Interviste – ImpattoSonoro – Webzine musicale e culturale indipendente https://www.impattosonoro.it Fri, 07 May 2021 06:51:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.2 Il suono della memoria e del disordine: intervista a Nicola Manzan https://www.impattosonoro.it/2021/05/07/interviste/il-suono-della-memoria-e-del-disordine-intervista-a-nicola-manzan/ Fri, 07 May 2021 06:51:18 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=103044 Abbiamo parlato con Nicola Manzan di "La città del disordine. Storie di vita dal Manicomio San Lazzaro", della sua genesi e delle sue storie

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Il progetto “La città del disordine. Storie di vita dal Manicomio San Lazzaro” va ben oltre il semplice disco (del quale comunque trovate qui la nostra recensione), è un documento importante per la memoria e nato dalla collaborazione tra i Musei Civici del Comune di Reggio Emilia e AUSL Reggio Emilia / Biblioteca Scientifica Carlo Livi e Nicola Manzan. Ne parliamo proprio con lui, approfondendo il tema principale dell’album e tutto ciò che vi ruota attorno.

Prima di entrare nello specifico dell’album, vorrei chiederti cos’è per te il “disordine”.

Per me il “disordine” è la mancanza di regole e logica, nel senso più ampio dei termini. Nel caso specifico, le vite delle persone che racconto nel disco erano caratterizzate da un forte disordine mentale, non a caso uno dei metodi utilizzati per curare i pazienti nel Manicomio San Lazzaro era quello di “riorganizzare” la loro vita, facendoli lavorare, tenendoli impegnati e cercare quindi di riordinarla.

Trovo l’idea di voler descrivere in musica la storia dell’ospedale psichiatrico di San Lazzaro, anzi, le storie che sono andate avvicendandosi al suo interno, sia ottima, soprattutto per quanto riguarda la memoria di realtà troppo spesso messe al margine, ritenute scomode e dimenticate una volta racchiuse tra le mura di istituti di vario tipo, ed è qualcosa di fin troppo attuale, anzi, mi sembra che l’idea di “memoria”, in particolar modo storica e sociale, stia venendo scombussolata da una sorta di “sottovalutazione del passato” (che cozza con la cosiddetta retromania in ambienti più “pop”), se non proprio ignorato volontariamente. Gli album di Bologna Violenta sono un ottimo esempio di impressione del ricordo di certi avvenimenti (per me “Uno Bianca” su tutti). Tu come la pensi? In che modo la musica, secondo te, può aiutare a ricordare e quant’è importante farlo per quel che viviamo oggi?

Mi trovo d’accordo con quanto hai affermato, ho proprio l’impressione che il passato non venga molto considerato, quando da sempre invece si dice che bisognerebbe conoscere la storia per non ricadere negli errori già fatti. La musica può essere un ottimo modo per veicolare messaggi, raccontare storie e catturare l’attenzione di un pubblico sempre più distratto. Nel mio caso lo faccio con la musica strumentale, che è quella che più mi si addice da sempre, cercando con le semplici note di creare forti suggestioni nell’ascoltatore. Credo molto nella sfera più “emotiva” della musica, ovvero nel fatto che essa può anche subdolamente (passami il termine) entrare nel cervello di chi la sta sentendo seppur distrattamente distrattamente e creare sensazioni molto forti. Se poi ci sono delle tematiche interessanti che fanno da sfondo, tanto meglio. Anzi, proprio per il suo essere per natura “intrattenimento”, può avere la possibilità di veicolare dei messaggi importanti, che possono essere recepiti in maniera più diretta da chi la ascolta. Non sono d’accordo con chi dice che la musica debba per forza avere dei “contenuti”, sono cresciuto con la musica classica che era in genere libera dal voler insegnare qualcosa a qualcuno, però penso anche che se dietro alla mera composizione c’è un’ispirazione, una storia da raccontare, quello che esce è più completo e spesso anche più forte. Quindi personalmente ho sempre cercato di creare musica sulla base di storie particolari, proprio perché ritenevo che certi fatti dovessero essere ricordati, magari da generazioni che per questioni anagrafiche non le avevano vissute in prima persona (come nel caso, appunto di “Uno Bianca“). È importante farlo, perché si possono trarre grandi insegnamenti da quello che è successo in passato e la musica, in questo momento storico che è all’insegna dell’usa-e-getta e dei contenuti che durano qualche minuto, può in qualche modo “fermare” i ricordi e quindi raccontare storie che rimangono più a lungo di quelle dei social.

Dici che ti sono state consegnate le cartelle cliniche di una ventina di pazienti e che di questi venti hai selezionato gli otto che vanno a comporre la narrazione dell’album. Cosa ti ha colpito di ognuno di loro, portandoti a scegliere di parlare di loro? Cos’hai provato leggendo queste storie?

Devo dire che alcune storie mi hanno particolarmente colpito; alcune sembrano surreali (ma lo sappiamo che la realtà può superare anche le fantasie più strane), altre sono talmente “normali” che mi hanno fatto pensare al fatto che al giorno d’oggi molte persone potrebbero essere internate senza troppi problemi. Difficile elencare le sensazioni che mi hanno suscitato, perché sono state molteplici, dalla malinconia alla frustrazione, al terrore che qualcosa del genere sarebbe potuto accadere anche a me. E non nego il fatto che in alcuni atteggiamenti dei ricoverati ho rivisto parti di me stesso e di persone che mi circondano, cosa che mi ha creato non poco disagio. Insomma: ho avuto modo di capire anche certi lati della mia personalità e, rendendomi conto di ciò, mi viene da pensare che queste letture mi abbiano tutto sommato fatto bene. Quasi tutte le cartelle che mi sono state consegnate contenevano storie che mi potevano ispirare, ma ho cercato di scegliere le otto che potessero rappresentare in qualche modo le tipiche cause di ricovero e quello che poi ne conseguiva una volta che il paziente entrava in manicomio. Si va da Arturo A., un giovane che a causa di una forte delusione amorosa era caduto nel baratro di una forte depressione che gli impediva quasi di parlare, fino a Concetta G., una bambina “nata ebete ed epilettica” (cito la cartella) che era completamente scollegata dal mondo che la circondava, rendendola un pericolo per sé e per gli altri, la cui prognosi era infausta, quindi senza possibilità di vedere un qualche miglioramento. In mezzo ci sono storie diverse, come quella di Adele B., che aveva avuto delle allucinazioni e per questo era stata internata, per poi tornare alla vita normale dopo pochi mesi, oppure la storia di Arcangelo M., un commerciante di cappelli con manie di grandezza e deliri mistici che, a causa della sifilide, rimarrà ricoverato solo per due settimane prima di morire. Insomma, una sorta di panoramica sui pazienti che venivano ricoverati lì, anche se effettivamente le cartelle cliniche contenute nella Biblioteca Scientifica Carlo Livi di Reggio Emilia sono più di centomila.

Come si è svolto il lavoro di scrittura ed esecuzione nei brani successiva alla scelta dei soggetti?

Dopo aver scelto le otto cartelle, ho studiato i punti salienti delle storie dei ricoverati ed ho cercato di creare delle melodie e delle armonie che fossero in linea con le diverse situazioni. A volte sono stato molto didascalico, altre volte meno, ma le strutture dei brani seguono un po’ lo schema che mi veniva fornito dalle cartelle stesse. Ho iniziato a scrivere dal piano elettrico, perché sentivo che potesse essere lo strumento giusto da cui partire, poi ho assemblato le varie parti per dare un senso compiuto ad ogni brano e, nel momento in cui sentivo che aveva un senso, ho scritto gli arrangiamenti. Una volta che le parti erano pronte ho registrato tutto con gli strumenti veri.

Il concept di “Bancarotta morale” e quello di “La città del disordine”, pur differendo nella sostanza e nell’intento, fanno riferimento a realtà che potremmo definire popolari, diciamo “storie non da rotocalco”, più nascoste e di vite ai margini. C’è qualcosa che potrebbe legare i due album, oppure che li spinge l’uno distante dall’altro, anche dal punto di vista prettamente musicale?

I due dischi sono a loro modo molto vicini, ma anche molto lontani. In “Bancarotta Morale” le storie sono molto romanzate, mentre in “La città del disordine” siamo di fronte alla cruda realtà, certificata da documenti ufficiali. Se nel primo caso alcune storie possono far sorridere, nel secondo non c’è niente di cui ridere. In quest’ultimo c’è molta più tristezza e malinconia, ma soprattutto le sonorità sono molto diverse: non ho usato la batteria, come prima cosa, ma soprattutto non ci sono le velocità tipiche dei pezzi di BV, anzi, a volte è tutto molto rilassato, a suo modo. Inoltre mi sono messo molti meno “paletti” di quanto io faccia di solito, non cercavo per forza la coerenza e la monoliticità che contraddistingue il mondo di BV, ho semplicemente scritto e suonato quello che mi serviva per raccontare le storie.

Organo, piano elettrico, sintetizzatori e archi. Sembra che questi strumenti abbiano un ruolo centrale nelle tue nuove composizioni. Perché hai scelto proprio questi anche nel caso di “La città del disordine”? Tra l’altro una cosa che mi colpisce molto dei brani è il modo in cui fondi una sorta di “sacralità” a temi popolari, interpolando le due cose, oltre a fonderle con situazioni invece più “sperimentali”, arcigne e meno semplici, diciamo.

Mi viene da pensare che questo disco sia musicalmente la conseguenza di quanto fatto nell’ultimo pezzo di “Bancarotta morale“. È un mondo in cui mi trovo particolarmente a mio agio: il violino è il mio strumento principale ed è quello con cui penso di riuscire ad esprimermi al meglio, l’organo penso sia lo strumento che mi ha fatto avvicinare alla musica seriamente, non a caso è stato il primo strumento che ho iniziato a studiare a cinque anni, anche se c’era stato in casa per un periodo un pianoforte su cui passavo le ore. Quindi forse è un po’ un ritorno alle mie origini, in un certo senso, anche perché non ho registrato nessuna chitarra nel disco, pur essendo il mio “secondo” strumento. Il fatto di usare temi di sapore “popolare” era una scelta praticamente obbligata, perché erano quelli che restituivano con maggior efficacia il senso di quello che volevo raccontare. La “sacralità”, come la definisci tu, rappresenta invece la parte più intima delle vite dei pazienti, volevo in qualche modo ridare dignità alla loro esistenza. Ovviamente non potevano che esserci anche dei momenti più complessi e sperimentali, al limite della cacofonia, perché la vita di queste persone era caratterizzata da momenti in cui il caos regnava nella loro mente. Devo dire che non è stato difficile mettere insieme queste differenti sonorità e caratteristiche, è stato un processo molto naturale, tutto sommato, del resto ogni storia aveva un filo conduttore che non ha fatto altro che creare un continuum anche a livello musicale.

Ogni giorno, a maggior ragione nella situazione che ha creato la pandemia, si legge di come, fin troppo spesso, non solo i governi ma anche i cittadini “comuni” ignorino situazioni psichiatriche e, più in generale, le condizioni psicologiche delle persone. Quanto di ciò che hai letto/narrato senti vicino a quanto stiamo vivendo in questo periodo?

Sono momenti storici molto diversi, l’emergenza che stiamo vivendo è un qualcosa che nessuno si aspettava e mi sembra abbastanza naturale che tutta l’attenzione “clinica” si sia spostata su quel fronte. Di sicuro molte persone hanno avuto bisogno di un supporto psicologico in questo periodo, perché è un po’ come se vivessimo una sorta di “arresto domiciliare” da un anno abbondante e non è semplice, anzi. La reclusione non piace (quasi) a nessuno, possiamo dircelo, quindi mi sembra normale che chi era più debole, in varie forme, ne abbia sofferto particolarmente. Mi sento però di dire una cosa: il San Lazzaro era all’avanguardia per i tempi, era infatti definito un “manicomio in forma di città” (da cui anche il titolo del mio disco). Nel periodo in cui erano ospiti i pazienti di cui racconto le storie, i mezzi di contenzione non c’erano più, si cercavano terapie alternative e poco “invasive”, anche se l’elettroshock era comunque usato, ma solo in alcuni casi. Come dicevo all’inizio, l’intento era quello di ristabilire l’ordine mentale, riportando i pazienti a fare, per quanto si poteva, una vita normale, facendoli lavorare e cercando di portarli alla guarigione attraverso una forma di normalizzazione del loro quotidiano. Ora è tutto diverso, abbiamo le terapie e le strutture adatte, fortunatamente c’è attenzione rispetto alle malattie mentali e alle loro cure. Però, ovviamente, in questo momento storico le priorità sono altre, quindi penso sia (tristemente) normale che ci si concentri più su altro.

Concludo domandandoti se è un’esperienza che amplieresti, magari in qualche lavoro futuro o se ce ne sono altre d’impegno sociale di questo tipo in cui vorresti immergerti.

Queste sono cose che capitano quasi per caso nella vita. Se i Musei Civici di Reggio Emilia non mi avessero dato l’opportunità di fare questo disco, non so se avrei mai fatto qualcosa del genere. Servono le conoscenze giuste per non fare qualcosa di scontato o poco interessante, oppure servono dei “materiali” specifici (in questo caso le cartelle cliniche) che non sono di facile reperibilità. Se mi verrà chiesto di ampliare o continuare il lavoro su questo fronte, penso che farò fatica a tirarmi indietro, perché è molto interessante e stimolante sotto tantissimi aspetti. Al momento non ho nessuna idea simile a questa, ma non si sa mai, magari un giorno troverò spunti per fare qualcosa del genere, magari su tematiche diverse. Del resto un anno fa non avrei mai immaginato di fare un disco come quello che sta per uscire. Quindi mi sento pronto ad affrontare con entusiasmo quello che mi riserverà il futuro.

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Pugni in alto e alza il volume, sempre: intervista ai Dropkick Murphys https://www.impattosonoro.it/2021/04/30/interviste/pugni-in-alto-e-alza-il-volume-sempre-intervista-ai-dropkick-murphys/ Fri, 30 Apr 2021 13:13:23 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=103313 Giunti al decimo album in studio con "Turn Up That Dial", i Dropkick Murphys non hanno perso un briciolo dell'energia e della loro proverbiale genuinità, regalandoci l'ennesimo disco che, soprattutto in questi tempi difficili, suona come un inno a guardare avanti con furore e speranza. Ne abbiamo parlato con il batterista Matt Kelly.

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Photo: Web Chappel

Giunti al decimo album in studio con “Turn Up That Dial” (qui la nostra recensione), i Dropkick Murphys non hanno perso un briciolo dell’energia e della loro proverbiale genuinità, regalandoci l’ennesimo disco che, soprattutto in questi tempi difficili, suona come un inno a guardare avanti con furore e speranza. Ne abbiamo parlato con il batterista Matt Kelly.

Bene, partiamo dal vostro ultimo lavoro. Ho avuto  modo di ascoltare ”Turn Up That Dial” in anteprima, è un album di grande forza, frutto del vostro ormai collaudato metodo: “1/3 di Punk, 1/3 Irish, 1/3 rock”,  ovviamente shakerato, non mescolato! Un album nato in un clima decisamente particolare, penso alle  restrizioni e alle limitazioni dovute alla pandemia. In  che modo tutto questo ha influito su di voi e sulla gestazione del disco ?

Ebbene sì, ha sicuramente avuto un’influenza. Prima di tutto, l’album sarebbe stato pubblicato l’anno scorso se non ci fosse stato il lockdown. Penso che il tempo ci abbia permesso di riflettere sui bit e su alcune parti delle canzoni, modificare un testo qui, un ritornello là, e via dicendo. Nonostante questo io – e ogni altro essere umano sano di mente – sono completamente stufo di questa pandemia e degli interminabili lockdown inefficaci. Ritengo che l’album sia riuscito al meglio anche per il fatto che siamo stati in grado di prenderci il nostro tempo nel realizzarlo.

I brani dell’album vedono l’intervento di tutti i componenti della band e l’utilizzo di una gamma di strumenti decisamente ampia e talvolta inusuale; come riuscite a gestire e a coordinare il lavoro in studio?

Vedi, il fatto è che buona parte della musica era già totalmente finita più di un anno fa… in genere lasciamo da registrare le voci come ultima cosa… Quindi, a parte alcuni assoli di chitarra e altre varie sovraincisioni, che necessitavano un completamento, le canzoni erano pronte con la sola esclusione delle linee vocali. Questo ha rappresentato una sfida per noi: gli studi di registrazione erano chiusi per ovvie ragioni fino alla fine dell’anno scorso – e quando hanno poi riaperto, l’iperparanoia ed il distanziamento sociale hanno reso il nostro tradizionale “backup vocals party” impossibile. Normalmente, ci riunivamo con l’intera band e un grande gruppo di amici in una stanza a cantare i ritornelli delle nostre canzoni. Per questo album si è presentata una sfida nonindifferente: come facciamo sì che quattro o cinque ragazzi che cantano in cabine vocali separate rendano lo stesso suono che avevamo con venti ragazzi che cantavano nella stessa stanza con un solo microfono? Abbiamo dovuto fare più registrazioni delle singole tracce vocali, che sono poi state riprodotte a volume elevato attraverso degli altoparlanti nella “live room”, registrando attraverso vari microfoni posizionati all’interno della stanza. Ascoltando di nuovo il disco, penso davvero che questo abbia reso perfettamente il suono vocale tipico dei nostri album.

