Cinema – ImpattoSonoro – Webzine musicale e culturale indipendente https://www.impattosonoro.it Fri, 27 Nov 2020 14:59:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.2 Mi chiamo Francesco Totti, di Alex Infascelli https://www.impattosonoro.it/2020/11/27/cinema/mi-chiamo-francesco-totti-di-alex-infascelli/ Fri, 27 Nov 2020 14:59:52 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=98345 Recensione del film "Mi chiamo Francesco Totti" (Alex Infascelli, 2020). A cura di Ciro Andreotti.

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Agiografia dell’ex capitano romanista narrata con la voce dello stesso Francesco Totti e girata dal cinquantatreenne Alex Infascelli, noto per numeosi videoclip e per altrettanti film non certo di cassetta ma che come Il siero delle Vanità e Almost Blue, furono favorevolmente accolti  dalla critica. Questa volta Infascelli ci porta nel cuore della Roma giallo rossa e alla vigilia dell’ultima gara giocata dal calciatore più rappresentativo della capitale. Vera icona e metro di giudizio per ogni bandiera del passato e del futuro. In un’epoca nella quale le bandiere sportive non sono più abituate a essere sventolate, il Totti calciatore, sempre affiancato e consigliato da amici e famigliari che appaiono in filmati di repertorio, decise di restare sempre a Roma, rifiutando le avances di club ben più prestigiosi per potersi trasformare in un’icona che nella Roma, squadra per la quale tifava fin dall’infanzia, non ha visto solo un club calcistico ma un modo per potersi affermare e restituire qualche cosa alla propria città.

Partendo dalla biografia scritta a quattro mani dallo stesso ex capitano assieme al giornalista Paolo Condò, il film prende il via in un immaginario prepartita nell’attesa di scendere in campo per l’ultima volta e dopo venticinque anni da professionista, mentre l’uomo prima, e solo poi il calciatore, si gira per ripercorrere la propria infanzia e i primi calci tirati nella scuola calcio a pochi passi da casa e poi su fino ai successi, allo scudetto vinto nel 2001, al mondiale di Germania, ai battibecchi con gli allenatori e il pubblico, alle lacrime dei tifosi e la stima degli avversari.

Documentario che sarà molto apprezzato dai tifosi giallo rossi, ma film che al tempo stesso non riesce a catturare completamente gli interessi di uno spettatore neutrale e a digiuno d’italica pedata perché, nonostante il tentativo d’Infascelli di far recitare all’ex ragazzino prodigio il ruolo d’Io narrante, la pellicola non riesce a lasciare traccia di qualche cosa che vada oltre agli eventi sportivi fino a scivolare da quest’ultima in qualche cosa di più personale.

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Il Re di Staten Island, di Judd Apatow https://www.impattosonoro.it/2020/09/08/cinema/il-re-di-staten-island-di-judd-apatow/ Tue, 08 Sep 2020 14:54:38 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=96151 Recensione del film "Il Re di Staten Island" (Judd Apatow, 2020). A cura di Ciro Andreotti.

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Scott è un ventiquattrenne appassionato di tatuaggi che abita a Staten Island assieme a sua madre Margie, vedova ormai da diciassette anni, e a sua sorella Claire, prossima alla partenza per il college. Quando Margie inizierà a frequentare un uomo che come il padre svolge la professione di vigile del fuoco, la vita di Scott subirà un brusco contraccolpo.

L’immaturità e gli atteggiamenti con i quali il ventiquattrenne Scott Carlin affronta gli impegni della vita sono i medesimi che colpirono il giovane comico Pete Davidson a partire dai suoi otto anni, ovvero quando il padre, vigile del fuoco in servizio alla caserma di Staten Island, scomparve nel crollo delle twin towers. Prendendo il là da questa vicenda il cinquantatreenne Judd Apatow, regista trasversale ed esistenzialista, sue le pellicole 40 anni vergine e Un disastro di ragazza, confeziona una nuova catarsi narrativa all’ombra della Grande Mela. Una catarsi figlia del tempo che passa senza che le sbandate della vita di un giovane uomo, incarnate sotto forma di un nuovo uomo nella vita della madre e di una sorella che lo sta lasciando per frequentare il college, possano scuoterlo fino a farlo crescere.

