«Con questo album siamo infine diventati una rock band lasciandoci il dream pop alle spalle». Così i neozelandesi Yumi Zouma hanno presentato la loro quinta fatica, “No Love Lost to Kindness”, registrata a Città del Messico e pubblicata per la casa discografica canadese Nettwerk alla fine dello scorso gennaio. Un’affermazione, questa, che tuttavia, fatta eccezione per alcuni dei numerosi singoli estratti dal disco – ben sei su dodici brani – fa a pugni col suo ascolto che rivela, al contrario, tracce in forte continuità con i lavori precedenti.
Nei fatti, la presunta svolta dura un quarto d’ora scarso, il tempo necessario per ascoltare i primi quattro brani del disco. A rappresentare elemento di rottura rispetto al passato in direzione di una più decisa cupezza, è anzitutto il terzo singolo, Cross My Heart and Hope to Die, brano che apre l’album e che, pur mantenendo accenti eterei e sognanti, introduce cori distorti e presenta una sezione ritmica basso/batteria fortemente in primo piano, tanto da assumere una sfumatura post-punk che richiama i primi Depeche Mode. La stessa falsariga viene seguita dalla successiva Bashville on the Sugar (primo singolo), un brano trainato inizialmente da una forte energia cinetica che richiama i Cage The Elephant che tuttavia sfuma gradualmente in un dream pop alla Alvvays man mano che ci si avvicina al ritornello. Viene poi il momento del quarto singolo, Drag, uno degli apici dell’album, il quale, similmente alla precedente traccia, combina strofe dall’andamento post-punk a ritornelli molto più pop. Chiude il primo quarto il secondo singolo, ovvero la peculiare Blister, un brano dall’energia quasi garage rock che ricorda i migliori Caesars di Jerk It Out e integra alla perfezione un originale intermezzo rappato.
A partire dalla quinta traccia, tuttavia, inizia letteralmente un altro album in cui a prevalere nettamente sono le sonorità dream pop, popgaze, ed ethereal wave a cui la band ci ha da sempre abituati. Rari i guizzi: qualche campionamento da suonerie di vecchi cellulari Nokia in Phoebe’s Song, gli ottoni sul finale di Every False Embrace, il crescendo orchestrale onirico di Waiting for the Cards to Fall. Le “novità”, se di novità si può parlare, sembrano non risiedere affatto nell’aggiunta di “cemento e ghiaia” ai brani – intesi come ingredienti alla base di una loro supposta maggior ruvidezza – ma in una decisa svolta mainstream pop evidentissima in pezzi come Cowboy Without a Clue e Chicago 2 am, probabile effetto collaterale del passaggio da Polyvinyl a una “indie major” come Nettwerk.
Anche tematicamente, l’album risulta monocorde, trattando essenzialmente di relazioni amorose. Come spiegato dalla cantante Christie Simpson, il titolo, “No Love Lost to Kindness”, sottolinea come, in un’epoca in cui l’odio sta divenendo sempre più generalizzato, la gentilezza sia un atto di forza e non di debolezza – tematica questa non molto originale, considerando che l’idea circola dai tempi di James Dean e come sia alquanto frequente nelle produzioni culturali odierne, basti pensare all’ultimo Superman di James Gunn. Esso suggerisce dunque di interpretare le dodici tracce dell’album come resoconto di un’economia sentimentale in cui l’investimento in gentilezza non è mai a fondo perduto, anche quando non ricambiato.
Viene tuttavia da chiedersi, parafrasando Aldous Huxley: non è leggermente imbarazzante che dopo dodici anni di onorata carriera, il miglior consiglio che gli Yumi Zouma riescono a darci sia quello di essere un po’ più gentili gli uni con gli altri?