Il primo singolo dell’album, intitolato “Middle Finger” è già disponibile: “I could never keep that middle finger down” è una frase che sembra una bandiera, andare avanti ripensando ai propri errori senza mai rinnegare quel che si è stati. Sono queste le caratteristiche del brano che vi hanno spinto a farne l’apripista dell’album?

Il messaggio che stiamo cercando di trasmettere con l’intero album è semplicemente “DIVERTITI!”. Odiamo e vogliamo dimenticare il 2020 tanto quanto chiunque altro, quindi l’ultima cosa che volevamo fare era ricordare alla gente quanto fosse stato terribile l’anno scorso. Questo album riflette la nostra giovinezza, e anche la testardaggine e l’esuberanza che la accompagnano. Il “dito medio” a cui ti riferisci non fa certo eccezione..è espressione di quando sei giovane e non ti fai calpestare da niente e nessuno.

“Turn Up That Dial” è il vostro decimo album in studio, un bel traguardo! Ken Casey parlando del vostro lavoro ha detto “se c’è un messaggio in questo album è pugni in alto e alza il volume!” Affrontare il mondo a testa alta e senza mai perdere la voglia di stare a galla, è questo che volete dire? Cosa rappresenta la scelta (apprezzatissima) di chiudere il tutto con la struggente “Wish You Were Here”?

Grazie! È stato sicuramente un viaggio interessante! Io sono sicuramente d’accordo con Ken su questa affermazione. Wish you were here è l’ode di Al a suo padre Woody (che ci manca moltissimo). Woody era un uomo cordiale e amichevole che tutti noi amavamo. Al ha avuto un rapporto speciale con suo padre…. Anche se questo album è quasi del tutto basato su temi come amare la vita, la musica della nostra giovinezza e il causare putiferio, abbiamo DOVUTO mettere “I Wish…” nell’album, per far si che fosse almeno in parte agganciato alla realtà attuale. Non abbiamo mai chiuso con una ballata prima d’ora, ma inserirla ha aggiunto una nota di tristezza (in contrasto con il resto dell’album) in cui credo molte persone si siano potute ritrovare.

Siete i proprietari della Born and Bred Records, la Label che produce i vostri lavori, una garanzia di indipendenza creativa non comune. Come siete riusciti a realizzare un progetto così importante? E quanto questo influenza il vostro lavoro?

Beh, dopo un po’ di tempo che stavamo lavorando con Epitaph e Hellcat, ci siamo sentiti un po’ come “pesci fuor d’acqua”. Siamo sempre stati il tipo di persone che fa da sè, originariamente facevamo uscire i nostri 7’’ sotto la nostra etichetta Flat Records, e abbiamo serigrafato centinaia di magliette…. Trovarsi nella posizione che ci permette di avere la nostra etichetta personale è stata un’opportunità che non potevamo non cogliere. Non penso che questo influenzi il nostro lavoro se non per il fatto che non possiamo incolpare nessuno eccetto noi stessi se qualcosa va storto con gli album.

Un gruppo come il vostro si muove a stretto contatto con il pubblico, è uno scambio continuo di energia tra voi e la gente, si avverte ad ogni vostra esibizione live. Come vivete l’impossibilità di fare concerti se non in  streaming? Il vostro modo di fare musica ne è stato influenzato?

Il nostro modo di scrivere canzoni è cambiato solo a causa dei lockdown: abbiamo dovuto utilizzare una app chiamata “Spire” tramite cui ci potevamo mandare musica sui cellulari…quando ricevi il file, puoi registrarci una traccia sopra e condividerla con la band…quindi potenzialmente possiamo registrare diverse parti di una canzone da remoto. L’abbiamo fatto un po’ di volte nell’ultimo paio di anni ma preferiamo ritrovarci in saletta e mettere insieme le idee dal vivo. Fare questi livestream è stato bello, ma c’è anche molta pressione! Se sbagli anche una minima cosa resta in streaming per i posteri!!! E poi è difficile suonare davanti ad una telecamera invece che a migliaia di persone . Devi creare il divertimento all’interno della band più che in un normale concerto, la sensazione è una via di mezzo tra il suonare in uno studio di registrazione e in una saletta. Molto strano! Nonostante questo adesso che abbiamo dovuto fare tre concerti in streaming (e altri a venire) ci siamo un po’ abituati a questa modalità. E poi per aggiungere un’ultima cosa, personalmente mi sono mancati talmente tanto i concerti live che avere la semplice opportunità di fare un live stream è stato entusiasmante.

Photo: Ken Susi

A proposito di streaming ho visto il vostro concerto del 17 Marzo in occasione del St. Patrick’s Day, evento nel quale siete una sorta di Istituzione! L’ho visto insieme a mio padre (65 anni) a cui siete piaciuti moltissimo (mi ha detto che gli ricordavate il sound dei Clash di London Calling) Qual è, secondo voi la caratteristica del vostro linguaggio musicale capace di renderlo comprensibile a generazioni così diverse?

Wow! È incredibile come tu abbia voluto torturare tuo padre fino a questo punto! Dovrebbero mandarti in prigione! Ahah. Hmmm, noi vediamo in effetti un “pubblico multi-generazionale” . Credo che possa essere perché siamo stati in giro per 25 anni, i ragazzi che venivano ai nostri concerti nel 1997-98 ora sono genitori e magari alcuni anche nonni! Loro hanno fatto un po’ lo stesso che hai fatto tu facendo vedere il nostro concerto a tuo padr , però al contrario. Hanno cominciato a portare con sè i loro figli, e quei ragazzi sono diventati dei nostri fan, in alcuni casi anche loro sono cresciuti portando a loro volta i LORO BAMBINI ai concerti. È davvero incredibile. E penso anche che conosciamo molto bene le nostre radici, facciamo molta musica tradizionale irlandese e ne inseriamo sempre le sonorità nelle nostre canzoni…riprendiamo anche alcuni dei grandi come i Who, gli AC/DC, gli Stones etc…e anche band come I Clash, SLF, etc.. credo che questo abbia un certo ascendente sulle persone più “anziane”.

Proprio nel corso della vostra esibizione del St. Patrick’s Day ho scoperto come operiate, attraverso una fondazione, in sostegno di quanti risultano colpiti dagli effetti, anche economici, della pandemia. Un modo molto diretto e concreto di fare politica?

Al contrario, è un modo diretto per poter EVITARE la politica. Fare quello “che cantiamo” e prendersi cura di coloro che si prendono cura di noi o di chi ne ha bisogno. Chiamalo “campanilismo” o “distributismo” oppure “mettere i soldi dove dici” . Curiamo la fondazione Claddagh (http://www.claddaghfund.org) da molti anni ormai e grazie alla generosità di chi ci sostiene siamo riusciti a guadagnare ampissime somme di denaro per problematiche come alcolismo e dipendenza da droghe, supporto ai veterani di guerra e per i bambini svantaggiati.

So che la vostra musica parla per voi, ma quale è il vostro ruolo e quale credete dovrebbe essere il ruolo di coloro che fanno musica o che hanno modo di far sentire la loro voce in momenti di cambiamento storico\politico come questo? Quale peso hanno i duri tempi che stiamo vivendo su di voi come persone prima ancora che come musicisti ?

Dire quello in cui si crede sarebbe importante per chiunque come persona. Anche perché personalmente non darei troppo peso a cosa dice o non dice una band…rendere le persone consapevoli è una cosa, ma non voterei mai basandomi su cosa un gruppo musicale dice nelle sue canzoni, spero nemmeno tu ahahah

Discorso analogo alla vostra scelta identitaria credo valga anche per l’uso di strumenti ed atmosfere sonore riconducibili alle vostre comuni radici irlandesi, presenti in tutti i vostri lavori (e l’ultimo non fa eccezione). Che valore ha per voi riproporre oggi, in un mondo sempre più globale ed omogeneizzato, un’identità dai tratti così caratterizzanti come quella irlandese? Quali sono gli strumenti “irish” cui vi sentite maggiormente legati?

Personalmente penso che la Tradizione sia un aspetto importante della vita. È dare voce a coloro che sfortunatamente non ci possono più essere. Conoscere e promulgare la musica ,le storie, la cultura degli antenati è ciò che la “tradizione” fa da sempre. Solo perché c’è tutto questo “blah-blah-blah globale”, “cittadino del mondo “ e tutto questo che ci viene costantemente gettato addosso, non significa che dobbiamo farci trascinare in questa cosa. “Quelli che dimenticano il passato sono destinati a ripeterlo”

Anche “Turn Up That Dial”, come gli album che lo hanno preceduto ,è costruito su una raffinata trama di citazioni, echi, atmosfere sonore, alcune riconoscibili, (Sex Pistols, Clash, Pogues) altre più sotterranee. Quali sono gli artisti che a vostro avviso hanno maggiormente influenzato la vostra formazione?

Domanda difficile: direi che per rispondere citerò direttamente le band e forse sarete voi a darvi senso. Oltre alle tre che hai già menzionato direi: SWINGIN’ UTTERS, THE RAMONES, THE MACC LADS, GANGREEN, SLAPSHOT, THE ADOLESCENTS, THE CHIEFTAINS, THE DUBLINERS, CLANCY BROTHERS, THE JAM, THE FREEZE, THE BUSINESS, COCK SPARRER, COCKNEY REJECTS, THE WHO, AC/DC, THE ROLLING STONES, CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL…tutte queste band ci hanno influenzato in vari modi e in vari momenti lungo la nostra esistenza.

Guardandovi attorno, vedete nel panorama musicale attuale gruppi musicali in sintonia con il vostro sound? Quale futuro per il Celtic Punk?

Senza darci troppe arie, non penso che ci siano altre band che fanno ciò che facciamo noi. Molta gente ci associa spesso ai Flogging Molly, ma penso che che il nostro approccio sia diverso. Noi suoniamo un punk-rock folkizzato, loro suonano un folk punkizzato. Quando abbiamo iniziato, il termine “celtic rock” non esisteva nemmeno. Potevi prendere band che si ispiravano ai Pogues, generalmente avevano una voce simile a quella di Shane MacGowan, ma non c’era alcuna scena. Non considero nemmeno i Dropkick Murphys parte di una scena più ampia. Suoniamo la musica che facciamo perchè è il suono che abbiamo intagliato e affinato negli anni, non perchè abbiamo mai voluto fare parte di una scena. Siamo semplicemente felici di suonare dal vivo, sia con amici come i Sick Of It All, che suonano hardcore, così come con qualsiasi altra band che suona strumenti tradizionali.

Che opinione avete in merito alla diffusione sempre maggiore di musica tramite il Web (Spotify e piattaforme simili)? È un’opportunità aggiuntiva per far conoscere la propria musica o si tratta di una pericolosa forma di “fruizione passiva” ed indifferenziata?

Credo che tu sappia già la risposta a questa domanda. Svaluta la musica. L’arte di una band, il suo percorso musicale, è sostanzialmente ceduto gratis, le persone ascoltano le singole canzoni anziché gli album interi. Hai colto perfettamente il punto quando hai parlato di “fruizione passiva ed indifferenziata” . Io uso talvolta piattaforme di streaming per scoprire nuove band, se poi mi piacciono compro il CD… quindi credo di essere parzialmente colpevole di questa diffusione anche io, ma cerco comunque di supportare l’artista con il successivo acquisto del CD.

In chiusura, quale futuro per i Dropkick Murphys? A quale nuovo progetto state pensando?

Non vediamo l’ora di metterci di nuovo al lavoro per un nuovo album! Inoltre, spero e prego che ALMENO A QUEL PUNTO potremo uscire con un tour dal vivo.

Photo: Kes Glozier

Well, let’s start with your last work. I had the opportunity to listen to “Turn up that Dial” in preview, it’s a very strong album, which results from your tried and tested method: “1/3 of Punk, 1/3 Irish, 1/3 rock” (shaken, not mixed!). Your album was born in a very particular moment, I think of the restrictions and limitations due to the pandemic. How has all of this affected you and the maturation of the album?

Well yes, it certainly affected things. First off, the album would have been released last year if there hadn’t been the lockdowns.  Sooo, I think that the time allowed us to reflect on bits and pieces of the songs, tweak a lyric here, a chorus there, et cetera.    Although I— and every other sane human being —am thoroughly sick of the whole pandemic and endless ineffective lockdowns, I think the album is all the better for us having been able to take our time with it.  

The songs involve the participation of all the members of the band and the use of a wide and sometimes unusual range of instruments; how did you manage and coordinate the work in the studio?

See the thing is, a good amount of the actual music was completed over a year ago… typically we record all the vocals last… so aside from some guitar solos and other various overdubs that needed completion, the songs were intact but for the vocals. So this presented a challenge for us— Recording studios were shut down for obvious reasons until late last year— and when they reopened, the hyper-paranoia and extreme social distancing made our normal “backup vocals party” an impossibility. Typically, we have the whole band and huge group of friends in a big room to sing the choruses of our songs…. but for this album, a unique challenge was presented: How do we make four or five guys in separate vocal booths sound like twenty guys in one big room singing together into one microphone? So we had to do multiple backup vocal tracks each, and then THESE were played back at high volume through speakers into the big “live room”, and recorded through various microphones placed around the room. Listening back to the record, I really think that this achieved the big vocal sound we normally have on our albums.

The first single of the album, titled “Middle Finger” is already out: “I could never keep that middle finger down” is a sentence that looks like a flag, does it mean going on thinking about your mistakes without ever denying what you were? Is this the message that you want to convey with the whole album?

The message we’re trying to convey with the whole album is just “ENJOY YOURSELF!”. Listen, we hate and want to forget about 2020 as much as anybody else— so the last thing we wanted to do on this one was to remind people of how shitten last year was. So this album is reflecting on our youth, and maybe the stubbornness and exuberance that goes along with it. “Middle Finger” is certainly no exception to that… it’s reflecting on your youth and not taking shit from anybody…

“Turn Up That Dial” is your 10th studio album, a great achievement! Ken Casey, talking about your latest work, said “if there is a message in this album it is: punch up and turn up the volume!”, facing the world with your head held high and never losing the desire to stay afloat… is this what you mean? What does the (much appreciated) choice to close the record with the poignant track “Wish You Were Here” represent?

Thanks! It’s been an interesting journey for sure! I definitely have to agree with Ken on that statement. “I Wish You Were Here” is Al’s ode to his much-missed father, Woody. Woody was just a warm-hearted and friendly man whom we all loved. Al had a very special relationship with his father…. Although this album is pretty much all about loving life, the music of our youth, and causing a ruckus, we HAD to put “I Wish…” on it, to ground the album in modern reality a little bit. We’ve never ended a record with a ballad before, but I think putting it there gives a bittersweet perspective and I think that many people can relate to it.

You are the owners of ‘Born and Bred Records’, the label via which this record will be released. How did you manage to carry out such an achievement which grants you this creative independence? How much does this affect your work?

Well after a while of working with the good folks at Epitaph and Hellcat, we sort of became the “big fish in a small pond”. We’d always been the types to do it ourselves, and originally we put out our own 7”s on our own Flat Records, and screen printed hundreds and hundreds of our t-shirts…. so to be in the position that affords us to have our own label presented itself as an opportunity we couldn’t pass by. I don’t think it affects our work except that we have nobody to blame but ourselves if something goes wrong with the albums!!

In every live performance we perceive your close contact with the audience and your continuous exchange of energy with your fans. How are you dealing with live streaming shows being the only opportunity to get on stage and play? Has your way of making music been influenced by this?

Our methods of songwriting has only changed due to lockdowns— we’ve been using an app called “Spire” that we can send each other music via our mobile phones… when you receive the file, you can record a track onto it on your phone and share that with the band… so we can all potentially record parts on one song remotely. This was done a bit in the last couple years, but normally we all gather into the practice space and put ideas together there. Doing these livestreams have been great, but there’s a lot of pressure! If you mess something up, it’s saved for posterity forever!!!! Also, yeah playing to a camera instead of to live human beings is difficult. You have to make your own fun with each other(more than normally). It feels like a bit of a mix between playing in the recording studio and at the practice space. Really strange! However, now that we’ve had to do three of them(and more to come), we’ve gotten a bit more used to it. Also, just to add— I personally have missed playing live gigs so much, that even just having the opportunity of doing a livestream has been exciting.

Speaking of streaming, I saw your concert on March 17th (on St. Patrick’s Day), event in which you are a sort of institution! I saw it with my father (65 years old) and he was in love with everything (he told me that you reminded him the sound of “London Calling” by The Clash) What do you think makes your music capable of being so accessible to very different generations?

Wow, that’s impressive that your tortured your father like that! You should be put in jail, haha. Hmmmm, we DO see multi-generational audiences quite a bit. I think also that we’ve been around for twenty-five years and kids who would come to our gigs in 1997-98 are now parents and sometimes grandparents! I think that they’ve done sort of the reverse of what you did by having your dad watch with you. They started bringing their kids to our gigs and those kids became fans… and in some cases have grown up and brought THEIR KIDS to gigs. It really is mind-blowing. I think also that we know our roots and do a lot of traditional Irish Folk tunes and of course have that sound in our own songs… and we cover some of the greats like the Who, AC/DC, the Stones, etc., and also bands like the Clash, SLF, etc. I guess that might have some appeal to older folk.