Pete Davidson, deus ex machina di una pellicola dedicata al padre Scott, offre trasporto personale e battute per un personaggio cucito sulla sua esperienza e al quale Marisa Tomei aggiunge una figura materna comprensiva e protettiva dalla quale il giovane non vorrebbe staccarsi troppo facilmente, il tutto sullo sfondo del borough meno celebrato della Mela. Il risultato finale porta a interrogarsi se non fosse possibile fare di più e di meglio rispetto a un trascorso che avrebbe meritato ben altra narrazione con la certezza che troppi sono i punti rimasti in sospeso all’interno di un film finto giovanilista.

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Odio l’estate, di Massimo Venier https://www.impattosonoro.it/2020/08/18/cinema/odio-lestate-di-massimo-venier/ Tue, 18 Aug 2020 15:28:55 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=95752 Recensione del film "Odio l'estate" (Massimo Venier, 2020). A cura di Ciro Andreotti.

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Aldo, Giovanni e Giacomo sono tre genitori che stanno per partire da Milano con destinazione Puglia per trascorrere le vacanze estive assieme alle loro famiglie. Aldo è padre di tre figli, perennemente a casa in mutua e sposato con Carmen della quale è molto innamorato. Giovanni è proprietario di un negozio di calzature, sposato con Paola e padre di Alessia. Giacomo è un dentista affermato, sposato con Barbara e padre del dodicenne Ludovico.

Le tre famiglie pur non conoscendosi dovranno coabitare a causa di un errore dell’agenzia che a tutti ha prenotato la stessa villetta.L’ultima pellicola di Massimo Venier, ritornato a dirigere dopo oltre quindici anni i tre quasi inseparabili Aldo, Giovanni e Giacomo, non aggiunge molto al repertorio o ai precedenti successi del trio milanese, ma ne rappresenta invece un punto definitivo e fermo nella loro già sufficientemente vasta filmografia e dopo alcuni anni a inseguire il successo attraverso nuove formule.

Dimenticate quindi le loro ultime uscite e ripensate invece ai loro primi successi con l’aggiunta di una sorpresa finale e un cameo gentilmente donato da Massimo Ranieri nel ruolo di sé stesso oltre a numerose autocitazioni ripescate dal loro più remoto passato. A questo s’aggiunga il ripercorrere i medesimi stereotipi che da sempre li contraddistingue, ovvero Giovanni nel ruolo del preciso ai limiti della pignoleria, Giacomo in quello di un padre e marito dedito al lavoro e del tutto fuori dalla vita famigliare e ignaro delle passioni del figlio, per finire con Aldo, genitore e marito presente ma anche vittima di numerosi acciacchi veri o inventati che lo fanno sembrare un parassita che vive alle spalle della moglie.

Il cast di supporto è perfettamente allineato con i tre protagonisti a partire dalle rispettive famiglie per finire con Michele Placido nel ruolo di un ufficiale dei carabinieri con il desiderio di liberarsi definitivamente di ogni turista di passaggio nel suo paese. Non troverete quindi molto di nuovo in quest’ultimo film e rispetto ai primi AG&G, al tempo stesso però ne sarete probabilmente rassicurati riguardo possibili scelte future.

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Gli infedeli, di Stefano Mordini https://www.impattosonoro.it/2020/08/10/cinema/gli-infedeli-di-stefano-mordini/ Mon, 10 Aug 2020 11:22:35 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=95419 Recensione del film "Gli infedeli" (Stefano Mordini, 2020). A cura di Ciro Andreotti.

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Cinque storie di infedeltà coniugale, o di rapporti di coppia molto particolari, sono trattate partendo dall’omonimo film francese diretto da sette registi e dal quale sono ricalcate due delle brevi narrazioni portate in pista da Stefano Mordini per Netflix. Regista originariamente indipendente e autore per il grande schermo di lavori dal tono cupo ai limiti del noir, capace di aggiungere alla pellicola ancora una volta proprio un tono frutto di derive in giallo e di vita vissuta ai limiti e non certo comuni alla quotidianità di ognuno di noi.

