Quando si hanno le mani di un grande artigiano e la vena di un’artista, la creatività, la fantasia, non possono che essere in perenne fermento.
A far difetto può essere però l’ispirazione e l’originalità, inclini al cadere nella tentazione di specchiarsi nei precedenti manufatti, nelle alcove già conosciute, in armonia amiche che ormai sono entrate nel tessuto personale e che non possono non strizzare l’occhio al gusto soggettivo.
E’ questo il caso di “Hen’s Teeth”, ennesimo capitolo della vita da musicista di Iron & Wine, che sembra non riuscire a stare più di pochi mesi senza pubblicare qualcosa. In un mare di dischi ufficiali, collaborazioni, EP, partecipazioni e chi più ne ha più ne metta, è solo dello scorso settembre il più recente sbarco in negozio con l’album di cover “Making Good Time“, insieme a Ben Bridwell, mentre è sufficiente scivolare al 2024 per trovare “Light Verse”, ultimo LP di musica inedita inserito nella discografia ufficiale.
Insomma, Sam Beam non ne vuol proprio sapere di riposare, neanche per un breve lasso di tempo. In questo pullulare di musica, il fertile Iron & Wine firma un album levigato, curato, lineare. Moderato. Nei toni, nelle armonie, nelle parole, figlio di una penna che sa scrivere musica ma che stavolta non riesce a trovare un guizzo degno di nota o un incantesimo che innamori. In tutti i suoi lavori la calma, la pacatezza, la moderazione, condite da quella voce soffice, sono sempre stati dei tratti simbolici, colonne portanti del suo stile. “Hen’s Teeth” si inserisce in questa corrente e si muove su una linea di galleggiamento piacevole e malinconica, un felice dispiacere che scorre liscio in sottofondo. Privo dell’impeto di spiccare il volo (History of Lovers, dallo split coi Calexico “In the Reins”, è un pallido ricordo), privo della volontà di ricercare un’energia, un brio che darebbero lustro all’intero componimento, come faceva All in Good Time in “Light Verse”.
Eppure, proprio grazie alle qualità del talento della scuderia Sub Pop, non si può dire che manchino dei buoni pezzi. Roses, apripista, si fa largo nella bruma mattutina per condurci verso una brezza e un raggio di sole, con in sottofondo l’odore del mare. Un filo di sollievo, di felicità accennata; qualcosa di sottile e raffinato che sembra voler esprimersi in toni sommessi e introversione. Ma è In Your Ocean è la locomotiva dell’intero album. Brillante, leggera, piacevole, è il punto più alto del disco, che conta anche delle collaborazioni di I’m With Her in Robin’s Egg e Wait up, e della partecipazione della figlia di Beam, Arden, che si diletta col canto. C’è spazio per le atmosfere lo fi di Singing Saw e i ritmi tribali di Dates and Dead People, canzone che si chiude con un epilogo dal sapore di una preghiera antica e primitiva.
“Hen’s Teeth” è un album visceralmente americano (Defiance, Ohio ne è lapalissiana prova) e attinge a piene mani dalla gloriosa e copiosa tradizione folk a stelle e strisce. Iron & Wine ha sposato da tempo queste arie, queste atmosfere nelle quali si trova a suo agio, attingendo da una tavolozza dei colori conosciuta e che sa sfumare con maestria, pur mancando di quel nitore che avrebbe elevato tutto.
Forse, stavolta, una magia senza incanto. Tuttavia, in un mondo di Sanremo e TonyPitony, averne di Iron & Wine.