During your performance on St. Patrick’s Day, I found out how you operate, through a foundation, in support of people affected by the effects, including economic ones, of the pandemic. Maybe this is a very direct and concrete way of doing politics?

I think it’s a direct way of being able to AVOID politics. Just doing what we sing about and taking care of those who take care of us and people who need it. Call it Localism, call it Distributivism, or call it “putting your money where your mouth is”. Yeah we’ve had the Claddagh Fund (http://www.claddaghfund.org) for many years now and through the generosity of our supporters have raised incredible amounts of money for alcohol and drug addiction recovery, war veteran support, and support for underprivileged children.

What is your role, and what do you think should be the role of all people who can have the opportunity to make their voices heard in moments of historical/political change like this?

I think that speaking your mind is important for everybody. However, I wouldn’t hold much creedence to what a band tells me to say or think… Making people aware of things is one thing, but I don’t and won’t vote based on what a band might sing about, and I hope you wouldn’t either, haha.

The use of instruments and sound atmospheres attributable to your common Irish roots is present in all your works (and the last one is no exception). What value does it have for you, to re- propose today, in an increasingly global and homogenized world, an identity with such characteristic? What are the “Irish” instruments you feel most connected to?

I personally think that Tradition is an important aspect of life. It’s giving a voice to those who are in the unfortunate position of not being alive anymore. Knowing and promulgating the music, stories, culture, and history of your forebears is what folk have done since before the dawn of history. Just because there’s all this “global blah-blah-blah”, “citizen of the world” garbage being pushed down our throats, it doesn’t mean we have to go along with it. “Those who forget the past are destined to repeat it”

‘Turn up that Dial’, like the albums that preceded it, is built on a refined plot of quotes, echoes, sound atmospheres (some recognizable – Sex Pistols, Clash Pogues – others more underground). Which are the artists who have influenced your path the most?

Difficult question… I guess I can just list the bands and maybe it will make sense to you. Aside from the three you mentioned, I’d say: SWINGIN’ UTTERS, THE RAMONES, THE MACC LADS, GANGREEN, SLAPSHOT, THE ADOLESCENTS, THE CHIEFTAINS, THE DUBLINERS, CLANCY BROTHERS, THE JAM, THE FREEZE, THE BUSINESS, COCK SPARRER, COCKNEY REJECTS, THE WHO, AC/DC, THE ROLLING STONES, CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL… These all have influenced us in various ways at various times of our existence.

Looking at other experiences, do you see any band aligned with your sound in the current musical panorama? What future for Celtic Punk?

Without “tooting our own horn”, I don’t think there are any bands doing what we’re doing. People compare us and Flogging Molly often, but I think we’re approaching things from two different angles. We are playing folked-up punk rock, and they’re playing punked-up folk. When we started, the term “Celtic Punk” wasn’t a thing. You had isolated bands doing tribute to the Pogues, typically with a Shane MacGowan soundalike on vocals, but there wasn’t some kind of scene. I don’t consider the Dropkick Murphys a part of a wider Celtic Punk scene. We play the music we do because it’s the sound that we carved out over the years, not because we wanted to be part of a Celtic scene. We’re re just as happy playing gigs with our friends Sick of It All, who are pure hardcore punk, as with another band using traditional instrumentation.

What is your opinion about the increasing diffusion of music on internet (Spotify and other streaming platforms)? Is it an additional opportunity to make your music known or is it a dangerous form of passive and undifferentiated enjoyment?

I think you know the answer to that one.  It cheapens the music.  A band’s art, its music, is basically being given away for free; people are listening to songs instead of albums.  You hit the nail on the head with “…a dangerous form of passive and undifferentiated enjoyment”.    If I use a streaming platform, it’s to explore new bands, and then I’ll buy the record if I like it…. so I guess I’m partially guilty of this, but I still make an attempt to support the artist by purchasing their record or CD.

To conclude, what does the future hold for Dropkick Murphys? Any new projects you’re already working on?

We’ll start working on a new album!  Then, I hope and pray, that we’ll get out on tour SOMETIME in the near future.




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Musica e (tante) parole da “La bella stagione”: Intervista a Don Antonio https://www.impattosonoro.it/2021/04/29/interviste/musica-e-tante-parole-da-la-bella-stagione-intervista-a-don-antonio/ Thu, 29 Apr 2021 09:52:14 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=103145 In occasione dell'uscita del nuovo album "La bella stagione" abbiamo pensato di fare una chiacchierata con Antonio Gramentieri, alias Don Antonio, per saperne di più sulla genesi del suo nuovo lavoro.

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In occasione dell’uscita del nuovo album “La bella stagione” (clicca qui per la nostra recensione) abbiamo pensato di fare una chiacchierata con Antonio Gramentieri, alias Don Antonio, per saperne di più sulla genesi del suo nuovo lavoro.

Dalla musica strumentale a un intero album cantato in italiano, il passaggio obbligato è stato mettere la scrittura al centro del tuo mondo. Quale percorso hai fatto durante la composizione de “La bella stagione”?

Credo che il comune denominatore di tutto quello che ho fatto sia volere catturare uno stato d’animo, e restituirlo. Fino ad oggi la musica strumentale era stato un medium ideale per il tipo di sensazione che mi interessava esplorare, ovvero disegnare una sorta di folklore di un luogo geografico immaginario, sospeso nel tempo e nello spazio. Questa volta c’erano storie, ed erano le mie storie. Popolate di umani. Servivano anche le parole, e serviva metterci la faccia.

In questo percorso è inevitabile una menzione al libro omonimo. Al di là del genere e del fatto che parla delle tue esperienze live, in futuro potrebbe capitarti di scrivere ad esempio un romanzo?

Sono un buon lettore, ma la mia forma preferita è sempre stata il racconto breve. Credo che la sintesi, la forza di evocare senza dover descrivere nel dettaglio, sia la cosa che mi emoziona di più in tutte le forme d’arte.

Nada, Pan del Diavolo, Hugo Race, Marc Ribot, Alejandro Escovado… l’elemento in comune di decine di artisti sparsi per il globo è di aver collaborato con te. Con quale criterio scegli l’artista da affiancare?

Ribot l’ho chiamato io, perché è un artista che stimo moltissimo. Gli altri, che pure stimo, hanno chiamato me. Quindi hanno scelto loro, e credo abbiano cercato un’idea di suono e di visione di suono che prescindesse dall’essere un chitarrista dignitoso. Un guardare la musica da un angolo artistico e “visuale” prima ancora che sonoro. A me in generale piacciono molto le belle canzoni, semplici.

La bella stagione” è il tuo secondo disco solista. In termini di emozioni, sensazioni, pensieri, quali sono i punti di contatto e invece quali le differenze tra quattro anni fa e oggi?

Siamo in due mondi diversi, per tutti gli ovvi motivi. Ma a parte le contingenze, direi che Don Antonio-uno era ancora una esplorazione del mio folklore immaginario, che già stava comunque avvicinandosi a casa. Dopo dischi fatti a Los Angeles, in Australia, in Arizona, questo disco era in Sicilia. Poi arriva “La bella stagione” è decisamente un disco che ha la mia casa e la mia terra, il mio mondo, al centro esatto.

Secondo te, la bella stagione del 2021, a differenza di quella passata, può significare un punto di svolta rispetto al periodo che stiamo vivendo?

Credo che per eliminare le scorie nella testa delle persone e tutto il negativo che questo periodo ha portato a galla, servirà molto più tempo che per controllare un virus che, come tutti i virus della storia, fa il suo mestiere, e ci riporta a quello che siamo: uomini e donne mortali, sulla terra in prestito, appena per il tempo di un battito d’ali.

Sicuramente in questi mesi ti sarai imbattuto in qualche modo nel movimento dei “bauli in piazza”. Come ti poni rispetto a questa iniziativa e alle relative manifestazioni?

Non mi pongo. Ho evitato qualsiasi rivendicazione “di classe” o “di settore”. Reclamare sostegni per settori specifici divide, e sposta dal centro del problema. Il centro del problema è coniugare problemi specifici con diritti universali, fra cui quello al lavoro, o quello dell’educazione, sanciti dalla Costituzione, e che è folle e pericolosissimo sospendere a tempo indeterminato.

Nel disco è riconoscibile il tuo percorso musicale. C’è un genere o un movimento che ti contraddistingue maggiormente?

Sì. La musica bella.

Mi dici perché ti commuovi ogni volta che ascolti Keep On Moving di Dan Stuart?

Perché esprime con due parole la gloria e la dannazione di ritrovarsi sulla strada a suonare, ma ancora più in generale del fare una cosa poco produttiva e con poco costrutto, e pochissimo futuro, ma che è l’unica che ti sembra sensato fare.

In futuro vedremo un nuovo lavoro a nome Don Antonio?

Future is unwritten, tocca a noi scriverlo. Se avrò qualcosa da dire e qualcuno vorrà ascoltarlo, o leggerlo, spero proprio di sì.

E i Sacri Cuori? Quando torneranno?

Con quel gruppo di persone, mai. Abbiamo già dato il nostro meglio insieme, e non avrebbe senso dare meno del meglio. Come nome di progetto, visto che è esistito prima di qualsiasi formazione più o meno stabile, non lo escludo. Se un giorno mi sentissi meno di scrivere per Don Antonio e più per un gruppo, forse quelli sarebbero di nuovo Sacri Cuori.

In definitiva, la prima è andata (e pure bene). Non resta che tornare presto live, così la stagione tornerà bella per davvero…

Ci conto, grazie mille.

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Di una foresta non vedi che l’ombra: intervista ai Radura https://www.impattosonoro.it/2021/04/28/interviste/di-una-foresta-non-vedi-che-lombra-intervista-ai-radura/ Wed, 28 Apr 2021 08:42:27 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=103192 In occasione dell'uscita del nuovo album "Effetto della veduta d'insieme" abbiamo incontrato la band milanese per saperne di più sulla genesi del nuovo lavoro.

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In occasione dell’uscita di “Effetto della veduta d’insieme” (qui la nostra recensione) nuovo album dei Radura, abbiamo incontrato la band milanese per saperne di più sulla genesi del nuovo lavoro, frutto di una coproduzione tra Clever Eagle Records, Desperate Infant Records, Dingleberry Records, Dischi Decenti, Non ti seguo Records, General Soreness, Pundonor Records, Sad React Records, Voice Of The Unheard Records.

Vorrei poter dire che “Non c’è bisogno di presentazioni” ma non è così peregrino pensare che qualcuno non vi conosca. Raccontateci in poche parole la vostra storia, come vi siete conosciuti, se avete suonato in altri progetti, cos’altro fate nella vostra vita e come mai abbracciare il verbo dello screamo negli anni 10. 

I Radura sono Luca, Mario e Andrea, altrimenti detti lu, ietto e bax. Come leggerete nell’ultima risposta, siamo tre persone che un posto al mondo non l’hanno ancora trovato, quindi con tutta probabilità siamo come voi.
Lu sta dedicandosi esclusivamente alla musica in questi ultimi mesi, è il nostro poeta maledetto. Ha finalmente completato un disco che si portava dietro da anni, sotto il nome di Conche Bianche, che se le stelle son propizie in autunno vedrà la luce. Dal 2017 al 2019 ha accompagnato gli Øjne per i concerti di “Prima Che Tutto Bruci” in giro per l’Europa e l’Italia e, sempre in quel periodo, ha tirato su quel gruppo di scoppiati che prende il nome di Nenè Azzurra, dove fa roba più felice e scanzonata. Ietto è un tecnico del suono e tuttora fa parte degli Øjne, é il ragazzo con la testa sulle spalle del gruppo. Ha lavorato con tanti artisti e band nostrane underground e dopo qualche anno ha finalmente trovato uno studio, che tutti assieme usiamo come nuova casa Radura. Non vediamo l’ora di portarlo avanti al meglio e vederlo crescere assieme alle band che lo legheranno alla loro storia. Registrazioni, live session e altre belle idee attendono di diventare realtà. Bax è un orso solitario e un batterista nato, scrittore in ombra di grandi hit come Quando Urlai Amore Nel Cuore Del Mondo e Coda, sta creando un videogioco e inizierà a breve gli studi filosofici. Come abbiamo scritto nel Manifesto/La Nostra Storia abbiamo iniziato urlando perché non c’è modo più semplice per dire qualcosa, per liberare i polmoni. Vediamo lo screamo, così come il punk, più come un’attitudine che come un genere musicale e auspichiamo che la sua energia possa sconfinare e contaminare altre realtà che solo apparentemente possono sembrare lontane. Un po’ come un mare in burrasca che grazie al vento riesce a bagnare lidi lontani.

Nella vostra storia sono ravvisabili rapporti di stima e amicizia con gruppi come Øjne o tributi a gruppi come i Batièn. A quali gruppi – italiani e non – maggiormente vi ispirate?

Che tempismo! Abbiamo da qualche giorno pubblicato una playlist sulla nostra pagina spotify “Ispirazioni/Inspirations” dove ovviamente non mancano né Øjne né Batièn. Di entrambi siamo stati prima fan, poi amici e infine compagni di strada. Il valore di una scena come quella underground italiana sta nella capacità di essere un luogo che intreccia le storie personali ed abbatte le distanze tra artisti e ascoltatori. In questa scena la parola ispirazione scivola spesso verso la parola collaborazione, e questo è motivo di rinnovamento ed apertura. I Batièn ci hanno passato il loro cappio e noi continuiamo a portarlo e condividerlo con voi. Kar, il loro batterista, è stato il primo ad aver creduto in noi come etichetta, e con la sua nascente Dischi Decenti ci ha aiutato nel lontano 2017 a stampare le cento copie de “La Fine Degli Uomini Faro”. 
Più lunga e complessa è la storia che ha portato Gian, voce degli Øjne, a cantare in Tutto Il Tempo Che Ho Passato A Non Vedere. Vita e arte sono inscindibili, così non possiamo dividere l’affetto amicale che proviamo verso di lui dalla stima che abbiamo del suo essere artista e musicista. Lo stesso vale per Giuseppe, voce dei Chivàla, che sentite nello sconfinato crescendo della canzone poco sopra menzionata. Uscendo dalla scena underground, tra le realtà italiane che ci hanno affascinato e plasmato maggiormente i Verdena e i Massimo Volume, mentre Agent Fresco, Toe e Brontide se volgiamo lo sguardo oltralpe. Sarebbe davvero impossibile esaurire la domanda senza creare un enorme fiume di parole perciò vi consigliamo vivamente di ascoltare la playlist “Ispirazioni/Inspirations” per lasciar parlare la musica.

La pandemia come si situa temporalmente rispetto alla scrittura dei brani del disco? La chiusura, il timore di una contingenza inedita per l’umanità, la quotidianità che si sfibra e viene meno hanno esercitato un’influenza secondo voi sulla stesura dei brani?

I primi bozzetti sonori risalgono ad almeno due anni prima l’avvento della pandemia. È il caso di Araucaria, che mantiene l’accordatura radura originale senza capotasto, e di Se Questa È La Nostra Festa che invece è nata come canzone acustica di Conche Bianche, ed ha poi mantenuto solo alcune vestigia di quel suo passato. L’ultima canzone scritta è La Luce Che Copre Gli Angoli, che abbiamo creato completamente in studio proprio qualche giorno prima del cambio epocale che tutti stiamo ancora oggi vivendo. Dunque la parte animale del disco, ovvero la musica nuda e cruda, appartiene ancora a quel mondo aperto e caotico che conoscevamo.
Diverso è stato il destino dei testi, che sono stati scritti ed elaborati durante quel tempo sospeso e dilato proprio del lockdown. A differenza dei precedenti, questi testi non sono relazionali, non c’è un noi, non c’è un reale dialogo. Rileggendoli paiono quasi dei monologhi solipsistici. Eppure paradossalmente riescono a raccontare un sentimento collettivo, di molti. Sono forse i testi più universali che abbiamo scritto.

Io nei testi dei Radura ci trovo tante cose riconducibili a diverse situazioni della mia vita. Scrivete a un livello di astrazione concettuale notevole cercando sempre gli elementi verbali più suggestivi. Se doveste provare in poche parole, in modo più terreno, a dire di cosa parlano i vostri testi come provereste a spiegarli?

Se te li spiegassimo sarebbe come ricondurre un origami al suo foglio originario e non ti affascinerebbero più, probabilmente non ti parlerebbero più. Per questo ci piace scrivere per immagini, e lasciare che ognuno possa viverle nel proprio modo personale. Ma sicuramente una delle chiavi di volta è questa: ognuno di noi quando scrive non fa nulla di più che raccontare ciò che intimamente vive. Non parliamo di mondi che non ci appartengono, perché non riusciremmo a raccontarli con la stessa intensità di qualcosa che invece viviamo nel profondo, nella realtà dei nostri giorni. L’astrazione di cui tu parli è poi ciò che smussa gli angoli di un racconto solo personale, che nel suo nucleo potremmo dire incomunicabile, e lo rende la condivisibile, comunicabile. Ogni parola è un universo e ogni universo è personale.

In “Effetto Della Veduta d’Insieme” ciò che salta alle orecchie sono i tentativi di ricerca sonora, incorporando elementi più classici e non così convenzionali nel vostro genere musicale. Quella di metter in mezzo violini, percussioni e chitarre acustiche è stata un’esigenza di maturità, cose già pensate in fase di stesura dei brani o decisione assunte dopo durante la fase di registrazione?