Ad alternarsi nei ruoli di amanti, di mariti e, all’occorrenza, d’infedeli, un attore feticcio del cinema del regista toscano: Riccardo Scamarcio, che per la terza volta è impiegato come protagonista dal regista originario di Marradi dopo le evoluzioni in Pericle il Nero (2016) e Il testimone Invisibile (2018), e Valerio Mastandrea già in coppia con lo stesso Scamarcio in occasione della terza pellicola diretta da Valeria Golino – Euforia – e che ha molto sponsorizzato una nuova uscita di coppia con un sodale che in maniera molto inattesa ne ha saputo esaltare le capacità recitative e con il quale si era trovato molto bene in scena. Ai due attori s’aggiungono di volta in volta Valentina Cervi, il caratterista e attore di teatro Massimiliano Gallo e Laura Chiatti, in un rimando continuo al cinema d’autore, perché va sottolineato come tutti siano stati capaci  di contribuire alla perfezione alla riuscita in termini interpretativi della pellicola. A film ultimato però il risultato finale risulta essere una serie di narrazioni che non vogliono assolutamente psicoanalizzare il mondo coniugale e dei rapporti difficoltosi in seno alle coppie di oggi, ma semplicemente raccontare altrettante storie in maniera fine a sé stessa con finali a sorpresa più debitori a ‘The Twilight Zone’ che al film del 2012.

Attendiamo quindi Mordini in nuove uscite sul grande schermo o sul mondo dei documentari senza attenderci nuovi remake che potrebbero rovinare quel che di buono già in precedenza ha saputo produrre.

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Dark Places, di Gilles Paquet – Brenner https://www.impattosonoro.it/2020/07/13/cinema/dark-places-di-gilles-paquet-brenner/ Mon, 13 Jul 2020 16:15:49 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=94706 Libby Day, sfuggita per miracolo al massacro della sua famiglia per mano di suo fratello Ben, ha avuto da sempre una vita travagliata con una breve stagione di successi grazie a un libro biografico che narrava la vicenda. A distanza di molti anni, ormai senza un lavoro e senza denaro, decide di farsi assumere da […]

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Libby Day, sfuggita per miracolo al massacro della sua famiglia per mano di suo fratello Ben, ha avuto da sempre una vita travagliata con una breve stagione di successi grazie a un libro biografico che narrava la vicenda. A distanza di molti anni, ormai senza un lavoro e senza denaro, decide di farsi assumere da Lyle e dal suo club di appassionati di cronaca nera, tutti certi dell’innocenza di Ben e per questo desiderosi di riaprire il caso.

Nuovo thriller firmato da Gillian Flynn, autrice del pluripremiato romanzo L’amore bugiardo, poi divenuto un successo fra le sapienti mani di David Fincher, e che questa volta cela un processo di catarsi indispensabile alla protagonista, una al solito eccellente Charlize Theron, per riuscire a voltare finalmente pagina e ricostruirsi una vita, cimentandosi con una serie di certezze che si tramuteranno in altrettanti dubbi riguardo un fratello scomparso nei meandri di una prigione molti anni prima e forse accusato d’omicidio in maniera troppo frettolosa. La donna, aiutata da Nicholas Hoult, ormai ultratrentenne e ben lontano dal suo esordio in About a Boy – un ragazzo, qui nel ruolo di un appassionato di fatti di cronaca nera e casi irrisolti, dovrà fare i conti con i suoi ultimi trent’anni di vita e con una serie d’incongruenze famigliari e investigative che spianeranno la strada a tutta una serie di ulteriori dubbi e incertezze anche personali.

Il regista francese Gilles Paquet – Brenner dirige affidandosi a un cast che riesce a funzionare come un orologio, aiutato da una sceneggiatura altrettanto solida che smembra la trama in due filoni narrativi. Il primo contemporaneo e il secondo legato agli eventi che portarono alla condanna di Ben. Il cerchio si chiuderà solamente sulle ultime curve della pellicola mentre il tutto è impreziosito da una fotografia lugubre capace di esaltare il pathos palpabile lungo le quasi due ore di film.

