Recensioni – ImpattoSonoro – Webzine musicale e culturale indipendente https://www.impattosonoro.it Thu, 29 Oct 2020 10:13:43 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.2 Fuzz – III https://www.impattosonoro.it/2020/10/29/recensioni/fuzz-iii/ Thu, 29 Oct 2020 10:13:41 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97561 Recensione del disco "III" (In The Red, 2020) dei Fuzz. A cura di Alessandro Piccin.

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Per la California, quella del 2020 è stata un’estate all’insegna del garage rock: L.A. Witch, Death Valley Girls, Frankie and the Witch Fingers, Osees. La ciliegina sulla torta la mettono i Fuzz, supergruppo eponimo composto da sua maestà Ty Segall alla voce/batteria, dal multistrumentalista Charles Moothart alla chitarra (CFM, The Freedom Band, GØGGS) e dal bassista Chad Ubovich (Meatbodies).

A cinque anni dal doppio-LP “II” (2015), tanto ispirato quanto prolisso, i tre di San Francisco si ripresentano stavolta con un disco ben più conciso, “down-to-earth” come si suol dire. La marcia in più di questo “III” è sicuramente nella produzione, affidata al guru della musica indipendente Steve Albini, noto per le sue peculiari tecniche di registrazione, modellate sul sound di Led Zeppelin e ZZ Top. Grazie a microfoni piazzati strategicamente e pochissima post-produzione, l’ex Big Black e Shellac cerca infatti di ricreare in cuffia l’esperienza di un live show, un approccio che veste a pennello il garage-rock tinto di stoner dei Fuzz.

Si comincia con tre head-bangers assolute: Returning, che cattura subito la nostra attenzione con un irresistibile riff proto-metal figlio di Black Sabbath e Hawkwind, Nothing People, che ci esalta con un perfetto incrocio tra Led Zeppelin e White Stripes, ed il singolo Spit, una fulminante hit in 7/4 che sembra uscita dal self-titled di Ty Segall. Al languore blues dell’epica Time Collapse il compito di farci riprendere fiato per un istante, prima di trascinarci in una coda strumentale che farà esplodere le meningi agli appassionati del genere.

L’adrenalinica Mirror ci riporta sulla cresta dell’onda per un po’ di sano crowd surfing, mentre Close Your Eyes ci delizia con un finale troncato degno di Jack White. Bisogna ammetterlo: Moothart ha davvero poco da invidiare ai maestri della sei corde, non solo in termini di tecnicismo, ma anche di ispirazione. Basti ascoltare il riff di Blind To Vines, un riuscitissimo bluesettone che suona tanto inedito dei Raconteurs, o ancora la conclusiva End Returning, un viaggio di otto minuti all’insegna del garage-stoner più schizofrenico e psicotropo possibile.

Pur non toccando le vette di originalità del debutto omonimo (2013), “III” arriva come una vera e propria ancora di salvezza per tutti gli annoiati gig-goers là fuori, a cui è chiesta solamente una cosa: di chiudere gli occhi. A trasportarci in prima fila per una mezz’ora abbondante di pogo spensierato ci pensano i tre cattivoni in copertina.

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Anaal Nathrakh – Endarkenment https://www.impattosonoro.it/2020/10/29/recensioni/anaal-nathrakh-endarkenment/ Thu, 29 Oct 2020 10:13:38 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97547 Recensione del disco "Endarkenment" (Metal Blade Records, 2020) degli Anaal Nathrakh. A cura di Giuseppe Loris Ienco.

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Prima che andiate a pigiare il tasto play, voglio darvi un piccolo avvertimento: turatevi il naso. Sui quarantuno minuti di “Endarkenment”, undicesima fatica in studio dei britannici Anaal Nathrakh, aleggia infatti un insopportabile fetore di morte. Nonostante i sempre più frequenti passaggi melodici, i miasmi black e le esalazioni grindcore continuano a rendere pressoché irrespirabile l’aria che avvolge la particolare variante di death metal proposta dal duo Dave Hunt/Mick Kenney.

La maturità non ha intaccato minimamente il sound frenetico e vigoroso di questa immarcescibile coppia, sulle scene da ormai più di vent’anni. Eppure, tra blast beat massacranti e riffing serratissimo, si infiltrano come spiragli di luce dei ritornelli morbosamente orecchiabili, intrisi di atmosfere ultra-epiche forse mediate dalla tradizione della NWOBHM.