Abbiamo sempre stimato le realtà musicali che nel tempo hanno avuto il coraggio di evolversi e prendere strade più rischiose. Lo stupore, assieme alla commozione, è forse ciò che la musica può regalarci maggiormente. Non intendiamo l’impressionare, quanto più il meravigliare con qualcosa di inatteso ma che può anche far sorridere. Un po’ come Mattarella che ascolta il finale di Samba aka Riflessi. Ecco tutti quei meme video che ci avete mandato ci hanno confermato che in musica rischiare può essere davvero divertente. Forse è vero questo, un bravo musicista sa ascoltare ciò che la canzone chiede ed avere il coraggio di perseguire di volta in volta una strada che si armonizzi alla canzone stessa.

Confrontandomi anche con altre persone si sente che il disco è molto più curato dal punto di vista produttivo non solo rispetto agli ep precedenti ma anche rispetto ad altri dischi della stessa corrente musicale. Jeremy Bolm ci disse che dopo aver visto lavorare Ross Robinson ebbe una sorta di epifania, come se i brani una volta registrati fossero qualcosa di diverso rispetto a come quando sono stati concepiti. Avete avuto l’impressione che i brani, una volta registrati, fossero qualcosa di diverso da come elaborati in saletta?

Ascoltare la versione finale di una canzone è come ascoltarla per la prima volta. In questo forse risiede la differenza netta tra una canzone che vive solo nei momenti in cui viene suonata in sala prove, e una canzone che esiste autonomamente e vive la sua propria storia: nel suo essere finalmente altro rispetto al suo creatore. Ricordiamo ancora la prima volta che gli studenti della Emit Feltrinelli ci fecero sentire le registrazioni del nostro primo dischetto, il “Radura EP“, uscito nel 2016. Rimani semplicemente a bocca aperta e ti gasi un botto. È successa praticamente la stessa cosa con questo disco, anche se in maniera forse meno lineare dato che le registrazioni le abbiamo fatte interamente noi: Mario da buon tecnico del suono ha gestito tutta questa prima fase, assumendo parallelamente al ruolo di musicista anche quello di tecnico di registrazione. Il materiale che abbiamo ottenuto così facendo lo abbiamo sudato il doppio e abbiamo rischiato di perderci e ossessionarci oltremodo nel processo, ma abbiamo ottenuto una distillazione totalmente pura di quello che desideravamo. Eravamo cottissimi, storditi e saturi. Ci siamo affidati poi alle orecchie di Paso per missaggio e master finale (Riccardo Pasini, Studio 73) che da Ravenna ha vestito il disco di un suono tanto potente quanto cristallino. Quando abbiamo ascoltato le prime versioni che ci ha mandato siamo letteralmente volati giù dalla sedia. Paso è tanto gentile quanto capace, e ci ha stesi. Lì è stato come ascoltare il disco per la prima volta. Non lo potremo mai ringraziare abbastanza.

Ciò che tocca direttamente tutte le band a partire da quelle emergenti è la dimensione del live che a seguito dell’emergenza sanitaria è venuta meno. Cosa avete fatto nell’arco di quest’anno e avete già dei piani su come e quando (e magari dove) portare in giro il disco?

Un secondo che ci viene da piangere o ridere istericamente, non lo sappiamo nemmeno noi. Fino ad ora ci siamo dedicati a tutti gli aspetti che precedono i concerti, quindi abbiamo messo anima e corpo in questo e non abbiamo avuto nemmeno il tempo reale per pensare ai concerti. Dalla distribuzione digitale a quella fisica dei vinili, dalla comunicazione e gestione dei social all’immaginare e ideare nuove vie per accorciare la distanza sociale che impera oggi giorno. Speriamo che chi sta aspettando avrà ancora pazienza, il giorno in cui ripartiremo live è lì davanti a noi, ma non sappiamo né quando avverrà né come. I dischi stanno finendo, ci manca una manciata di copie e andremo in sold-out. Com’è strano tutto ciò, non nascondiamo che felicità e paura si mischiano assieme in questi giorni. Ma useremo questo tempo per reimparare per bene il disco e non molleremo un cazzo. Arriverà il giorno in cui passeremo dalla vostra città, è una promessa.

Come si pone un gruppo giovane come voi sulle proteste che coinvolgono i lavoratori del mondo dello spettacolo? Fino a che punto vi sentite toccati e come valutate il problema?

Non è facile rispondere come gruppo a questa domanda. Da un lato il nostro progetto sta crescendo sempre più, ponendoci di fronte all’eventualità che possa un giorno diventare il nostro mestiere. Dall’altro siamo ancora lontani anni luce da quel momento e dobbiamo trovare tutti un modo per sostentarci, pagare l’affitto e vivere. Mario per la sua professione è forse la persona più direttamente partecipe della situazione per i lavoratori del mondo dello spettacolo. Luca ha da qualche mese lasciato il lavoro per investire tutte le energie ed il tempo che ha nella musica, che sembra assurdo di questi tempi, ed anzi lo è. Andrea sta riprendendo gli studi e nei ritagli di tempo lavora al suo videogioco. Siamo tutti e tre degli ingenui e forse degli idealisti, continuiamo a perseguire i nostri sogni e il nostro posto nel mondo non l’abbiamo trovato ancora. Eppure i Radura sono un punto fermo da anni per noi, un luogo che sta diventando sempre più abitato. Vedremo dove ci porterà. In quanto musicisti non possiamo che essere completamente solidali alle proteste dei lavoratori del mondo dello spettacolo. Ma il problema tocca ognuno di noi, o almeno ognuno di noi per il quale la musica vuol dire qualcosa. Un mondo senza musica è semplicemente inconcepibile.

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Più le cose cambiano, più rimangono immobili: intervista ai Tomahawk https://www.impattosonoro.it/2021/04/22/interviste/piu-le-cose-cambiano-piu-rimangono-immobili-intervista-ai-tomahawk/ Thu, 22 Apr 2021 07:56:56 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=102954 In occasione dell'uscita del nuovo album "Tonic Immobility" abbiamo scambiato qualche parola con il batterista John Stanier.

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(c) Eric Livingstone

A vent’anni dal loro debutto omonimo quest’anno i Tomahawk sono tornati con un album incredibile per anni indicibili. Abbiamo parlato di “Tonic Immobility” (qui la nostra recensione) con il batterista John Stanier.

Ciao John, come va dalle tue parti in questo periodo tremendo?

Tutto a posto, sono stato a Brooklyn per tutto il tempo.

Partiamo subito parlando di “Tonic Immobility”. Nel presskit dedicato all’album Duane sostiene che sia una sorta di summa di tutto ciò che avete fatto. Cosa senti ci sia del vostro passato e cosa di nuovo impresso nelle dodici tracce che lo compongono?

Su questo punto concordo con Duane. È un disco a tutto tondo e riassume più o meno ciò che i Tomahawk hanno raggiunto durante gli anni. È puro rock’n’roll.

Quando avete cominciato a capire che era ora di tornare a comporre? Sono passati già ben sette anni dall’uscita di “Oddfellows”.

È già passato così tanto tempo? Mi dimentico spesso di queste cose poiché per noi come band il tempo non è importante. Ciò che ci interessa è tirar fuori della musica senza tempo per tutte le generazioni.

Ascoltando il disco mi sono reso conto che potrebbe essere il vostro disco, diciamo, più incazzato, più heavy, in qualche modo. Come se la rabbia sia rimasta sopita per un bel pezzo e sia sbottata fuori tutto d’un tratto, soprattutto sentendo certe linee vocali di Mike. Trovi sia così?

Non direi che il nostro nuovo disco sia più arrabbiato, ma suona così grazie all’incredibile lavoro svolto dal nostro amico Paul Allen.

Una cosa che penso sia rimasta, nel vostro sound, è l’essere estremamente “cinematici”, infatti, anni fa, tu stesso definisti i Tomahawk come una band “cinematic rock”. A che tipo di cinema vi rifate, nel 2021? O meglio, in che film pensi stareste bene, come colonna sonora? Io, più ascolto i vostri album più vi immagino in una pellicola in cui Abel Ferrara incontra Sergio Leone, in una sceneggiatura scritta da Kurt Vonnegut.

Ahah, sarebbe un bel film! Penso che siamo tutti fan delle colonne sonore dei film ma Mike probabilmente è il più esperto.

Dog Eat Dog, Predator And Scavengers, pur non essendo voi mai stati una band politicizzata è impossibile non percepire una sorta di allegoria, chiamiamola così, faunistica che parla proprio dell’attuale società, non solo in America, ma nel mondo. Quanta critica sociale si può trovare nel dedalo lirico dell’album?

Ahah, faunistico, non ha qualcosa a che fare con antiche rocce e massi? Penso che solo Mike sarebbe in grado di risponderti, tuttavia ci chiede sempre qualsiasi storia o situazione che abbiamo visto o sentito prima di scrivere i testi.

Tra tutte i brani di “Tonic Immobility” qual è stato, per te, quello più impegnativo da scrivere o suonare? Come ti sei approcciato alle registrazioni?

Gran parte di questo disco è stato difficile da registrare perché avevo dietro Duane che faceva che faceva schioccare la frusta. Molte delle performance sono da “buona la prima” perché o sono un musicista eccezionale o perché Duane voleva andare a pranzo.

Sin dalla foto di copertina si capisce il senso delle parole di Duane quando definisce l’immobilità cui tutti siamo costretti nell’ultimo anno come, da una parte, un vero e proprio schifo, dall’altra un modo per ritrovare un ritmo vitale meno frenetico, magari riflessivo. Per descriverlo avete però inciso un album movimentato e duro. In che modo ti ritrovi, tu, in questa immobilità tonificante? E dove la senti, nel disco?

Penso che essere tonicamente immobilizzati sia incredibilmente frustrante ma allo stesso tempo dà una certa profondità, dal punto di vista personale.

Quest’anno cade il ventesimo anniversario del vostro album di debutto. In tutti questi anni cosa pensi sia cambiato e cos’è invece rimasto dei primi Tomahawk? C’è qualche episodio che ti è rimasto impresso?

Ma davvero è passato così tanto tempo? Ancora una volta, mi dimentico di queste cose. Per citare i Rush: “plus les choses changent, plus elles restent les mêmes” [o meglio “più le cose cambiano, più restano le stesse”, come canta Geddy Lee in Circumstances, riprendendo un celebre proverbio, ndr]

Lo so, è la solita domanda che si fa molto spesso, però sono curioso: a quale vostro disco sei più legato? Il mio è “Mit Gas”, avevo diciassette anni e vi ho scoperti con quello e, al primo ascolto, ho pensato “Cosa cazzo sto ascoltando?” e nel mentre non riuscivo a stare fermo.

TONIC IMMOBILITY”!!!

Helmet, Tomahawk, Battles, ovunque suoni si sente forte e chiara la tua impronta sonora. In che modo hai affrontato e affronti scrittura e registrazioni in ognuna di queste band?

Intanto grazie. Sono tre band profondamente diverse, per ognuna suono per come sento dovrebbe suonare il mio strumento.

Cosa stai ascoltando di questi tempi? C’è qualche disco uscito l’anno scorso che ti è piaciuto particolarmente?

Penso che il nuovo album di Machinedrum sia pazzesco, così come anche l’ultimo di Oneohtrix Point Never.

Restiamo in tema dischi, è vero che facevi il DJ hip hop all’epoca in cui Duane ti contattò per suonare coi Tomahawk? Quali sono i tuoi album rap del cuore?

Ahah, è assolutamente vero! Ecco la mia top 3: 1) Biggie – “Ready To Die”, 2) Black Moon – “Enta Da Stage” e 3) Mobb Deep – “The Infamous”.

Ok, siamo giunti alla fine. Grazie per il tempo che hai concesso a ImpattoSonoro. Di solito, a fine intervista, faccio un gioco chiedendo di lasciare i nostri lettori salutandoli con una frase estrapolata da un brano del loro ultimo album. Ti va di farlo con qualcosa tratto da “Tonic Immobility”?

Ugh, questo significherebbe dare un’occhiata ai testi. La prossima volta! Ciao!!!

(c) Eric Livingstone

Hi John, how are ya doing in your part of this terrible time?

I am fine and have been in Brooklyn this whole time.

Let’s start talking about “Tonic Immobility”. In the presskit dedicated to the album Duane claims that it is a sort of sum of everything you’ve done. What d’you feel there is of your past and what is new imprinted in the twelve tracks?

I agree with Duane on his point. I think it is a really well rounded record that pretty much sums up what Tomahawk has achieved over the years…..good time rock n’ roll.

When did you begin to understand that it was time to go back to composing? Seven years have passed since the release of “Oddfellows”.

Was it really that long? I forget these things. Time is not important to us as a band, only putting out timeless great music for generations of all ages to enjoy.

Listening to the record I realized that it could be your record, let’s say, more pissed off, heavier, somehow. As if the anger has been “dormant” for a long time and has burst out all of a sudden, especially hearing certain vocal lines from Mike. Do you find it so?

I wouldn’t say that our new record is angrier, but it sounds like that due to the incredible job our friend Paul Allen did on it.

One thing that I think has remained, in your sound, is being extremely “cinematic”, in fact, years ago, you yourself defined Tomahawk as a “cinematic rock” band. What kind of cinema are you going back to in 2021? Or rather, in which movie do you think you would look good, as a soundtrack? The more I listen to your albums, the more I imagine you in a film in which Abel Ferrara meets Sergio Leone, in a screenplay written by Kurt Vonnegut.

Ha ha that would be quite a movie! I think we are all fans of film soundtracks with Mike probably being the most well versed.

Dog Eat Dog, Predators And Scavengers, even if you have never been a politicized band, it is impossible not to perceive a sort of allegory, let’s call it, faunalism that speaks of current society, not only in America, but in the world. How much social criticism can be found in the album’s lyrical maze?

Ha ha Faunalism…..doesn’t that have something to do with ancient rocks and boulders? I think only Mike would be able to answer that, however he does always ask us for any stories or themes that we’ve seen or heard before he writing the lyrics.

Among all the songs on “Tonic Immobility” which one was the most challenging for you to write or play? How did you approach the recordings?

A lot of this record was hard because I had Duane standing over me cracking the whip. A lot of the performances are one takes because I am either that great of a musician or because Duane wanted to go to lunch.

From the cover photo you can understand the meaning of Duane’s words when he defines the immobility that we are all forced to over the last year as, on the one hand, a real disgust, on the other a way to find a less vital rhythm. frenetic, perhaps thoughtful. To describe it, however, you have recorded a lively and hard album. How do you find yourself in this tonic immobility? And where do you hear it on the record?

I think being Tonically Immobilized is incredibly frustrating yet personally insightful at the same time.

This year marks the twentieth anniversary of your debut album. In all these years, what do you think has changed and what is left of the first Tomahawk? Is there any episode that has stuck with you?

Has it really been that long? I forget these things. To quote RUSH “plus les choses changent, plus elles restent les mêmes”!

I know, it’s the usual question that is asked very often, but I’m curious: which of your albums are you most attached to? Mine is “Mit Gas”, you know, I was seventeen and discovered you with that one and, on first listening, I thought “What the fuck am I listening to?” and in the meantime I couldn’t sit still.

“TONIC IMMOBILTY”!!!

Helmet, Tomahawk, Battles, wherever you play your sonic footprint is heard loud and clear. How did you approach and deal with writing and recording in each of these bands?

Why thank you. All 3 of those bands are completely different and I play how I hear the drums to sound.

What are you listening to these days? Is there any record released last year that you particularly liked?

I think the new MACHINEDRUM is amazing as well as the latest ONEOHTRIX POINT NEVER.

Let’s stay on the subject of records, is it true that you were a hip hop DJ at the time Duane contacted you to play with Tomahawk? What are your favorite rap albums?

Ha ha yes that is very true! Top 3 rap records: 1)Biggie-Ready To Die 2)Black Moon-Enta da Stage 3)Mobb Deep-The Infamous.

Okay, we’ve come to the end. Thanks for the time you gave ImpattoSonoro. Usually, at the end of the interview, I play a game by asking to leave our readers by greeting them with a phrase extrapolated from a track from their latest album. Do you want to do it with something from “Tonic Immobility”?

Ugh! That would mean I would have to look up the lyrics. Next time! Ciao!!!

(c) Eric Livingstone

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Storie gotiche di un mostro a due teste: intervista agli Årabrot https://www.impattosonoro.it/2021/04/19/interviste/storie-gotiche-di-un-mostro-a-due-teste-intervista-agli-arabrot/ Mon, 19 Apr 2021 08:07:23 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=102720 In occasione dell'uscita di "Norwegian Gothic" abbiamo fatto quattro chiacchiere con Kjetil Nernes

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Il 2021 segna il ritorno sulle scene degli Årabrot con il nuovo album “Norwegian Gothic” (qui la nostra recensione) ed è subito diventato uno dei nostri album preferiti, e credo così rimarrà fino a fine anno. Ne abbiamo approfittato per intervistare Kjetil Nernes.

Ciao, spero che sia tutto ok in questo strano periodo. Qui ad Oslo la situazione non è cambiata molto dalla fine di febbraio e tutto sembra come se il tempo si fosse fermato

Ciao a te, sto bene grazie. Dove viviamo tutto sembra fermo nel tempo con o senza il Covid.

