementi per scrivere un bel pezzo della storia del rock dei successivi trent’anni ce ne sarebbero già in abbondanza. Ma Burzum è un fuoriclasse, non un semplice campione: basta leggere a caso tra i suoi versi per capire che ci troviamo di fronte ad un poeta oscuro, prima ancora che a un musicista e compositore. In un enorme stanzone, che una volta percorso ci conduce verso scenari ipnotici che intersecano atmosferica e musica concreta. Ciò che ci aspetta fuori (II) è un cammino lento e malfermo attraverso un sentiero avvolto nell’oscurità eterna.

Mi chiedo come sarà l’inverno
Con una primavera che non vedrò mai
Chissà com’è la notte
Con un giorno che non vedrò

Erblicket die Töchter des Firmaments

A marzo del 1993 “Filosofem” è pronto per andare in stampa, anche la sua copertina è un’opera d’arte visto che parliamo di un dipinto di Theodor Kittelsen, famoso per le sue illustrazioni raffiguranti le leggende nordiche. Ma c’è chi non la pensa così. Per molti è il disco della discordia, quello in cui Euronymous capisce fino in fondo la portata del talento di Varg e inizia seriamente a temere di perdere la leadership del neonato movimento metal norvegese. Il culmine si raggiunge nelle prime ore del 10 agosto dello stesso anno, quando Varg raggiunge Euronymous direttamente a domicilio e lo uccide a coltellate. Antefatti, movente, arma e scena del crimine sono agli atti del processo, al termine del quale a Vikernes verranno inflitti 21 anni di carcere, il massimo della pena all’epoca prevista da quelle parti se si considera l’ulteriore condanna per i roghi alle chiese.

Le vicende personali di Varg suscitarono un’incredibile attenzione mediatica in tutto il resto dell’Europa, nello specifico in Gran Bretagna, dove giornali, radio e network musicali avrebbero fatto letteralmente carte false pur di accreditarsi per un’esclusiva. Su tutti la spuntò la Misanthropy Records, che insieme alla Cymophane Productions – ancora di proprietà di Vikernes – riuscì a mettere le mani su “Filosofem” e pubblicarlo il 31 gennaio del 1996.

E non c’è storia: insieme al precedente (per pubblicazione, ma coevo) “Hvis Lyset Tar Oss”, “Filosofem” rappresenta un pilastro imprescindibile per ciò che può già definirsi post black metal. Il minimalismo della prima ora lascerà il posto a elementi – in ordine sparso – atmosferici, elettronici, ancestrali e che ricorrono alle più svariate forme artistiche. Solisti e band, a partire dalla metà degli anni ’90, si lasceranno trasportare da poetiche e sentimenti che daranno vita a svariati sotto-generi, dall’atmospheric al depressive, fino alle derivazioni di connotazione maggiormente folk come il viking, il pagan e il black-gaze. Se è vero che il nucleo originario si è formato in Norvegia, a partire da “Filosofem” il fenomeno si espande su tutto il globo: artisti come Shining, Leviathan, Agalloch, a loro volta seminali, devono tanto a Burzum.

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