Ultima traccia. Ultima canzone. Per la cronaca la decima. Bir Nazar Eyledim. Lei, proprio lei. La canzone a mio avviso più bella dell’intero disco, “Garip”, il sesto della discografia della band turca con passaporto olandese degli Altin Gün. In un istante mi ha strappato via. Forse, con molta probabilità, la composizione in generale più bella che mi è capitato di ascoltare in queste ultime settimane.
Un canto, una preghiera, una voce sostenuta da un tappeto sonoro sintetico che lentamente sale e si fa largo, dolcemente, quasi senza toccare il suolo. Meravigliosa. Non vedo l’ora di salvare la bozza di quanto sto scrivendo per tornare ad ascoltarla di nuovo. Magari a luci spente. Senza dubbio a luci spente. Una di quelle canzoni che non devono essere disturbate da nulla, giusto una flebile luce pomeridiana che filtra dalle tapparelle di una finestra, ma null’altro.
Non è molto consono iniziare a descrivere un album partendo dalla sua conclusione. Ma in fondo dov’è scritto che si deve sempre iniziare dal principio.Anche nel cinema potrei elencare una lista infinita di film capolavoro che iniziano il racconto partendo proprio dalla sua conclusione. Alcuni film risalgono addirittura a ritroso. Si, Nolan, anche io sto pensando a Memento. Esattamente. (…parentesi! Ma che film pazzesco è Memento? Chiusa parentesi!)
“Garip”, la cui traduzione in italiano è “strano”, è un album fatto di alti e bassi. Picchi, dossi, risalite, discese ardite e anche qualche curva presa in controsterzo a tutta velocità. Non tutto mi è piaciuto e non tutto sono riuscito ad apprezzare, ma come al solito, come sempre mi capita con i dischi degli Altin Gün, quello che mi ha colpito, lo ha fatto senza mezzi termini, colpendomi nel pieno del petto.
Si, lo so che non si dovrebbe fare (e chiedo scusa fin da adesso), ma paragonandolo ad alcuni dei loro dischi precedenti, seppur il livello complessivo sia decisamente e degnamente alto, non mi sembra ci sia stato un pieno salto di qualità rispetto a ciò che è già stato. Anyway. Chissene.
I dischi possono anche essere semplicemente dei capitoli di una storia più grande e la carriera degli Altin Gün , già così, è assolutamente degna di nota. L’intero disco nasce come omaggio al cantante e compositore turco Neset Ertas, vera icona della musica folk anatolica e assoluto virtuoso del baglama. Tutte le canzoni sono infatti composizioni originali di Ertas, qui rivisitate, reinterpretate e filtrate attraverso la cifra stilistica della band di Erdinc Ecevit Yildiz e soci.
Il risultato è anche in questo caso un mix di prog-rock, sana psichedelia, funk e così come citano loro stessi, di musica franco-italiana e indie-pop anni Ottanta. Sono sincero, a trovarci questi ultimi riferimenti ho fatto un po’ di fatica, anche se in effetti, soprattutto in merito agli anni Ottanta, qua e là, citazioni synth e retrowave se ne sentono eccome, ma ciò che emerge è soprattutto tanto folk della tradizione turca, un pizzico di Bollywood, musica egiziana, sassofoni, bassi inquieti e archi arabeschi a caduta libera.
Un album che parla di dolore, amore e di terra come radice delle proprie tradizioni. Non il migliore, ma sicuramente il più eclettico tra i loro dischi.
Meno pop, meno psych-rock e decisamente più legato alla madre patria. E adesso Ctrl+B (ma anche voi trovate questa cosa che in word non si salva con Ctrl+S una cosa innaturale? Fatemi sapere perché ci tengo!), rileggo un’ultima volta, lascio decantare quanto scritto per un po’ e, nell’attesa, mi lascio trasportare nuovamente dalla traccia numero dieci, Bir Nazar Eyledim.