Ci racconti come è stato il 2020 per gli Årabrot? So che siete riusciti a registrare il nuovo disco giusto prima che questa pandemia iniziasse.

Sono tempi strani in effetti. Potrei ovviamente iniziare a parlare dei problemi del non poter essere in grado di viaggiare, ma il lockdown ha creato anche spazio per alcuni seri spunti di riflessione e momenti in cui uno può rivalutare alcune cose date per scontate. Credo che nonostante tutto abbiamo passano in maniera positiva questo momento. Ci siamo sbarazzati di qualche fantasma passato e la band è passata attraverso una nuova rigenerazione.

Siete sempre stati una band di culto in Norvegia nei vostri vent’anni di carriera ma quale è il riscontro al di fuori della scena scandinava?

Stiamo ricevendo feedback incredibili in tutta Europa e persino degli States. Cerco di rimanere però tutto sommato abbastanza umile nonostante tutte queste attenzioni positive 

Sin dal vostro album omonimo, la musica degli Årabrot si è spostata costantemente verso un approccio più rock & roll ma ho sempre considerato il vostro “The Gospel” come un punto di svolta nella vostra carriera. Come pensi si sia evoluta la band negli ultimi dieci anni?

Sì, “The Gospel” è stato un album molto speciale per me. In quel periodo ero parecchio malato e tutto il disco è la descrizione di quell’esperienza. Abbiamo inoltre avuto un sacco di attenzioni da parte della stampa all’epoca e il cambiamento tra gli Årabrot prima e dopo “The Gospel” è un dato di fatto, tanto che si può quasi parlare di due mondi diversi. Questa cosa ha sicuramente alzato l’asticella della band di qualche punto.

“Norwegian Gothic” rappresenta secondo la mia opinione il picco della vostra carriera sia musicalmente che come sound. La produzione conserva la pesantezza tipica della vostra musica ma è così dinamica e pulita che riesce allo stesso tempo a donare un sacco di profondità ad ogni strumento. Come è stato il processo di produzione del disco?

Ti ringrazio molto, è la stessa cosa che sentiamo anche noi. Ancora prima di andare in studio infatti avevamo questa sensazione che il disco avrebbe settato standard più alti per quello che sarebbero stati gli Årabrot in futuro. Ho passato quasi tre anni a scrivere le canzoni prima che iniziassimo a metterle su demo con tutta la band nell’estate del 2019. La sensazione positiva che avevo ha fatto sì che volessi originariamente il 1° gennaio del 2020 come data magica per iniziare le sessions di registrazione con il produttore Gomez e la cosa si è quasi avverata. Abbiamo iniziato solamente con un paio di giorni di ritardo per finire il tutto giusto prima del lockdown. In fine posso dire che è stata una esperienza particolarmente intensa con molto da fare in poco tempo ma ogni cosa è andata bene e siamo molto soddisfatti del risultato.

Avete collaborato con produttori famosi quali Steve Albini and Billy Andersson in passato e ora con Jaime Gomez Arellano. Quali differenze hai notato nel loro approccio produttivo? 

Sono persone molto diverse tra loro. Sicuramente dobbiamo ringraziare Billy in quanto è stato lui da un certo punto di vista a creare il suono degli Årabrot. Gomez è completamente diverso. È molto più coinvolto nella musica, nell’arrangiamento, nell’approccio e cose così tanto che probabilmente senza di lui questo disco non sarebbe venuto fuori così bene. Ha svolto un grandissimo lavoro. Albini è fantastico in quello che fa ma non è un produttore da quel punto di vista. Lui registra le band e nel mentre gioca al computer.  

Musicalmente “Norwegian Gothic” si può considerare la summa di quello che avete fatto fino ad ora ma allo stesso tempo introduce elementi nuovi soprattutto negli arrangiamenti e nell’uso dei synth. Quanto di questo è opera di Karin?

Karin si è occupata di tutto quello che ha a che fare con synth, pianoforti ed organo. Lei è la mente qui nella chiesa. Posso anticipare che per quello che riguarda l’uso dei synth ci sarà molto più spazio in futuro.

Avete curato parecchio l’aspetto visivo e sembra quasi che il posto in cui vivete (la chiesa) sia una presenza costante sia nell’artwork che nei video. Posso immaginare che sia parecchio stimolante vivere in un ambiente così particolare.

Assolutamente. Per noi l’allontanarsi dalla città per vivere in campagna è stata una mossa artisticamente vitale. Non credo che sarei stato così creativo in un altro posto che non fosse la chiesa, senza contare il fatto che l’edificio stesso dona al disco il suono che puoi sentire su disco.

“Norwegian Gothic” ha un sacco di ospiti speciali al suo interno e ognuno di loro suona perfettamente integrato nelle varie canzoni. Come è l’approccio nell’avere ospiti nei vostri dischi? È qualcosa di ponderato e pianificato oppure lasciate che ognuno di loro lavori in libertà?

Dipende, a volte è pianificato a volte invece il tutto succede quasi per coincidenza. Sapevo ad esempio di voler coinvolgere sia Jo Quail che Lars Horntveth e sono molto contento che abbiano potuto partecipare. Altre parti e registrazioni di varie sessions invece sono spesso state la base per le canzoni, come ad esempio in “The Moon Is Dead” che nasce da una session con gli Zu di qualche anno fa. 

Oltre I vari album avete spesso fatto concerti o EP (come “Absolutenegativism”, “Murder As Art” o i i più recenti “Our Times Is Fix’d” e “Die Nibelungen”) con un approccio estremamente sperimentale. Quanto è importante per voi mantenere questo lato sempre attivo?

Yeah, Årabrot è sempre stato un mostro a due teste diviso tra la parte rock and roll e quella più atmosferica. Entrambe sono ugualmente importanti e capita che a volte una prevalga sull’altra e viceversa.

Ho avuto la fortuna di partecipare al vostro concerto insieme ad Andrew Liles nel Mausoleo di Vigeland ad Oslo e devo dire che è stata una esperienza incredibile. La ricordo come un qualcosa di fisico e mentale. Quale memoria hai di quell’evento?

Prima di tutto penso che il Mausoleo di Vigeland sia uno dei posti più incredibili del mondo. L’atmosfera che si respira è unica e siamo molto grati di aver potuto esibirci al suo interno. D’altro lato la performance è stata buona ma anche caotica. Una cosa è sfruttare l’ambiente e il suo folle riverbero per il giusto scopo, un’altra è cercare di comunicare e suonare quasi totalmente al buio e con poco tempo a disposizione per preparare tutta la parte prettamente tecnica. Devo dire che comunque è stata una esperienza fantastica. 

Piani per il futuro? Immagino che tra le priorità ci sia quella di portare “Norwegian Gothic” sui palchi

Yes sir. Ora che il disco è fuori dobbiamo solo sederci e sperare per il meglio. 

Grazie per la pazienza e speriamo di vederci in giro presto!

Saluti a voi! Speriamo anche noi di vederci molto presto.

Hi! I hope you are doing well in this strange period. Here in Oslo the situation hasn’t change since the end of Gennaio and everything looks like frozen in time.

Hi. I’m doing well, thanks. Where we live everything is frozen in time with or without corona. 

Can you explain how the 2020 has been for Årabrot? I know you manage to record the new album right before the pandemic started. 

Strange times indeed. I could obviously go on about the cons of not being able to play or travel, but the lockdown also created room for some serious thinking and a moment to finally re-evaluate some things that were long overdue. We spent the break well I think. Got rid of some old ghosts and regenerated the project in general.

You have always been kinda like a a cult band in Norway with your 20 years of career but how do you feel are the feedback outside the Scandinavian scene?

The feedback is incredible all over Europe and even in the States. I feel very humble about all the positive attention. 

4 Since your self-titled album Årabrot’s music has moved constantly towards a more rock and roll feel but I always felt that one of the turning point in your career has been “The Gospel”. How do you feel the band has evolved in the last ten years?

Yes, The Gospel was a special album to me. I was very sick and the experience is described on the record. We did get a lot of attention in the press at the time and the change between Årabrot before and after The Gospel is remarkable. It’s like two different worlds. It definitely pushed us up a notch or three. 

“Norwegian Gothic” represents in my opinion the peak of your carreer, both musically and soundwise. The production retains your typical heaviness but is so dynamic and clear at the same time that gives a lot of depths to every instrument. How has been the process of production of the album?

Thank you very much. We feel the same. There was a general feeling even before going into the studio that this record was going to set the standard for Årabrot to come. I spent almost three years writing the songs before we started making demos with a full band the summer of 2019. I had a good feeling so I wanted to start the recording sessions with producer Gomez 1 of January  2020- like a magical date. It almost happened, we started off a couple of days later and finished the project just before the lockdown. It was a pretty intense experience, a lot to do in short time, but it all fell in place and we are really happy about the outcome. 

You have been collaborating with famous producer like Steve Albini and Billy Andersson, and now with Jaime Gomez Arellano. How different they are when it comes to production approach? 

They are very different people. We have a lot to thank Billy for. He created the Årabrot sound in many ways. Gomez’s production is something entirely different. He involves himself much more in the music itself, the arrangements, the approach and so forth. Without Gomez this record would not be anywhere near as impressive. He did incredibly well. Albini is fantastic at what he does, but he doesn’t produce. He records bands and plays computer games while doing it.  

Musically “Norwegian Gothic” sounds like a sum of you have been doing in your career but at the same time has a lot of new influences especially when it comes the use of synth. How much Karin has to do with this?

She has everything do to with the synths and organs and pianos and so much more. She is the mastermind here in the church. There will be more of her synths in the years to come. 

You have been focusing a lot on the visual aspect and it looks like that the place where you live (the church) feels almost like a constant presence, both in the artwork and the videos. I bet it can be really inspiring living in such a particular environment.

Absolutely. For us it was a vital move artistically getting out of the city and moving to the countryside. I have never ever been as creative as these past years here in the church. Obviously also the church building itself creates an amazing atmosphere that you can hear on the record too. 

“Norwegian Gothic” has a lot of special guests in it, and all of them sound perfectly integrated in the songs. How do you approach having guests? Is it something planned or you just let them do their parts in total freedom?

Sometimes it is well planned, sometimes it is by coincidence. I knew I wanted Jo Quail and Lars Horntveth involved and I am very happy they could contribute. Bits and parts of other sessions were used as basis for other songs, for instance The Moon Is Dead is originally taken from a session with Zu some years ago. 

Next to the regular albums, Årabrot has always done a number of concerts and ep (f.ex. “Absolutenegativism”, “Murder As Art” or the more recent “Our Times Is Fix’d” and “Die Nibelungen”) with a very strong experimental approach. How Important is for you to keep this side of the band active?

Yeah, Årabrot has always been a two-headed monster. The rock’n’roll side and the atmospheric side. Both are equally important and will always be present, sometimes the one more than the other and vice versa. 

I had the luck to be part of the concert with Andrew Liles in the Vigeland Mausoleum, and that was one hell of an experience. I recall it as a very physical and mental experience. What kind of memories you have of playing in that particular place?

First of all, the Vigeland Mausoleum is one of the most fascinating and special places in the world, I think. The atmosphere is so unique and I am glad we got to play there. On the other side the performance was good but quite chaotic. One thing is using the space and its crazy reverberation for what it’s worth, another thing is trying to communicate and play in almost complete darkness without much time to prepare the technical side of the concert. But all in all it was a fantastic experience. 

Future plans? I bet the most important will be trying to bring “Norwegian Gothic” on stage

Yes sir. Now that “Norwegian Gothic” is out we will just have to sit back and hope for the best. 

Thanks for your patience and time! We hope to see you around soon!

Cheers! Hope to see you all very soon.

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I suoni della frustrazione urbana: intervista a Total Wkts https://www.impattosonoro.it/2021/04/16/interviste/i-suoni-della-frustrazione-urbana-intervista-a-total-wkts/ Fri, 16 Apr 2021 09:15:35 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=102826 Il nuovo album del progetto solista di John Newton (voce e batteria dei JOHN) scava a fondo nella disillusione delle periferie di cemento e acciaio di un'Inghilterra che sta cercando il suo nuovo centro di gravità.

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Photo: Leona Farrugia

Ci risiamo. John Newton, voce e batteria del duo londinese JOHN, di cui ha promesso un terzo album per quest’anno, conosciuti in Italia anche per aver aperto il concerto milanese degli IDLES nel 2018, non riesce a stare fermo e, come per il predecessore “Running Tracks” uscito lo scorso settembre, la sua incessante ispirazione concepisce il secondo lavoro con il moniker Total Wkts.

Oggi è uscito il suo secondo album “No Holiday” (qui la nostra recensione), un disco dai suoni più distorti, che scava a fondo nella disillusione delle periferie di cemento e acciaio di un’Inghilterra che sta cercando il suo centro di gravità. Lo abbiamo incontrato per saperne di più sul suo nuovo lavoro.

Ciao John, hai pubblicato il primo episodio di Total Wkts meno di un anno fa, l’album “Running Tracks”, scritto durante il primo periodo di lockdown e ispirato dalla tuo correre, cosa ti ha ispirato questa volta?

Suppongo che il processo di creazione del primo album sia stato “aiutato” dalla corsa, anziché “ispirato”. Stavo scrivendo i pezzi ascoltandomeli in cuffia tra un montaggio e l’altro e ho trovato la solitudine di questo momento utile per prendere le decisioni su ogni traccia. Nonostante mi trovassi in un luogo diverso, essendo tornato in città, ‘No Holiday‘ ha seguito un metodo simile, ho solo assorbito l’ambiente circostante e le esperienze a portata di mano per poi romanzarle e trasformarle nelle parole e nella strumentazione di una canzone . C’è una foschia di momenti e ricordi in tutta la raccolta di brani.

In “No Holiday” trovo ancora una volta una traccia che richiama, anzi racconta un sogno, Office Dream. Puoi parlare un po’ di ciò che ti fa mettere storie di sogni nella musica e di come la scrittura musicale e la ricerca sul suono si relazionano ai sogni?

Mi piaceva l’idea di avere questa continuità tra gli album, come si vede dall’artwork, dalla tipografia e da queste tracce-sogno. Total Wkts è stato concepito come un progetto a causa dei limiti, dicendomi che dovevo creare solo con ciò che avevo a mia disposizione. Un sogno funziona in modo simile, è semi-cosciente, non puoi controllare cosa sta succedendo in un sogno, quindi in quel senso, sembrava rispecchiare l’ethos del progetto. L’altro dettaglio notevole di Office Dream (Thirteen Urs), è che volevo seguire un approccio schematico molto simile a Calvino o al movimento francese OULIPO. Mi sono reso conto di aver detto molto (ride ndr) nella registrazione del parlato e quindi ho deciso che una nota suonava per ogni errore, annunciandola invece di cancellarla.

Rispetto ai brani di “Running Tracks”, sento che stai guardando il mondo in modo un po ‘più distante: qui, in “No Holiday”, c’è molta più tensione nei brani, forse, suoni più distorti di prima. Mi sbaglio?

Probabilmente non ti sbagli a pensare che la scrittura potrebbe essere un po’ più “aperta”, soprattutto perché il primo disco è stato descritto come realizzato in un periodo di tempo lontano dalla città. Tuttavia, non credo sia stata una decisione particolarmente consapevole cambiare le cose. Come ho detto prima, filtro sempre l’esperienza quotidiana e i dettagli filtrano nei testi. A livello sonoro c’è decisamente più distorsione in totale, quindi ancora una volta non ti sbagli, anche se non è stata nemmeno una decisione risoluta all’inizio. Rispondo solo nel flusso logico delle decisioni, seguendo dove voglio andare in tutto il corpo del lavoro.

Hai fatto tutto da solo ancora una volta?

In effetti sì, oltre a lavorare con Wayne Adams, il mio ingegnere del suono su alcuni mastering aggiuntivi per assicurarmi che tutto fosse pronto per l’uscita. C’era, tuttavia, una registrazione audio di un vicino che cantava una canzone rock popolare in modo piuttosto terribile e sono riuscito a modellarla in una voce di supporto sulla traccia P.W.R.R.E.G. Mi piace l’idea di cercare o catturare piccoli incidenti, credo che mantenga il tutto molto eccitante.

La musica di Total Wkts è come una reazione passiva agli eventi o è più una volontà che caratterizza un’azione?

Non mi piace molto la musica o l’arte con messaggi o slogan taglienti, semplicemente non sembra mai essere in grado di toccarmi in modo efficace. Certamente non sto dicendo che penso che l’arte sia impotente, penso che il gesto artistico sia sempre politico in qualche modo, non importa quale. Mi piace semplicemente usare le parole con una ricercata sottigliezza, e come suoni o immagini possano creare una provocazione o un suggerimento, e in qualche modo è quello che spero di trasmettere in Total Wkts.

Per quanto riguarda i testi, quali sono i temi, le idee principali che vuoi utilizzare?

È davvero una rete di emozioni ed esperienze che viaggia attraverso le canzoni, ed è abbastanza difficile esaminarle e classificarle tutte. Come accennato, non è certamente mai qualcosa di inflessibile, fissato e diretto. La prima traccia Odermatt ha preso il nome dal fotografo della polizia svizzera Arnold Odermatt e le sue immagini sembravano scontrarsi con i pensieri sul trauma di un’eredità online. Questo è solo un piccolo momento a cui riesco a pensare fuori dalla mia testa.