Film che piacerà molto agli appassionati di thriller vecchia maniera ma con evidenti risvolti psicologici.

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Un Romano a Roma: omaggio ad Alberto Sordi https://www.impattosonoro.it/2020/06/16/cinema/un-romano-a-roma-omaggio-ad-alberto-sordi/ Tue, 16 Jun 2020 08:18:07 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=93847 "Cosa volete che vi dica. È il più superato di noi perché non ha fatto altro che recitare all’infinito la stessa parte, portando in scena sempre sé stesso."

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Cosa volete che vi dica. È il più superato di noi perché non ha fatto altro che recitare all’infinito la stessa parte, portando in scena sempre sé stesso

Parole di Nino Manfredi e musica destinata a un suo collega che da sempre è giudicato uno dei migliori attori della dorata generazione degli anni ‘50/’60. Un attore che Nino reputava essere ormai un fossile non meritevole del credito che gli era sempre stato concesso. Ma chi fosse questo collega a suo modo criticato da Manfredi va ricercato nella sua storia personale e di un paese in bilico fra le due guerre.

Inizio anni Trenta, un bambino cammina con la madre e i suoi fratelli nella Roma prebellica. I cinque si trovano nei pressi delle terme Antoniniane sulla sommità della collina che le sovrasta. Il bambino osserva una villa di proporzioni faraoniche, si ferma a guardarla ogni volta che passa lungo quella strada. L’osserva e pensa che quella casa grande e spaziosa la vorrebbe tutta per sé.

Alberto, questo il nome di quel bambino, è dotato di quella vivacità comune a tutti i ragazzini assetati di voglia di stupire il mondo adulto. Per incanalare questa sua veemenza la madre lo spinge a frequentare il coro della chiesa ove canta con quella cadenza che da sempre rende celebre la gente della capitale. Alberto ha un pensiero fisso, lavorare nel mondo dello spettacolo, anzi dell’avanspettacolo. Ai genitori piacerebbe vederlo invece con un pezzo di carta in tasca e magari sposato con figli. In entrambi i casi il destino avrà per lui altri progetti.

Primi anni cinquanta. Alberto ha da poco sepolto la madre dopo averla vegliata anche da morta assieme ai suoi tre fratelli. Il padre, basso tuba dell’orchestra comunale, era già un pallido ricordo. Maria, sua madre, ha dovuto crescere i quattro figli sola per tutto il percorso bellico e Alberto, il più giovane di loro, non ha mai accantonato quel desiderio ancestrale di darsi definitivamente alla carriera d’attore che di fare altro non se ne parla neppure. A sedici anni per esempio era stato spedito a Milano da un amico di un parente di Valmontone, da dove proviene la sua famiglia, per cercare di avviarlo alla professione di elettricista. Il padre, prontamente informato dell’indolenza del figlio, ha accettato suo malgrado di farlo rientrare a Roma.

Siamo sempre nei primi anni ’50 e alla soglia dei trent’anni Alberto riesce ancora e solo a strappare qualche piccola parte da comparsa accalcandosi di fronte a Cinecittà assieme a tutte le maestranze di quel mondo baciato dal neorealismo, nel frattempo ha finalmente coronato il suo sogno e lavora nell’avanspettacolo, inoltre ha anche vinto un concorso radiofonico per doppiare, assieme a uno studente d’ingegneria, una coppia di comici americani. A lui, dotato di una voce profonda e calda, è toccato il comico sovrappeso, sfrutterà questa opportunità per portare in scena il medesimo personaggio, mostrandosi come ‘la voce di Oliver Hardy’ nel corso di quell’avanspettacolo nel quale ha iniziato a bruciare le tappe. Prima come semplice comparsa al fianco di ballerine di fila e ora direttamente sul palco da solo al punto che al primo applauso l’emozione è stata così forte e il groppo alla gola così incontrollabile che ha fatto fatica a ricacciarlo indietro, mentre il pensiero ritornava al padre scomparso che per lui prediceva un futuro di stenti e difficoltà, perché si sa “va bene il teatro. L’avanspettacolo. La radio, ma te che voi fà pe’ campà?”.