La fulminante title track è uno dei migliori esempi di questo quasi impercettibile cambio di rotta da parte degli Anaal Nathrakh. Un approccio se volete più snello alle sonorità death/black per un impatto che resta comunque devastante dal primo all’ultimo secondo dell’opera. Rispetto al passato le strutture dei brani risultano essere maggiormente definite e ordinate; il tutto scorre fluido e veloce, quasi fosse un fiume di lava che si insinua tra le orecchie degli ascoltatori.

I cinque treni impazziti che rispondono ai titoli di The Age Of Starlight Ends, Libidinous (A Pig With Cocks In Its Eyes), Feeding The Death Machine, Create Art, Though The World May Perish e Requiem rappresentano il cuore e l’anima dell’intero “Endarkenment”. A muovere queste tracce non è la classica furia cieca e distruttrice dei Nostri, bensì una passione bruciante che letteralmente esplode nei refrain cantati a pieni polmoni da Hunt.

Per fortuna ci sono queste brevi parentesi di umanità a ricordarci che gli Anaal Nathrakh non sono esclusivamente delle macchine da guerra. Il resto dell’album segue in gran parte percorsi decisamente più estremi, con una serie impressionante di bombe a mano destinate a spaccare numerose ossa in sede live. Ai buongustai consiglio le possenti, caotiche e maligne Thus, Always, To Tyrants, Beyond Words, Singularity e Punish Them. Una volta terminato il disco, lasciate le finestre di casa aperte per far uscire le infernali zaffate di zolfo.

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Garcia Peoples – Nightcap at Wit’s End https://www.impattosonoro.it/2020/10/28/recensioni/garcia-peoples-nightcap-at-wits-end/ Wed, 28 Oct 2020 15:47:33 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97198 Recensione del disco "Nightcap At Wit's End" (Beyond Beyond Is Beyond, 2020) dei Garcia Peoples. A cura di Alessandro Piccin.

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Nightcap at Wits’ End” è oramai la quarta prova in studio per i Garcia Peoples, sestetto del New Jersey attivo dal 2018 e parte della scuderia di Beyond Beyond Is Beyond Records (Kikagaku Moyo, The Myrrors, Heaters, Joel Gion dei The Brian Jonestown Massacre, …).

Come suggerisce il nome stesso della band, diversi episodi di “Nightcap at Wits’ End” si rivelano figli dell’universo creato nel 1965 da Jerry Garcia, anima dei leggendari Grateful Dead e figura centrale della controcultura anni Sessanta: si pensi ai cambi di tempo e alle reiterazioni psichedeliche dell’ottima Wasted Time, agli intrecci epico-allucinogeni della riuscitissima Painting a Vision That Carries (in cui riconosciamo anche un pizzico di energia incendiaria presa in prestito da casa Who) o ancora agli splendidi dialoghi tra chitarre e batteria di Crown of Thought.

In “Nightcap at Wits’ End” troviamo però anche qualche parentesi leggermente più heavy, come le esplosioni pseudo-stoner dell’introduttiva Gilding Through, figlie del progressive ad inclinazione avant-jazz di King Crimson, Yes e Jethro Tull, ed una serie di brani dal groove decisamente più folk-rock, alla Crosby, Stills, Nash & Young: Altered Place, Fire of the Now e soprattutto l’eccezionale doppietta Ona at a Time / (Our Life Could Be Your Van), cuore del disco e vero e proprio momento di estasi strumentale. Il compito di soppesare il tutto è lasciato ad A Reckoning e Shadow, un paio di ballate acustiche costruite con soavi arpeggi, mistici canti e tamburi in sordina.

Una cosa è chiara fin dal primissimo ascolto: ci troviamo di fronte a musicisti esperti, a maestri delle live performances, capaci di sostenere un sound eclettico, ricco e retrò, che poco ha da invidiare a quello dei mostri sacri del genere. Insomma, i Garcia Peoples si presentano come vere e propre deadheads del ventunesimo secolo e “Nightcap at Wits’ End” è il loro ticket per un posto a sedere nell’olimpo dei revivalisti anni Duemila, a fianco di artisti quali Steve Gunn e Chris Forsyth.