E che mi dici della seconda traccia San Remo? Da dove arriva quel titolo?

È abbastanza strano ma è venuto esattamente da TE. (ride ndr) Ricordo che mi hai lasciato un messaggio dopo un’intervista riguardante la prima uscita di Total Wkts e hai menzionato la città di Sanremo. All’epoca stavo scrivendo la canzone e pensavo molto ai ricordi delle città straniere, probabilmente per effetto del lockdown, quindi la natura esotica del tuo suggerimento sembrava adattarsi in modo appropriato. Spesso cerco di avere una fluidità di pensiero durante la progettazione di un album ed evitare decisioni troppo laboriose, quindi San Remo è diventato la base del mio lavoro sul desktop e così ho inseguito lo scorrere dei pensieri. Insomma, un colpo di fortuna o qualcosa del genere.

Non posso che esserne onorato! So che ora vivi a Brighton, il posto in cui vivi influenza i suoni?

Mi trovo effettivamente a Brighton, anche se temporaneamente, per rispettare le attuali restrizioni di movimento. Per fortuna è un bel posto dove stare, e il mare offre molti comfort, sia che ci si corra accanto di notte sia che si faccia una nuotata. Sono sempre alla ricerca e all’elaborazione, quindi a questo proposito, la posizione probabilmente influenzerà sempre in qualche modo qualsiasi progetto creativo, anche se non è direttamente evidente nelle immagini, nei suoni o nelle parole. Certamente non era intenzione di fare queste uscite come monumenti a luoghi specifici.

Grazie John per il tuo tempo

Grazie a te, ancora una volta, per il supporto.

Photo: Lindsay Melbourne

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L’immobilismo distrugge l’arte, è ora di andare ULTRA: intervista a The Armed https://www.impattosonoro.it/2021/04/16/interviste/limmobilismo-distrugge-larte-e-ora-di-andare-ultra-intervista-a-the-armed/ Fri, 16 Apr 2021 06:45:39 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=101981 L'uscita di "ULTRAPOP" è un'occasione perfetta per scambiare quattro chiacchiere con The Armed

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(c) Nate Sturley

The Armed è un collettivo, una forza della natura inarrestabile e il loro nuovo album “ULTRAPOP” (qui la nostra recensione) rischia di diventare uno dei nostri album dell’anno. Abbiamo approfittato dell’uscita per farci una chiacchierata e carpire i segreti di questo nuovo anti-genere.

Iniziamo subito dal titolo del vostro album, “ULTRAPOP”. Avete parlato di una “aperta ribellione alla cultura delle aspettative nella musica ‘heavy’”. Cosa vi ha portato a questo tipo di reazione? Cos’è per voi la musica pesante oggi, cosa non vorreste fosse e cosa dovrebbe essere?

Qualsiasi forma d’arte viene depotenziata dalla stagnazione, e penso che ciò che è particolarmente eclatante di questo problema nel contesto della musica “pesante” è che quegli artisti tendono ad essere orgogliosi di essere ribelli. Che c’è una natura intrinsecamente sovversiva nel suonare generi musicali “heavy”. Ma semplicemente non è così. Il mercato è stato saturato e tecnica ed estetica sono state completamente feticizzate. Così tanti output, in questo mondo, non sono in alcun modo, forma o forma provocatoria. Segue la devozione religiosa a formati decisi decenni fa, formati che non sconvolgono nessuno o spostano l’ago della bilancia. E tutto questo dogma proviene da materiale “sacro” che la maggior parte delle persone può trovare sui propri smartphone su YouTube o Spotify. Nel 2021, quasi tutto è “pop” semplicemente a causa dell’accessibilità. Questo non significa che quella musica sia brutta o totalmente irrilevante, o che quella vecchie cose non erano, in effetti, incredibilmente significative e sconvolgenti o non potessero trasformare le forme d’arte al momento in cui sono uscite, ma forse feticizzare il suono dell’hardcore degli anni ’80 non produrrà lo stesso effetto artistico nel 2021. Le persone coinvolte nella musica pesante tendono a ignorare il vettore del “tempo” nell’equazione dell’espressione artistica, ed è questo il perché di tutti questi folli “sottogeneri” di nicchia. Non so come dovrebbe suonare la musica pesante nel 2021 e questo è esattamente il mio punto! Non dovrebbe essere un suono specifico e dovrebbe suonare come se le persone facessero cose a cui non avevo nemmeno pensato e mi affrontassero e mi mettessero, come ascoltatore, a disagio

In latino “ultra” significa “al di là”, “dopo”, “oltre”. Per voi, quindi, questo album, anzi, questa denominazione, può dirsi un superamento della musica popolare, che include in qualche modo anche la standardizzazione della musica pesante?

Sì, penso che potremmo definire ULTRAPOP come l’ingrandimento di tutti gli input disponibili che forse i Terrorizer non sono poi tanto diversi da Charlie XCX, e che estraiamo tutto il potenziale da certo materiale per generare l’output più intenso, più interessante e più tempestivo possibile. C’è una sorta di ossessione in molte forme d’arte, ma in particolare nella musica “pesante”, con l’autenticità dell’artista. Le persone usano l’autenticità dell’artista come metro di giudizio per la qualità dell’arte stessa, tuttavia quel concetto è totalmente deformato nel regno della musica “pesante”, lì, l’autenticità tende a significare “Quanto strettamente l’artista ha aderito agli standard all’interno della nicchia prescelta”. Per noi, chiedere agli artisti di ignorare qualsiasi input che incontrano nella vita come potenziale influenza sembra l’esatto opposto dell’autenticità. È un cosplay fittizio. È un gioco di ruolo dal vivo. È finta. È religione. Quindi stiamo cercando di creare qualcosa di nuovo e lo chiamiamo ULTRAPOP. E chiunque faccia lo stesso è ULTRAPOP.

Cosa vi affascina della cultura pop? Io ci ho sempre visto un lato oscuro che mi ha attratto spesso con più forza della cosiddetta cultura alternativa.

Domanda interessante! Prima di tutto, ancora una volta, nel 2021 non credo che molte persone possano dirsi ignare o avulse al regno della “cultura pop”. Penso che “alternativo” sia ciò che tutti vorrebbero credere di essere…ma è una sorta di gioco di specchi. Gli algoritmi ti donano esperienze iper-specifiche e iper curate in ogni aspetto della tua vita, pensi di avere gusti migliori e unici perché ti vengono serviti i contenuti in un modo e in un contesto che ti fa sentire intenzionalmente in quel modo e vieni nutrito di opinioni che rafforzano quella sensazione. Ti dirò, penso che ci sia un’interessante dicotomia all’interno del regno del consumismo pop, tra frivolezza e un po’ di merda seriamente oscura. Alla fine, ed è sufficientemente noto, c’è sempre questo “lato oscuro” molto interessante, simile a un culto, che circonda i prodotti e i servizi che si propagano all’interno della più ampia cultura “pop”. Che si tratti di qualcosa di benigno, come le persone religiosamente devote ai prodotti Apple, o qualcosa di un po’ più sinistro come i cultisti inner circle di cose come Crossfit o Soul Cycle.

Tutto, dall’artwork ai video, mi riportano alla mente, forse non a caso, l’estremismo colorato della pop art, che negli anni ’50 e ’60 era una punto di rottura, una novità assoluta, mentre oggi sembra essere la norma, visto che i colori ci sommergono. Che significato hanno, per voi?

Per noi si tratta di utilizzare la tavolozza del mercantilismo moderno come tattica sovversiva nel contesto della nostra presentazione, per prendere apertamente spunti, per esempio, dalla tavolozza di una Nadia Lee Cohen, una brillante artista moderna che attinge all’Americana reinventata e la rende rilevante e unica, e per applicarla a un contesto, speriamo nuovo, del nostro tipo di arte. Preferirei non essere troppo specifico, poiché penso sempre che l’arte perda efficacia se diventi troppo pedante. Ma ci sono sicuramente alcuni meta layer di riferimento e penso che tu qualcosa ne sappia, a giudicare dalla tua domanda!

Parlate anche di “anti-punk” e nel testo di ALL FUTURES mi ha colpito il passaggio “I’m anti anti, ain’t I? I am anti, ain’t I” per poi parlare della visione di future distruzioni. Cosa serve oggi per essere anti? Ma, soprattutto, quanto senso ha ancora esserlo? Sarò sincero, qui in Italia c’è una grandissima assenza di “antagonismo” dal punto di vista musicale, vedo un appiattimento tremendo e una mancanza quasi totale di voler osare ad andare oltre (ultra, non a caso) il proprio confine artistico d’appartenenza. Spesso farlo è un rischio, in particolar modo quando si spezzano certi canoni estetici per andare totalmente all’opposto, come avete fatto voi.

Anche se potrà sembrare leggermente ipocrita per qualcuno che ha appena trascorso metà di un’intervista continuando a parlare della stagnazione della musica “pesante” e del bisogno di sovvertire, penso anche che ci sia una certa vacuità nel contrarianismo performativo, o meglio, una vuota sovversione, e penso che, a volte, i nostri modelli di comportamento sociale moderno e digitale finiscano per amplificare questi tipi di inclinazioni. ALL FUTURES è, in una certa misura, un inno anti “edge-lord”. Significa anche che forse il fatto che tutto finisca con la distruzione non è male. Forse è bello e liberatorio e che la mancanza di un punto è, intrinsecamente, il punto stesso.

Credo sia lecito definirvi come una sorta di collettivo. In questo album ci sono coinvolte ben nove menti. Come si è svolta la creazione dei brani? Cosa vi accomuna e cosa vi separa?

Bene, sebbene ci siano nove persone elencate come line-up, il conteggio reale dei collaboratori che si identificano come “The Armed” è probabilmente più vicino alle due dozzine, circa. La creazione è andata come di solito. Quasi tutte le persone coinvolte sono polistrumentisti e tutti condividiamo idee e abbozzi di concetti su un server condiviso. Dan Greene agisce, de facto, da curatore definitivo – dividendo ciò che funziona da ciò che invece non lo fa – e alla fine costruisce la composizione finale con l’ulteriore collaborazione delle parti necessarie. Il tutto accade coinvolgendo pochissimo l’ego dei singoli elementi e penso che questo sia il “terreno comune” tra tutti noi. Siamo tutti dediti e al servizio del risultato finale, prestando pochissima attenzione al fatto che la nostra parte specifica di chitarra solista, o la nostra performance personale, siano presenti nell’album.

Francamente, devo dirlo, non sentivo un disco così, come potrei definirlo se non totalizzante, dai tempi di “Miss Machine”, “The Chemistry Of Common Life” dei Fucked Up (con loro poi vi sento in qualche modo molto affini, almeno dal mio punto di vista) e “The Bedlam In Goliath” dei The Mars Volta. È un misto di furia e melodia che paiono in equilibrio precario ma che, in realtà, si solidificano di brano in brano, anzi, anche all’interno della stessa canzone (MASUNAGA VAPORS mi sembra un ottimo esempio, oltre ad essere uno dei miei brani preferiti). Mi viene da pensare che rumore e melodia, nella vostra composizione, non possano esistere l’uno in assenza dell’altra, sbaglio? In che modo si influenzano a vicenda?

Grazie! Questo è un elogio che apprezzo molto, è anche meraviglioso sentire che alcune delle nostre intenzioni si sentano forti e chiare. È stata una decisione molto consapevole quella di cercare di giustapporre elementi estremi e disparati, sia dal punto di vista sonoro che concettuale, per la maggior parte dell’album. Dan Greene voleva che ogni canzone avesse “i suoni più brutti e più belli di sempre, allo stesso tempo”. Sicuramente era un principio guida, quindi, in una canzone come ULTRAPOP puoi percepire un rumore aspro, molto brutale, che suona sbattendo contro splendidi sintetizzatori arpeggiati a cascata e una melodia vocale coscientemente “pretty”, piena di armonie rigogliose e stratificate. Gli stessi principi si applicano a MASUNAGA VAPORS, ma in qualche modo all’opposto. Ritmi incredibilmente densi e pomposi vengono stratificati con progressioni di accordi intenzionalmente stupende e gloriose. Abbiamo sempre voluto creare tensione tra cose belle e brutte e penso che sia da lì che proviene la maggior parte del nostro “suono”.

Nell’ultimo anno ho sentito Mark Lanegan collaborare con gli artisti più disparati, dai Cult Of Luna fino agli italiani The Devils, e infine con voi. Perché avete pensato proprio a lui? Com’è nata la collaborazione? Il risultato è incredibile, è immerso a tal punto nella vostra musica che pare “scomparirvi”.

Mark Lanegan è uno dei cantanti più dotati del pianeta, siamo più che onorati che abbia collaborato con noi. E sì, diventa quasi tutt’uno con la canzone. Non è necessariamente qualcosa scritto in stile “pezzo solista”, quindi è stato molto gentile da parte sua partecipare a questo tipo di soluzione. Abbiamo lavorato alla canzone per molto tempo ma nessuna delle persone all’interno del gruppo principale è stata in grado di inchiodare la voce esattamente come voleva. A quel punto eravamo già impegnati nella produzione dell’album e alcuni di noi stavano discutendo con Ben Chisholm. Dan Greene, quasi sbrigativamente, ha osservato che ci sarebbe stato bisogno di Mark Lanegan per poter cantare la canzone. Lo intendeva letteralmente, ma non credo che il suo intento fosse quello di coinvolgere immediatamente Lanegan…eppure è esattamente quello che è successo. Sono state fatte un paio di telefonate e, entro 24 ore da quella conversazione, abbiamo ci sono state inviate le tracce di Mark. È successo in modo esilarante ed è stato incredibile. L’intera situazione sembrava magica.

Ancora una e poi chiudiamo: ci sono degli altri artisti, contemporanei oppure del passato, che vi sentireste di definire ultrapop?

Spero che quest’anno emergano molti artisti ULTRAPOP per rivitalizzare completamente la musica intensa e aggressiva. Let’d do it!

Grazie mille per il tempo che avete concesso a ImpattoSonoro.

Grazie a te per le domande riflessive e consapevoli!

(c) Trevor Naud

Let’s start right away with the title of your album, “ULTRAPOP”. You spoke of an “open rebellion against culture of expectations in ‘heavy’ music”. What led you to this kind of reaction? What is heavy music for you today, what would you not want it to be and what should it be?

Any artform loses potency with stagnation. And I think what’s particularly egregious about that problem within the context of “heavy” music, is that those artists tend to pride themselves as being rebellious. That there’s an inherent subversive nature in playing “heavy” genres of music. But that’s simply not the case. The market has been saturated and technique and aesthetic has been completely fetishized. So much output in this realm is not in any way, shape or form confrontational. It follows religious devotion to formats decided upon decades ago. Formats that aren’t really shocking anyone or moving the needle. And all of this dogma comes from “sacred” material most people can just find on their smartphones on YouTube or Spotify. In 2021, almost everything is “pop” simply because of accessibility. 
This doesn’t mean that that music is bad, or totally irrelevant. Or that that old stuff wasn’t, indeed, incredibly significant and mindblowing or transformative of the artform at the time it was released. But maybe fetishizing the sound of 80s hardcore isn’t going to yield the same artistic effect in 2021. People involved in heavy music tend to ignore the vector of “time” in the equation of artistic expression. And that’s why all these insane niche “subgenres”. I don’t know what heavy music should sound like in 2021 and that’s exactly my point! It shouldn’t be one specific sound and it should sound like people doing things I haven’t even thought of and confronting me and making me, as a listener, uncomfortable. 

In Latin “ultra” means “beyond”, “after”. For you, therefore, this album, indeed, this denomination, can be called an overcoming of popular music, which in some way also includes an heavy music standardization?

Yeah I think we’re defining ULTRAPOP as the magnification of all available inputs. That maybe Terrorizer isn’t that far off of Charlie XCX anymore. And that we’re going to mine all potential material to generate the most intense, most interesting, most timely output. There’s an obsession in a lot of art, but particularly “heavy” music, with authenticity of the artist. People use authenticity of the artist as a metric for the quality of the art. Yet, that concept is totally warped within the realm of “heavy” music. There, authenticity tends to mean “How closely did the artist subscribe to the standards within their chosen niche.” To us, asking artists to ignore any inputs they encounter in life as a potential influence seems like the exact opposite of authenticity. It’s make-believe cosplay. It’s live action role playing. It’s pretend. It’s religion. Thus we’re trying to create something new and we’re calling it ULTRAPOP. And anyone doing the same is ULTRAPOP too.

What fascinates you about pop culture? I’ve always seen a dark side in it that often attracted me more strongly than the so-called alternative culture.

Interesting question! First off, again, in 2021 I don’t think very many people are outside of the “pop culture” realm. I think “alternative” is what everyone would love to believe they are…but it’s sort of a smokeshow. Algorithms give you hyper-specific and hyper curated experiences in every aspect of your life. You think you have the best, most unique taste because you’re served content in a way, and in a context that intentionally makes you feel that way. Then you’re fed opinions that reinforce that feeling.
I will say, I think there is an interesting dichotomy within the realm of pop consumerism between frivolity and some seriously dark shit. Eventually, with enough popularity, there’s always this very interesting cult-like “dark side” that surrounds the products and services that propagate themselves within broader “pop” culture. Whether it’s something sort of benign, like people being religiously devoted to Apple products–or something a bit more sinister like the cult-ish inner circles of things like Crossfit or Soul Cycle.