Alberto invece non si è certo perso d’animo e si è specializzato nel doppiaggio, non solo del duo comico a stelle e strisce e anzi ormai è fra i doppiatori più richiesti, e dire che lui ha fatto tutto da completo autodidatta imparando tutto sul campo. Inoltre nella sua vita professionale c’è molta radio, il suo vero primo grande amore, con una trasmissione dove porta personaggi di sua invenzione ricavati dall’osservazione delle strade che percorre quotidianamente che sotto i suoi occhi diventano il suo territorio di caccia dove esplora tic, espressioni, cinismo gratuito, battute che poi porterà esasperate nell’etere dando il via a quello che è definibile come ‘il metodo Sordi’ poi copiato anche da altri comici negli anni a venire, uno su tutti: Carlo Verdone che di Sordi diventerà a suo modo erede designato.

Alberto Sordi posato sorridente in camerino con la vestaglia durante la pausa sul set di un film. 16.03.1957

Dai primi anni Sessanta. Sordi ormai è un’istituzione, sforna film a ripetizione anche dieci pellicole in un anno e tutte sono un successo incredibile al botteghino. Appena dieci anni prima non aveva però ancora certezze, ma una vita di radio e doppiaggio che ormai gli andavano strette. Il mare della radio a onore del vero avrebbe voluto continuare a solcarlo, ma ormai il cinema lo aveva del tutto catturato e con una voce così riconoscibile chiunque avrebbe notato un attore a stelle e strisce che parlava con l’inconfondibile voce di Alberto o anche un celebre attore Italiano come Mastroianni, doppiato in Domenica d’Agosto pellicola del 1950 diretta da Luciano Emmer.

Fu dai primi anni Cinquanta che Alberto riesce finalmente a svoltare iniziando a inanellare una serie di occasioni colte tutte al volo. Nel 1951 inMamma mia, che impressione! Diretto da Roberto Savarese, Sordi mette mano assieme a Cesare Zavattini, anche alla sceneggiatura portando in scena un personaggio figlio de ‘il compagnuccio della Parrocchietta’ ovvero uno dei numerosi protagonisti radiofonici da lui creati. L’anno seguente è diretto da un amico riminese appassionato di cinema quanto lui e altrettanto desideroso di affermarsi. Diventerà protagonista di due pellicole che saranno pietra angolare della carriera non di Alberto ma di Federico, questo il nome dell’amico: Lo sceicco bianco (Fellini, 1952) e I Vitelloni (Fellini, 1953). Fu però durante il film a episodi Un giorno in pretura (Steno, 1954), toccato da un incredibile successo sia al botteghino sia dalla critica, che Sordi ebbe l’illuminazione lungo la via che l’avrebbe potuto condurre fino a Damasco. Alberto impersona un ragazzo romano appassionato di tutto quello che proviene dagli Stati Uniti. Non pago del successo della pellicola Sordi vi aggiunge un vero colpo di genio proponendo a Steno un nuovo film in cui il solo protagonista sia Nando Morriconi, questo il nome del giovane americanofilo che come dice Carlo Verdone: “In quel film pareva un pazzo. Usciva da un angolo buio e minacciava con un revolver giocattolo un gatto accusandolo d’essere una spia, simulando una serie di colpi con la bocca come si fa da ragazzini e parlando, anzi urlando, nella notte di Roma in un inglese maccheronico”.  Un americano a Roma sarà un successo anche migliore di un giorno in Pretura e da Morriconi ai successi degli anni seguenti il gioco è quasi fatto.

Assistito da una capacità camaleontica di adattarsi a qualunque sceneggiatura Sordi diventa un incredibile fagocitatore di personaggi e storie di casa nostra, correndo e percorrendo la penisola da un angolo all’altro, come già detto portando in scena numerose pellicole all’anno, con una capacità di non stancare mai il pubblico nonostante una sovraesposizione che oggi verrebbe vista come negativa e che porterebbe a scelte differenti. Sordi ha saputo, come il suo amico e confidente Totò, diventare attore opponendo al neorealismo dei primi anni del dopoguerra una comicità innovativa, mai banale e anzi agrodolce, malinconica, cinica. Simbolo di un’Italia che s’identificava con quegli anni ma inquadrati in un contesto non ridicolo ma ironico per via delle sue capacità d’improvvisazione che maggiormente s’esaltavano ed erano visibili nelle sue incursioni televisive in cui aveva la possibilità di duettare con artisti del calibro di Mina, delle gemelle Kessler, di Corrado e Alighiero Noschese, solo per citarne alcuni.

