Il quartetto londinese deathcrash, composto da Tiernan Banks, Matthew Weinberger, Noah Bennett, Patrick Fitzgerald, arriva a “Somersaults” dopo l’EP “People Thought My Windows Were Stars” (2021) e gli album “Return” (2022) e “Less” (2023). Fin qui la loro cifra: costruire mondi sonori e poi metterli alla prova, tra impulso creatore e istinto di contenimento, come chi progetta e al tempo stesso erige una diga contro l’esondazione.
In “Somersaults” i deathcrash non forzano: raccolgono. L’intensità di un tempo si ripiega; il caos resta ma scalda. È un disco più vocale e scoperto, che non cerca redenzione ma abbandono: lasciare l’idea che il dolore coincida con la verità, accettare l’età adulta come spazio instabile, a tratti fragile e sorprendentemente luminoso.
“Somersaults” sposta il baricentro dal gesto estremo alla tenuta collettiva: più voce in primo piano, arrangiamenti snelli, dinamiche elastiche che preferiscono la misura al climax. Il progetto suona come il residuo di anni insieme, fiducia, stanchezza, imbarazzo, intimità. La formazione non cambia, cambia la postura: canzoni in bilico che non spingono più per cadere.
La loro musica era tutto-o-niente. Poi il tour di “Less“ incrina le certezze: sale più grandi, pubblici meno controllabili; nasce l’idea che non serva proteggere il suono fino allo sfinimento, che la fragilità non debba sussurrare e la rabbia non debba esplodere. Le nuove canzoni nascono in movimento. “Non stavamo scappando dalla tristezza”, dice Weinberger. “Ci stavamo divertendo”. E si sente: non euforia, ma stabilità.
La scrittura si alleggerisce: disimpara automatismi, torna al nucleo. Quattro giorni al Black Box, nella Loira: luce naturale, vino, pane. Sotto l’ansia pulsa una gioia feriale. È un disco sulla “seconda formazione”: niente celebrazioni, si continua fuori copione. “Trenta, nessuna carriera, mi preoccupa fottutamente”, canta Banks in NYC. In CMC arriva una resa attiva: “Questa vita è la vita migliore”, sussurrata sopra una stampante. Le canzoni si dissolvono come luce su vetri rotti: il dolore rifrange.
Registrato anche all’Holy Mountain di Haggerston, “Somersaults” si inchina alla genealogia slowcore (Duster, Low, Codeine) senza imitarla: blocchi introversi che d’un tratto si aprono su una quiete cristallina. Persino il silenzio partecipa: gesto condiviso, amici che lasciano passare i fantasmi altrui. In Love for M: “Non so se morirò affatto / non sono sicuro di volerlo”, poi Weinberger fuori campo: “È bella!”. La tensione si scioglie. Tiernan Banks, in alto, diventa più accessibile. “Vogliamo solo disperatamente essere una band emo”, scherza. Forse è questo il passo avanti: non l’intensità, ma lo spazio. “Somersaults” non rinuncia: prende atto. E, per i deathcrash, è un gesto radicale.