Everything, from the artwork to the videoclips, reminds me, perhaps not by chance, of the colorful extremism of pop art, which in the 50s and 60s was a breaking point, an absolute novelty, while today it seems to be the norm, since colors overwhelm us. What does this mean for you?

To us, it’s using the palette of modern commercialism as a subversive tactic within the context of our presentation. To openly take cues from, say, the palette of a Nadia Lee Cohen for example, a brilliant modern-day artist tapping into reimagined Americana and making it relevant and unique, and to apply it to a hopefully new context of our type of art. I’d prefer not to get too much more specific, as I always think art loses efficacy if you get too pedantic. But there are definitely some meta layers of reference in there and I think you have a pretty good handle on it, based on your question!

You also talk about “anti-punk” and in the ALL FUTURES lyrics I was struck by the passage “I’m anti anti, ain’t I? I am anti, ain’t I ”and then talk about the vision of future destruction. What does it take today to be anti? But above all, how much sense does it still have to be? I’ll be honest, here in Italy there is a great absence of “antagonism” from the musical point of view, I see a tremendous flattening and an almost total lack of wanting to dare to go beyond (ultra, not surprisingly) one’s own artistic boundary. membership. Often doing it is a risk, especially when certain aesthetic standards are broken to go totally the opposite, as you have done.

While it may seem slightly hypocritical for someone who just spent half an interview going on and on about the stagnation of “heavy” music and the need to subvert– I also think that there’s a certain hollowness to performative contrarianism. Or empty subversion. And I think our modern, digital social behavior patterns end up amplifying those types of inclinations sometimes. ALL FUTURES is, to an extent, a bit of an anti-”edge lord” anthem. It’s also saying that maybe the fact that everything ends in destruction isn’t bad. Maybe it’s beautiful and freeing. And that the lack of a point, is inherently the point.

I think it is legitimate to define you as a kind of collective. Nine minds are involved in this album. How did the creation of the songs go? What do you have in common and what separates you?

Well, although there are 9 people listed in the personnel, the real count of collaborators identifying as “The Armed” is likely closer to north of a couple dozen. The creation went as it normally does. Almost everyone involved is a multi-instrumentalist and we all share ideas and rough sketches of concepts to a shared server. Dan Greene sort of acts as the defacto ultimate curator–grabbing what works from what doesn’t– and ultimately constructs finished composition with further collaboration from the parties that are needed. The whole thing happens with very little ego involved. And I think that’s the “common ground” amongst all of us.  We’re all devoted to servicing the end result, with very little care as to whether our specific lead guitar part or performance makes it onto the album.

Frankly, I have to say, I didn’t feel a record like this, how could I define it if not all-encompassing, since the days of “Miss Machine“, “The Chemistry Of Common Life” by Fucked Up (with them then I feel in some way very similar, at least from my point of view) and “The Bedlam In Goliath” by The Mars Volta. It is a mixture of fury and melody that seem to be in precarious balance but which, in reality, solidify from song to song, indeed, even within the same song (MASUNAGA VAPORS seems to me an excellent example, as well as being one of my songs favorites). It occurs to me that noise and melody, in your composition, cannot exist one in the absence of the other, am I wrong? How do they influence each other?

Thank you! That’s very high praise and appreciated. It also is wonderful to hear that some of our intentions are landing. It was a very conscious decision to try and juxtapose extreme, disparate elements–whether sonically or conceptually for most of the album. Dan Greene wanted to make every song have “the ugliest and the prettiest sounds ever, at the same time.” It was a guiding principle for sure. So on a song like ULTRAPOP, you have some very brutal harsh noise playing against gorgeous cascading arpeggiated synthesizers and a very consciously “pretty” vocal melody full of lush, layered harmonies. The same principles apply to MASUNAGA VAPORS, but sort of in reverse. Incredibly dense and stilted rhythms were layered with intentionally gorgeous and glorious chord progressions. We always wanted to create tension between pretty and ugly things. And I think that’s where most of our “sound” is coming from.

In the last year I have heard Mark Lanegan collaborate with the most disparate artists, from Cult Of Luna to the Italians The Devils, and finally with you. Why did you think about him? How did the collaboration start? The result is incredible, he is so immersed in your music that he seems to “disappear” in it.

Mark Lanegan is one of the most gifted singers on the planet. We’re beyond honored that he’d collaborate with us. And yes, he almost becomes one with the song. It’s not necessarily a big solo piece-style feature, so it’s extra kind of him to participate in that type of capacity. We had been working on the song for a very long time. But none of the people within the core group were able to nail the vocals exactly how we wanted. We were deep into production on the album by this point and were discussing with a few of us and Ben Chisholm. Dan Greene, almost offhandedly, remarked that we needed Mark Lanegan to sing the track. He meant it literally, but I don’t think his intent was that we immediately get Lanegan involved…yet that’s exactly what happened. A couple phone calls were made, and within 24 hours of that conversation, we received Mark’s tracks back. It happened hilariously fast and it was incredible. The whole thing felt like magic.

One more and then let’s close: are there other artists, contemporary or from the past, that you would like to define ultrapop?

I hope many ULTRAPOP artists emerge this year and completely revitalize intense, aggressive music. Let’s do it!

Thank you very much for the time you gave to ImpattoSonoro.

Thank you for your thoughtful questions!

(c) Aaron Jones

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Cronache dalla post-pandemia: intervista agli Arab Strap https://www.impattosonoro.it/2021/04/01/interviste/cronache-dalla-post-pandemia-intervista-agli-arab-strap/ Thu, 01 Apr 2021 06:44:31 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=101971 In occasione dell'uscita di "As Days Get Dark" abbiamo fatto quattro chiacchiere con Aidan Moffat

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(c) Kat Gollock

Il 5 marzo gli Arab Strap sono tornati con “As Days Get Dark” (qui la recensione). Noi di ImpattoSonoro ne abbiamo approfittato per scambiare quattro chiacchiere con Aidan Moffat, che salutiamo e ringraziamo per la disponibilità.

Ciao Aidan bentrovato. Nel 2005 avete annunciato che “Last Romance” sarebbe stato il vostro ultimo album, seguito dalla raccolta celebrativa “Ten Years Of Tears”. Cosa vi ha spinto a tornare insieme per comporre nuova musica?

Ci siamo riformati per alcuni concerti dell’anniversario nel 2016, poi questo ha portato ai festival nel 2017, e volevamo andare avanti, ma sentivamo che avremmo avuto bisogno di nuova musica per far sì che ne valesse la pena. Quindi abbiamo iniziato a scrivere nel 2018 ma non lo abbiamo detto a nessuno, quindi non c’erano pressioni o altro: se non ci fossero piaciuti i risultati, avremmo semplicemente smesso.

In queste prime settimane “As Days Get Dark” sta ottenendo ottimi risultati in termini di vendite e di critica. Tutto sommato ne è valsa la pena.

Le recensioni e il responso sono stati sorprendenti, eccome, migliori di quanto avremmo potuto sperare. Al momento tutto ciò che speriamo è di tornare presto a fare concerti, non vediamo l’ora di suonare alcune nuove canzoni dal vivo.

Vedo la vostra discografia racchiusa in un triangolo magico: “Philophobia”, “The Red Thread” e “The Last Romance”. Cosa dovrebbe rappresentare “As Days Get Dark”?

Sento che è qualcosa di nuovo, non un sequel, più un reboot. I primi sei album raccontano una storia bella e nitida di un periodo particolare, ma ora questo è un mondo molto diverso, quindi sono diversi gli Arab Strap.

In “Philophobia” avete ospitato Stuart Murdoch e altri membri dei Belle and Sebastian, che poi hanno intitolato il loro disco successivo “The Boy With The Arab Strap”. Non l’avete presa bene: com’è finita e in quali rapporti siete oggi?

All’epoca ne fui leggermente infastidito, ma non fu tutto questo gran problema. Non sono mai stato amico intimo dei Belles, ma sono tutte persone fantastiche e li vedo di tanto in tanto. È tutto a posto.

Avete pubblicato diversi lavori solisti, anche prima di separarvi. Quali idee mettete in pratica quando lavorate da soli che non proporreste mai all’altro in un disco degli Arab Strap?

Penso che sia vero il contrario: con il nuovo album abbiamo usato tutto ciò che potevamo, tutto ciò che abbiamo imparato da quando abbiamo realizzato “The Last Romance” – nuove tecnologie, strumenti, la mia voce è cambiata – quindi il nuovo album ha assorbito tutto il nostro materiale da solisti, in un certo senso.

A proposito di solisti, vedremo in futuro lavori a firma Malcolm Middleton e L. Pierre?

Decisamente! Lavoriamo sempre a qualcosa, quindi mi aspetto che presto usciremo con dischi solisti o nuove collaborazioni. Adoriamo fare musica, è il miglior lavoro del mondo.

In “As Days Get Dark” vi proiettate in un mondo post-pandemico privo ormai di rapporti umani e sessuali. C’è un modo secondo voi per evitare di finire così?

Sì, ascoltare gli Arab Strap!

All’inizio della vostra carriera siete stati i cantori della Gran Bretagna reduce dall’esperienza Thatcher. Quale paese lascerà Boris Johnson?

Questo nuovo gruppo è peggio della Thatcher e non riesco quasi a credere di dirlo. Il governo corrotto più evidente – e orgogliosamente! – nella storia britannica. Non credo che andrà a finire bene.

Che significato assume la Brexit per un cittadino scozzese?

Significa che molti di noi sono davvero, davvero arrabbiati! L’Unione europea non è perfetta, ma è folle abbandonarla, e mi aspetto che la Scozia sarà presto indipendente e cercherà di fare tutto il possibile per tornare a farne parte.

Progetti per il futuro. Vedremo ancora un nuovo disco con la scritta Arab Strap oppure su di loro calerà la notte?

Stiamo pianificando un paio di singoli per la fine dell’anno, ma oltre a questo stiamo solo aspettando di suonare le canzoni dal vivo e andare in tour. Quando tutto sarà finito, potremmo provare un altro disco, ma non ci sono ancora programmi a riguardo. Se accadrà, sarà tra qualche anno.

(c) Paul Savage

Hey Aidan, check it out. In 2005, you announced that “Last Romance” would be your last album, followed by “Ten Years Of Tears”. What made you come back together to compose new music?

We reformed for anniversary gigs in 2016, then that led into festivals in 2017, and we wanted to keep going but we felt we’d need some new music to make it worth our while. So we started writing in 2018 but didn’t tell anyone, so there was no pressure or anything – if we didn’t like the results, we would’ve just walked away.

In these first weeks “As Days Get Dark” is getting excellent results in terms of sales and criticism. All in all it was worth it.

The reviews and response have been amazing, aye, better than we could’ve hoped for. All we hope for now is getting back to playing gigs soon, we really look forward to playing some new songs live.

I see your discography enclosed in a magic triangle: “Philophobia”, “The Red Thread” and “The Last Romance”. What should “As Days Get Dark” represent?

I feel it’s its own new thing – not a sequel, more of a reboot. The first six albums tell a nice, neat story about a particular time, but this it’s a very different world now, so it’s a different kind of Arab Strap.

In “Philophobia” you hosted Stuart Murdoch and other members of Belle and Sebastian, who then titled their following album “The Boy With The Arab Strap”. You didn’t take it well: how did it end and in what relationships are you today?

I was mildly annoyed at the time, but it wasn’t that big of a deal. I’ve never been close friends with the Belles, but they’re all great people and I see them now and then. All is well.

You have published several solo works, even before separating. What ideas do you put into practice when working alone, that you would never propose to the other in an Arab Strap disc?

I think kind of the opposite is true – with the new album, we used everything we could, everything we’ve learned since we made “The Last Romance” – new technology, instruments, my voice has changed – so the new album absorbed all our solo stuff in a way.

Speaking of soloists, will we see future works by Malcolm Middleton and L. Pierre?

Definitely! We’re always working on something, so I expect we’ll have solo records or new collaborations out very soon. We love making music, it’s the best job in the world.

In “As Days Get Dark” you are projected into a post-pandemic world devoid of human and sexual relations. According to you, is there any way to avoid ending up like this?

Yes – listen to Arab Strap!

At the beginning of your career you were the singers of Great Britain back from the Thatcher experience. Which country will leave Boris Johnson?

This new lot are worse than Thatcher, and I can’t quite believe I’m saying that. The most trasparently – and proudly! – corrupt government in British history. I don’t think it’s going to end well.

What does Brexit mean for a Scottish citizen?

It means a lof of us are really, really angry! The EU isn’t perfect but it’s insane to walk away from it, and I expect Scotland will be independent soon, and trying everything we can to rejoin.

Plans for the future. Will we see a new Arab Strap’s record or will the dark fall on them?

We’re planning a couple of singles for later this year, but beyond that we’re just waiting ti play the songs and tour again. When that’s all over, we may well try another record, but there are no plans yet. If it happens, it’ll be a few years away.

(c) Kat Gollock

L'articolo Cronache dalla post-pandemia: intervista agli Arab Strap proviene da ImpattoSonoro - Webzine musicale e culturale indipendente.

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Un caleidoscopio dalle mille tonalità: intervista a Ron Gallo https://www.impattosonoro.it/2021/03/05/interviste/un-caleidoscopio-dalle-mille-tonalita-intervista-a-ron-gallo/ Fri, 05 Mar 2021 08:25:05 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=101118 Esce oggi "PEACEMEAL" e non potevamo non approfittarne per scambiare quattro chiacchiere col suo creatore Ron Gallo.

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(c) Dylan Reyes

Esce oggi “PEACEMEAL” (qui la nostra recensione) e non potevamo non approfittarne per scambiare quattro chiacchiere col suo creatore Ron Gallo.

Prima di tutto, dove ti trovi e come va con il COVID-19? Da Instagram sembrerebbe tu sia stato a Filadelfia di recente. Come hai passato questo anno difficile oltre al fare musica?

È come stare su un ottovolante, ogni giorno un nuovo stato mentale ma per la maggior parte del tempo sto bene! Siamo tornati a Filadelfia da poche settimane ed è bello essere a casa. L’anno scorso mi sono concentrato molto su REALLY NICE (sito web, linea di abbigliamento, festival) come fuga creativa dalla musica. Non è stato un anno di grande ispirazione. Cerco di vivere molto semplicemente, lentamente e cercando di essere grato per le cose basilari della vita.

Hai sposato Chiara, una ragazza italiana, un anno fa. Ho letto in un tuo post che parli dell’Italia come “il miglior posto sulla terra”. Lo pensi davvero? Puoi spiegare il perché ai tuoi fan italiani? In Italia noi spesso parliamo male del nostro bel paese, quindi abbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia apprezzare la nostra realtà.

Tutti pensano sempre che ci sia qualcosa di meglio rispetto al posto dove sono o alle cose che hanno. È nella natura umana, immagino, di non vedere quello che abbiamo di fronte, perché siamo desensibilizzati e abituati alle cose indipendentemente da quanto siano belle. Da straniero che dall’America arriva in Italia per la prima volta, vedo il paesaggio, il cibo, la cultura e lo stile di vita e li trovo estremamente migliori rispetto all’approccio che abbiamo qui in America. Ho capito molto vedendo come Chiara si è adattata alla follia dell’America e a tutte le cose che qui sono al contrario rispetto al suo modo di vivere in Italia, come in uno specchio. L’America è troppo individualista, ha priorità rovesciate, la maggior parte delle persone vive con fatica, o vive in continui stati di ansia e depressione. Il nostro sistema e’ basato sulla svalutazione delle persone ed è per questo che tutti sono malati di mente. In Italia puoi trovare l’amore, la passione, le cose genuine, tutti si parlano come se si conoscessero da sempre. C’è un senso di umanità lì che può esistere solo in un luogo più antico e più saggio. L’America è ancora un’adolescente fastidiosa.

Hai intenzione di richiedere la cittadinanza italiana e diventare uno di noi in futuro? Ne saremmo onorati. A proposito, Gallo è un nome italiano? Hai qualche antenato che viene da qui?

Sì! Non appena ci sarà possibile, chiederò la cittadinanza italiana. Gallo è un nome italiano. La famiglia di mio padre è di Salerno e la famiglia di mia madre è siciliana.

Come va il matrimonio? Voglio dire, sembri decisamente innamorato ma non sembri il tipo che punta a “sistemarsi e iniziare una famiglia”. L’amore non ha bisogno di essere sanzionato in un contratto legale, o si? Credete nell’istituzione del matrimonio o volevate solo risolvere i problemi con le leggi sull’immigrazione?

Il matrimonio non cambia nulla! L’amore è amore e sicuramente non ha bisogno che ci si appiccichi sopra un contratto o una etichetta. E hai ragione sul fatto che non sono un tipo da “sistemarsi e iniziare una famiglia” – anzi, esattamente il contrario. Dopo questo, voglio che viaggiamo e facciamo tour per molti anni prima di prenderlo in considerazione (forse anche mai, ahah). Con Chiara siamo il tipo di persone che probabilmente non avrebbe mai avuto bisogno di sposarsi perché per noi non cambia niente ma allo stesso tempo eravamo ok e felici di farlo.