Di pari passo con i successi professionali cresceva anche la notorietà di Sordi a livello di gossip e in termini di patrimonio personale e se della vita privata Sordi ha saputo celare ogni anfratto del secondo si sa che inizialmente i suoi incassi al botteghino e gli ingaggi che arrivavano copiosi servirono per sostituire la precedente abitazione di famiglia, nel quartiere di Trastevere, con un bell’appartamento nel quale risiedeva assieme alle sorelle Aurelia e Savina in Via delle Zoccolette, una casa confinante con quella di un noto docente e studioso di cinema: Mario Verdone, padre del futuro regista Carlo, sempre lui. Successivamente quella villa posta sul colle che sovrasta da sempre le Terme di Caracalla e che Alberto osservava stupito ogni volta che al seguito della madre ritornava a Trastevere divenne finalmente sua.

Una villa soffiata per un nonnulla all’amico Vittorio De Sica e che corredata di una sala cinema che all’occorrenza poteva diventare palco di un piccolo teatro ha ospitato l’attore e le due sorelle dal 1958 sino alla sua scomparsa. Già perché anche se pare ieri, se non sembra possibile, ma sono già oltre tre lustri che il giovane Nando Morriconi, Alberto Nardi detto cretinetti, il soldato semplice Oreste Iacovacci, l’editore Fausto Di Salvio e centinaia di altri personaggi sono ormai depositati nel ricordo comune non solo di noialtri ma internazionale al punto che un attore del calibro di Robert De Niro ha ammesso più volte di aver studiato il comportamento da ubriaco di Sordi: “perché è difficilissimo fare bene l’ubriaco e Sordi era perfetto !!”.

Sarebbe inutile e stucchevole arrivare a commentare ogni successo di un attore che forse, come diceva Manfredi, ha fatto all’infinito il medesimo personaggio sempre uguale a sé stesso, ma forse è più semplice inventare qualcosa che copiare all’infinito la parte più difficile, ovvero sé stessi, e riuscire al tempo stesso a toccare vette narrative altrimenti inarrivabili.

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Honey Boy, di Alma Har’el https://www.impattosonoro.it/2020/06/14/cinema/honey-boy-di-alma-harel/ Sun, 14 Jun 2020 09:42:23 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=93778 Recensione del film "Honey Boy" (Alma Har'el, 2019). A cura di Ciro Andreotti.

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Otis Lort, stella dodicenne di una sitcom per ragazzi, vive assieme a suo padre James in un motel alla periferia di Los Angeles. James è un ex veterano del Vietnam, disintossicatosi da poco e che impartisce al figlio lezioni di vita basate sul sopruso. Una volta cresciuto Otis diventa una persona problematica al centro di numerose risse e vittima di un incidente stradale causato dall’alcool, per questo verrà mandato in terapia dove per motivi medici gli viene ordinato di scrivere e descrivere il legame che lo univa al padre.

Shia LeBeouf, promessa ormai ultra trentenne del cinema d’oltreoceano, adatta i propri ricordi d’infanzia da bambino prodigio del canale Disney Chanel, cercando di spiegarci le ragioni delle sue ripetute ricadute adulte nel mondo della violenza e nell’abuso di sostanze alcooliche, donando un soggetto intimo e frutto di mesi di terapia riabilitativa alla regista Israelo-americana Alma Har’el alla quale pone come unica condizione, per poter narrare la storia di Otis e James, che fosse lui a impersonare il ruolo di James, alter ego di suo padre, clown da rodeo, veterano del Vietnam, dedito a stupefacenti e a suo modo innamorato del figlio Otis, stella dodicenne per la tv dei ragazzi e ormai in rampa di lancio per una fulgida carriera.

Nel viso di James, un LeBoeuf alla sua miglior prova intimista, c’è sempre un misto di falsità mista a odio e amore, nei confronti di un figlio che ha avuto più successo di lui e che per questo si può permettere di pagarlo per accompagnarlo sul set. Un figlio al quale, con freddo cinismo, sottopone schiaffi, offese e intimidazioni psicologiche come senso di rivalsa. Dall’altro lato Noah Jupe riesce a non farsi schiacciare da una prestazione tanto efficace riuscendo a cancellare quasi del tutto la pur ottima prova di Lucas Hedges (altra ottima prova per il protagonista di Manchester By The Sea) nel ruolo d iOtis ma cresciuto e ormai ventenne. Jupe sfruttando i dialoghi fra padre e figlio dona altrettanto pathos a un adolescente cresciuto troppo in fretta.

Stella in ascesa pronta a esplodere precocemente, per colpa di un’infanzia trascorsa con un cattivo modello genitoriale, una madre assente e una scuola frequentata quando capita. Un viaggio quindi nei ricordi catartici di uno dei migliori attori della propria generazione, una pellicola ai margini della città degli angeli, perfetta anche per capire come, e per quale motivo, spesso le giovani promesse siano incapaci di rialzarsi in età adulta.

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Parasite, di Bong Joon-ho https://www.impattosonoro.it/2020/06/11/cinema/parasite-di-bong-joon-ho/ Thu, 11 Jun 2020 13:45:28 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=93728 Recensione del film "Parasite" (Bong Joon-ho, 2019). A cura di Ciro Andreotti.

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A Seoul la famiglia Ki-taek abita in uno scantinato dove in quattro, genitori e due figli, si arrangiano per racimolare soldi da aggiungere al loro esiguo sussidio di disoccupazione. Quando Min-Hyuk, studente e amico di Ki-Woo, gli offre la possibilità di prendere il suo posto come tutor d’inglese della figlia di una facoltosa famiglia. Il ragazzo non si fa sfuggire l’occasione iniziando a progettare come migliorare la situazione economica anche dei genitori e della sorella.

Un inizio lento in una progressione incessante verso uno dei primi successi internazionale del cinema asiatico e per la precisione sud coreano, non dimentichiamoci che recentemente, nel 2018, fu il nipponico Un affare di Famiglia che strinse la palma d’oro al festival di Cannes. La pellicola di Bong Joon-ho deus ex machina del successo dell’ultima sfortunata stagione cinematografica segnata dal covid19, è stata difatti premiata sia al botteghino ma anche al settantaduesimo festival di Cannes, vincendo anch’ella l’ambita Palma D’oro, oltre a ben quattro statuette Oscar, fra cui quella per il miglior film.

Il regista originario di Taegu già in precedenza aveva sfornato buoni successi come Memoriesof Murder, Okja e Snowpiercer, pellicole nelle quali determinismo e distanziamento erano fonte di riflessione, caratteristiche che in tal caso vengono ulteriormente esasperate fino a generare un allontanamento dello spettatore sia dalle ragioni dei vinti, l’unitissima famiglia Ki-Taek, personaggi sui quali si pongono le prime riflessioni per un mondo geograficamente a noi distante e segnato da un sottoscala ove i quattro risiedono, vittime di un girone dantesco nel quale l’ammassamento è lo stigma. Ma anche dalle ragioni dei ricchi e vincenti, la famiglia Park, protetti da un silenzio ovattato rappresentato dalla splendida villa con giardino di loro proprietà.

A fine pellicola, e a seguito di alcuni inattesi colpi di scena, ci si troverà equamente distanti da entrambe le fazioni mentre tutto resterà invariato in una sorta d’immutabilità millenaria tanto cara alla cultura orientale. Pellicola molto interessante capace di lasciare il segno anche per le stagioni venture meritando di fungere da apripista per il recupero di tutta l’opera di Bong Joon-ho.

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La Dea Fortuna, di Ferzan Özpetek https://www.impattosonoro.it/2020/05/28/cinema/la-dea-fortuna-di-ferzan-ozpetek/ Thu, 28 May 2020 15:33:25 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=93232 Recensione del film "La Dea Fortuna" (Ferzan Özpetek, 2019). A cura di Ciro Andreotti.