Come vi siete conosciuti voi due? Ho visto il documentario di Chiara che hai appena pubblicato su YouTube e so che e’ successo a Ravenna durante una tournée. Ma ti va di darci alcuni dettagli romantici su come hai trovato l’amore nel nostro paese?

Era il mio terzo giorno in assoluto in Italia. Avevamo una giornata libera dai concerti e il nostro tour manager ha suggerito di andare a vedere alcuni dei suoi amici suonare in un locale sulla spiaggia di Ravenna. È stata una giornata perfetta, Hana-Bi è un posto bellissimo e pochi minuti dopo il mio arrivo ho visto una ragazza con i capelli arancioni (quasi al rallentatore) dall’altra parte della strada. L’ho notata davvero ma non pensavo di andarle a parlare perché immaginavo che probabilmente non parlasse nemmeno inglese: io ero solo uno straniero e non capivo l’italiano. Poi, un po più tardi ho visto il mio batterista parlare con lei di una foto che ha scattato così sono andato goffamente a dirle “Ciao” e mi sono presentato, quando mi ha detto il suo nome non avevo idea di cosa avesse detto e sono scappato. L’ho vista di nuovo pochi giorni dopo e l’ho invitata a scatola chiusa a casa di mio padre nelle Marche la settimana seguente e lei ha detto di sì e da allora stiamo insieme.

È anche una musicista: chickpee. In quanto tale, come influenza la tua musica?

Sì! Ha il suo progetto chickpee per le sue canzoni ed è anche una violoncellista classica. È una vera musicista e suona bene praticamente tutto. Mi ha fatto conoscere molta nuova musica che mi piace molto e penso che mi abbia aiutato ad espandere la mia tavolozza musicale e influenzato la musica recente, ma mi incoraggia anche a non dimenticare i miei stili precedenti.

Chiara è presente in “PEACEMEAL”? Ha contribuito con musica, strumenti o voce?

È dappertutto in “PEACEMEAL“, canta nella maggior parte delle canzoni, suona l’assolo di chitarra e il basso in Can We Still Be Friends? e alcune altre parti di synth e piano.

Sei un musicista davvero caleidoscopico. Tutta la musica che hai pubblicato, da quando hai iniziato, è difficile da definire, se non con un “Indie” molto generico: si sente di tutto, dal rock classico, al jazz, al punk, Psichedelia, R&B e non saprei cos’altro. Qual è il tuo background musicale, le cose che hai ascoltato tutta la tua vita e che potresti dire sono le basi di quello che fai?

Da bambino c’erano jazz, un po’ di rock classico, hip-hop degli anni ’90, pop-punk / hardcore del New Jersey e radio da top 40. Quindi inconsciamente è da lì che probabilmente viene quel caleidoscopio che ho fatto entrare in questo disco. Tra gli artisti che sono rimasti con me costantemente per molto tempo: Jeff Buckley, MF DOOM, John Coltrane, Lauryn Hill, Iggy Pop.

Ho sempre sentito molti Beatles nella tua musica. E ancora li sento in “PEACEMEAL”. Hai ascoltato i Beatles molto o, semplicemente, i Beatles sono ovunque? O me lo sto inventando e tu odi i Beatles?

Interessante! Ho avuto molte “fasi Beatles” nella mia vita, ma non recentemente. Ovviamente li conosco, amo e rispetto, ma non mi ritrovo ad ascoltarli attivamente così tanto, probabilmente perché è già così radicato nel mio cervello e non posso dire di aver mai cercato l’ispirazione direttamente dai Beatles, ma scommetto che escono da tutte le parti perché la loro musica non si può ignorare.

Una cosa che è sempre presente nella tua discografia, fino a “PEACEMEAL”, è l’atteggiamento scherzoso. Prendi te stesso e il tuo lavoro alla leggera, con molto cazzeggio. Posso sentire ottimismo nella tua musica e arte. Anche il video di Please Don’t Die che potenzialmente è una canzone di amore molto seria sulla paura di perdere tragicamente il tuo partner, mantiene leggerezza all’interno della potenziale tragedia e finisce nel miglior modo possibile. È tutto questo una caratteristica della tua personalità o solo della tua arte e sei un tipo scontroso nella vita reale?

È sicuramente quello che sono. Come persona amo esistere su quel confine tra cinico e divertente e penso che questo mi aiuti a mantenerlo onesto e leggero. Cerco sempre di trovare l’umorismo in ogni cosa, ridere mi fa sentire vivo.

Con “PEACEMEAL” mi sembra che tu abbia incorporato qualche influenza da artisti R&B e Neo-soul come Michael Kiwanuka. “You Are Enough”, per esempio. Ho ragione? Ascolti Kiwanuka e/o altri artisti del genere?

Ho sentito alcune delle canzoni di Michael Kiwanuka nel tempo, ma non troppo. C’è sicuramente un’influenza R&B in quella canzone e in tutto il disco, ma più del tipo sdolcinato degli anni ’90.

PEACEMEAL” è stato anticipato da un EP a settembre con 6 tracce che saranno nelle 12 tracce dell’album e un altro EP a gennaio con le stesse 6 tracce e 1 in più. Non si rischia di confondere i fan? È una strategia di marketing o una dichiarazione artistica?

Ahahah, sì. L’idea era di abituare lentamente le persone a questa nuova roba perché era drasticamente diversa da quella di prima e inoltre siamo in piena pandemia quindi non c’era fretta di pubblicare un album e cadere nel vuoto. Ora sembra più appropriato pubblicare un intero album perché sembra che ci sia di nuovo un po’ di speranza nell’aria.

Nel marzo 2020 sei stato uno dei primissimi musicisti a dire ai tuoi fan #stateacasacazzo! e a fare concerti online a pagamento. Sei apparso su Rolling Stone per questo già il 16 marzo dello scorso anno. La storia dice che avevi ragione a farlo, sia dal punto di vista della salute che delle tue finanze. Come hai potuto essere così chiaroveggente e saggio quando ci sono artisti più anziani e molto famosi che ancora un paio di mesi fa han cantato: “In guardia! / Avete lasciato che v’instillassero la paura /Ma non una parola che avete sentito era vera” ?

È stata solo una risposta istintiva alla cancellazione di un nostro concerto 24 ore prima, il 13 marzo. Reagisco bene sotto a una pressione del genere. Fa funzionare il mio cervello. Avevo messo insieme una nuova band e provato ed eravamo così pronti ed eccitati per lo spettacolo che quando è stato cancellato non potevo semplicemente lasciarlo andare ed ero determinato a trovare una soluzione, quindi ho avuto subito l’idea di prendere l’attrezzatura e semplicemente trasmettere da casa nostra per il mondo intero. È stato sicuramente l’apice dell’intera era del livestream e ha portato migliaia di persone da tutto il mondo a sintonizzarsi e donare … Da allora pero’ mi pare come se le persone si siano stancate di questo.

Con la pandemia e la sospensione della musica dal vivo i musicisti di tutto il mondo sono finanziariamente in sofferenza, dal momento che era la loro principale fonte di reddito ai tempi della musica digitale. Come stai affrontando questa situazione? I concerti online sono la tua principale fonte di guadagno adesso o lo è qualcos’altro?

Sono stato fortunato quest’anno perché ho scelto il periodo della pandemia per fare un disco e questo ha creato un po’ di fondi per sopravvivere per realizzare l’album. L’ho fatto quasi tutto da solo, quindi mi pagavo per il mio lavoro. In America, i musicisti hanno potuto ricevere l’indennità di disoccupazione governativa che è stata utile per molti.

Alcuni dei tuoi colleghi musicisti si lamentano pubblicamente delle grandi piattaforme di streaming, denunciando remunerazioni ingiuste e insufficienti per la loro musica. Cosa ne pensi? E cosa pensi debba accadere per avere un’industria musicale sostenibile per gli artisti nell’era digitale?

Sono contento di vedere più persone parlare. Gli artisti devono valorizzare se stessi e rivendicare il proprio potere sull’industria musicale, perché senza artisti non c’è industria. Questa e’ una cosa che tendiamo a dimenticare. Per qualche motivo, c’e’ stata una regressione e gli artisti e la musica sono diventati meno apprezzati nel settore. È un sistema di merda come tanti altri in cui i lavoratori essenziali e le persone più importanti sono sul fondo della piramide. Questa pandemia mi ha davvero fatto apprezzare la mia parte nel sistema, cosa che prima non facevo, dopo che mi sono accorto, non essendo più distratti da tour senza fine, che non siamo su un terreno solido.

Grazie per il tuo tempo Ron, manda i saluti a Chiara da noi di Impatto Sonoro in Italia. Avete intenzione di venire a trovarci presto se la pandemia lo consente?

Sì! Torneremo quest’estate per tutta l’estate. Grazie per avermi ospitato, a presto!

(c) Dylan Reyes

First of all, where are you and how are you doing with the COVID-19? From Instagram looks likeyou’ve been in Philadelphia recently. How did you spend this difficult year apart from makingmusic?

It’s a rollercoaster, everyday a new headspace but mostly good! We are back in Philadelphia as of a few weeks ago and it feels good to be home.  I focused a lot on REALLY NICE (website, clothing line, festival) this past year as a creative escape from music.  Not the most inspiring year. Also living very simply, slowly and trying to be grateful for very basic things. 

You married Chiara, an Italian girl, one year ago. I saw you in a post referring to Italy as “the best place on earth”. Do you really think so? Tell your Italian fans something about it. In Italy we often talk shit about our beautiful country so we need somebody to cheer us up about our reality here.

Everyone always thinks there’s something better than where they are or what they have, it’s human nature I guess to not see it because we get desensitized and used to things regardless of how beautiful they are.  As an outsider from America walking into Italy for the first time – the landscape, food, culture, way of life is worlds better than the approach we have here in America in my opinion.  A lot of this comes from seeing how Chiara how has adapted to the insanity of America and how many things here are so backwards compared to her way of life in Italy.  It’s like a mirror.  America is too individualistic, has backwards priorities, most people are barely living, as opposed to living in constant states of anxiety, depression.  Our system functions on devaluing people and it’s why everyone is mentally ill.  In Italy you can find the love, passion, genuine things, everyone talks to each other like they’ve known each other forever.  There is a sense of humanity there that can only exist in an older, wiser place.  America is still an annoying teenager.

Do you plan to apply for Italian citizenship and become one of us sometime in the future? We would be honored. By the way, is Gallo an Italian name? You have any background here?

Yes! Soon as we can I’m gonna go for the Italian citizenship.  Gallo is an Italian name. My dad’s side is from Salerno and my mom’s side from Sicily.

How’s marriage? I mean, you look most definitely in love but you don’t look like the “settle down and start a family” guy. Love does not need to be made a legal contract, does it? Do you guys believe in the institution or did you only need to make the immigration people happy?

It’s the same as it ever was!  Love is love and there definitely does not need to be a contract or title on it. And you are correct that I am not a settle down and start a family guy – in fact very the opposite – after this I want us to travel and tour for many years before considering that (maybe even never, haha).  With Chiara we are the kind of people that probably would not have needed to ever get married because it doesn’t change anything for us but at same time we were ok and happy to do it.

How did you guys meet? I saw her documentary you just posted on YouTube and I know it was in Ravenna during touring. But would you like to give us some romantic details about falling in love in our country?

It was my third ever day in Italy. We had a day off of tour and our tour manager suggested we go see some of his friends play at a beach venue in Ravenna.  It was a perfect day out, Hana-Bi is a beautiful place and within minutes walking in I saw a girl with orange hair (almost in slow motion) from way across the way.  I really noticed her but had no intention of ever talking to her because I assumed she probably didn’t even speak English because I was a foreigner and had no concept.  Then, a little later I saw my drummer talking with her about a photo she took so I awkwardly went over to say “Hi” and introduce myself, when she told me her name I had no idea what she said and then I ran away.  I saw her again a few days later and just blindly invited her to my dads house in Marche for the next week and she said yes and we’ve been together ever since.

She is a musician as well, as chickpee. As such, how does she influence your music?

Yes! She has her chickpee project for her songs and also is a classical Cellist. She’s a real musician and plays pretty much everything well.  She has definitely shown me a lot of new music that I love very much and I think helped me expand my musical palette and influenced the recent music, but she also encourages me to not forget my previous styles.

Is Chiara featured in “PEACEMEAL”? Did she contribute any music or instruments or vocals?

She’s all over “PEACEMEAL”, she sings on most of the songs, plays guitar solo and bass on Can We Still Be Friends?, and some other synth/piano parts throughout.

You are such a kaleidoscopic musician. Your music, since you started, is hard to define, apart from a very generic “Indie”: one can hear everything, from Classic Rock, to Jazz, Punk, Psychedelia, R&B and I don’t know what else. What is your musical background, the things you have been listening to all your life and that you might say are the foundations of what you do?

As a kid there was jazz, a little classic rock, 90’s hip-hop, New Jersey pop-punk/hardcore and top 40 radio.  So subconsciously that’s where that kaleidoscope probably comes from and I really let in on this record.  Artists that have stuck with me consistently for very long time – Jeff Buckley, MF DOOM, John Coltrane, Lauryn Hill, Iggy Pop.

I always heard a lot of Beatles in your music. And I still do in PEACEMEAL. Did you listen to theBeatles a lot or is it just that the Beatles are everywhere? Or am I just making it up and you hate the Beatles?

Interesting! I have had many Beatles phases in my life but not for a while.  I of course know and love and respect but don’t find myself listening actively all that much, probably because it’s already so engrained in my brain and can’t say I’ve ever looked to the Beatles directly for inspiration but I bet they seep through into everything because it’s undeniable music.

One thing that is always present in your discography, down to “PEACEMEAL“, is a joke attitude. You take yourself and your work lightly, muck around really a lot. I can feel optimism in your music and art. Even the video for Please Don’t Die which is potentially a very serious love song about the fear of tragically losing your partner maintains some lightness, within the potential tragedy and ends up in the best possible way. Is all this a feature of your personality or just of your art and you are a grumpy guy in real life?

It’s definitely who I am.  As a person I love to exist on that line between cynical and humorous and I think that helps me keep it honest and light. I am always trying to find the humor in everything, laughing feels most like living.

With “PEACEMEAL” it sounds to me you have incorporated some influence from R&B and Neo-soul artists in the likes of Michael Kiwanuka. Take “You Are Enough” as one of the many possible examples. Am I right? Do you listen to Kiwanuka or/and any other artists of that kind?

I have heard some of Michael Kiwanuka’s songs over time but not too much.  There is definitely an R&B influence in that song and throughout the record but more the 90’s cheesy kind.

PEACEMEAL” was anticipated by an EP in September with 6 tracks that will be in the 12 tracks album and another EP in January with the same 6 tracks plus 1 more. Bit confusing for the fans isn’t it? Is that a marketing strategy or an artistic statement?

Haha, yes. The idea was to slowly turn people onto this new stuff because it was drastically different from before and also we are mid-pandemic so there was no rush to put out an album and fall on deaf ears.  Now feels better to put out a record because it feels like there’s some hope in the air again.

In March 2020 you were one of the very first musicians to tell your fans #staythefuckhome and to do online gigs for a fee. You were featured in Rolling Stone for that as early as March 16 last year. History says you were so right to do that, for both health and (your own) financial reasons. How could you be so clairvoyant and wise when some older and very famous colleagues of yours still a couple of months ago were singing “Stand and deliver/You let them put the fear on you/But not a word you heard was true”?

It was just an instinctual response to having our festival show get cancelled 24 hours before on March 13th. I’m good under pressure like that. It makes my brain work. I had put together a new band and rehearsed and we were so ready and excited for the show that when it got cancelled I could not just let it go and was determined to figure it out, so immediately had idea to get equipment and just broadcast from our house for the whole world instead.  It was definitely the pinnacle of the entire livestream era and resulted in thousands from all over the world tuning in and donating…since then I feel like people have grown tired of it.

With the pandemic and the suspension of live music worldwide musicians are financially suffering, since it used to be their primary source of income at the times of digital music. How are you coping with this situation? Are the online gigs your main source of income now or is it something else?

I have gotten lucky this year because I chose pandemic time to make a record and that has created a little but of funding to survive on to make the album.  I did it mostly all myself too so I was paying myself for my work.  In America, musicians were actually able to receive governmental unemployment pay which has been helpful for many.

Some of your musician colleagues are publicly complaining with the big streaming platforms, claiming unfair and insufficient remunerations of their music. What do you think about it? And what do you think needs to happen in order to have a sustainable music industry for artists in the digital era?

I’m glad to see more people speaking out.  Artists need to value themselves and reclaim the power over the industry, because without artists there is no industry. Which we tend to forget.  Somehow thats gone backwards where artists and music have become least valued in the industry.  It’s a shit system like many others where the essential workers and most important folk are at the bottom. This pandemic has really caused me to value myself after not doing that as much before after seeing we are not on solid ground when not distracted by endless touring.


Thanks for your time Ron, send Chiara greetings from the guys at Impatto Sonoro in her home country. You guys planning to come and visit us anytime soon if the pandemic allows it?

Yes! We will be back this summer for the whole summer. Thank you for having me, see you soon!

(c) Dylan Reyes

L'articolo Un caleidoscopio dalle mille tonalità: intervista a Ron Gallo proviene da ImpattoSonoro - Webzine musicale e culturale indipendente.

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