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A Palestrina, vicino Roma, si trova il Santuario della Fortuna Primigenia ove Arturo e Alessandro si conobbero molti anni prima. A distanza di molti anni i due ricevono la visita di Annamaria l’amica che li fece conoscere e che questa volta ha bisogno che per tre giorni i due ospitino i suoi due figli mentre lei sarà in ospedale per essere visitata a causa di forti emicranie.

Quando la coppia inizia a scricchiolare dopo anni di convivenza, e nonostante una rete di amicizie dalle maglie folte, è difficile che si possa riprendere nonostante un’abitudine generata da piccole consuetudini e il desiderio di fuga placato da aperture verso l’esterno, con tradimenti della durata di una sola notte. A nulla pare servire anche il diversivo dato dalla presenza di due adolescenti figli di un’amica storica, che cede volentieri loro la prole certa che i due sapranno cavarsela egregiamente.

Özpetek incornicia ancora una volta la storia di una coppia e di una famiglia differente ma al tempo stesso molto attuale, dove la cura degli interni, il legame fatto di amicizie e rapporti umani la fanno come sempre da padrone. Una trama quindi comune ad altri sforzi del regista d’origine turca, a cominciare da Saturno Contro, ma una narrazione che ancora una volta riesce a stupire per come amicizia e amore possano essere declinati sempre sotto una nuova luce, difatti il vero distinguo in tal caso lo fa un’esplorazione dell’animo umano che passa attraverso lo sguardo non certo disincantato di due ragazzi cresciuti in situazioni di fortuna e che finalmente nella coppia composta da Arturo e Alessandro trovano una famiglia capace d’accoglierli.

Menzioni particolari per Stefano Accorsi, capace d’incorniciare alla perfezione l’intellettuale con problemi d’insoddisfazione professionale e per Barbara Alberti, nel ruolo di una madre mefistofelica e molto ben caratterizzata. Una pellicola che piacerà decisamente molto a chi crede in nuove possibilità e in un domani carico di nuove speranze.

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Tornare a vincere, di Gavin O’Connor https://www.impattosonoro.it/2020/05/14/cinema/tornare-a-vincere-di-gavin-oconnor/ Wed, 13 May 2020 22:23:34 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=92716 Recensione del film "Tornare a vincere" (Gavin O'Connor, 2020). A cura di Ciro Andreotti.

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Il quarantenne Jack Cunningham, operaio edile, divorziato ed ex stella del basket, viene contattato dal suo vecchio liceo per sostituire il coach della squadra di pallacanestro vittima di un improvviso attacco cardiaco. Jack dopo il liceo ha abbandonato il basket e per lui questa potrebbe essere un’occasione per un nuovo inizio.

Ben Affleck, esattamente come Jack Cunningham, cerca di trovare un nuovo inizio per una carriera composta da alcuni alti, l’Oscar per Will Hunting – Genio ribelle e il successo di Argo, e una vita alla deriva a seguito di divorzi, litigi continui con la bottiglia e flop al botteghino. Il personaggio alcolista disegnato dalla sceneggiatura dello stesso Gavin O’Connor, a quattro mani con Brad Ingelsby, pare scritta su misura per fare da terapia per il suo amico attore già diretto nel recente passato. Purtroppo la pellicola non regge all’urto di troppi argomenti posti sul fuoco trascinandosi con tutti i prodromi della storia piena di redenzione con molte cadute provenienti da un passato fatto di una carriera sportiva carica di successi e la fine nell’oblio di una vita fatta di fallimenti rovinosi, nonostante però la bravura dell’attore originario di Berkeley, e non Boston come molti pensano, sul finire ci si accorge come sia soprattutto la vita del protagonista che diviene centrale rispetto alla narrazione toccando numerosi nervi scoperti, come il rapporto con la moglie e la bottiglia, ma senza approfondirne alcuno.

Nulla aggiunge il rapporto instaurato solo superficialmente con i giovani membri della squadra di basket liceale, esattamente come il suo passato sportivo. Da vedere solamente per assistere a una buona prova di Affleck senza affezionarsi però troppo alle vicende umane di mister Cunningham.

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