Un disco che farà impazzire non solo i nostalgici dei sixties, ma tutti gli amanti della musica dal vivo. In un momento storico surreale come quello che stiamo vivendo, in cui la riapertura delle sale concerti sembra essere solo una lontana speranza, tutto ciò che possiamo fare è alzare il volume, chiudere gli occhi e lasciarci trascinare nel passato da questi giovani discepoli di Jerry Garcia.

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Pain Of Salvation – PANTHER https://www.impattosonoro.it/2020/10/27/recensioni/pain-of-salvation-panther/ Tue, 27 Oct 2020 15:02:59 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97142 Recensione del disco "PANTHER" (Inside Out, 2020) dei Pain Of Salvation. A cura di Enrico Ivaldi.

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Ammetto di aver un po’ perso di vista Daniel Gildenlöw e compagni dopo l’uscita di “BE” forse spiazzato da un lavoro che era ben diverso dal capolavoro “Remedy Lane“, ma grazie al ritorno di “In The Passing Light Of Day” del 2017 ho avuto l’opportunità di riprendere parte della discografica che avevo lasciato per strada. A distanza di tre anni i Pain Of Salvation tornano e lo fanno con un disco che spiazza e confonde, per qualità, sperimentazione e libertà artistica.

Affiancato da una formazione stellare, formata da Johan Hallgren alle chitarre (che ritorna su disco dopo quasi 10 anni), e l’ex Meshuggah Gustav Hielm al basso, Daniel dà forma ad un concept sull’essere diversi in un mondo popolato da gente che si ritiene normale. Apparentemente banale ma tremendamente attuale.

Siamo di fronte ad un disco musicalmente complicato, pieno di influenze diverse e spesso diametrali che riescono però a coesistere perfettamente nell’universo concettuale di “PANTHER” (i cui titoli sono volutamente scritti in caratteri maiuscoli) grazie ad una ispirazione ed una efficacia che spesso ricorda a quella dei Radiohead del post “Kid-A“.

É il gruppo inglese infatti il termine di paragone più vicino ai Pain Of Salvation anno 2020, grazie ad un approccio che amalgama il rock alla musica elettronica in parti uguali anche in fase di produzione, dove pesanti arrangiamenti elettronici si abbracciano a batterie che non hanno mai suonato così naturali. Sentite UNFUTURE dove chitarre in slide, pesantezze quasi Meshuggah ed elettronica alla Nine Inch Nails collidono in un brano che fa strappare i capelli per la sua bellezza.

La claustrofobia ritmica di ACCELERATOR e la complessità di un brano come RESTLESS BOY sembrano voler riecheggiare il progressive metal di inizio carriera (seppur in veste moderna), ma è la pseudo ballad WAIT uno dei momenti migliori di “PANTHER” coi suoi sette minuti di tempi dispari ed arrangiamenti elettronici spiazzanti che valorizzano una delicatezza melodica rara.

KEEN TO AN FAULT ci riporta alla mente le atmosfere di “Remedy Lane“, mentre l’interludio FUR anticipa il momento in assoluto più spiazzante del disco, la title track. Sorta di brano dai toni elettro-industrial quasi interamente rappato, PANTHER si evolve, nella seconda parte attorno al delicato ritornello grazie ad un arrangiamento magistrale.

SPECIES si muove tra i Rush, gli Who e atmosfere quasi grunge mentre i tredici minuti di ICON chiudono il disco con un lungo viaggio fatto di tensioni elettroniche “radioheadiane”, claustrofobia metropolitana alternati a momenti quasi Opeth e un solo gilmouriano.

A volte difficile, spesso disorientante, “PANTHER si candida come una delle sorprese più belle di questo 2020 e ci ricorda ancora una volta quanto i Pain Of Salvation siano una band innovativa, ispiratissima e unica nel suo genere.

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Regrowth – Lungs https://www.impattosonoro.it/2020/10/26/recensioni/regrowth-lungs/ Mon, 26 Oct 2020 13:02:01 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97449 Recensione del disco "Lungs" (Goldmine Records / Nothing Left Records / Fresh Outbreak Records / Home Mort / Fast'n'Loud Records, 2020) dei Regrowth. A cura di Luca Cescon.

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Si avvicina la fine dell’anno, un insieme di mesi vissuti in una condizione di incertezza tale da far passare anche la musica in secondo piano, la musica intesa come cuffie, dischi, cd e puntine. Ma soprattutto la musica vissuta come insieme di individui, amici e compagni di piccole e grandi avventure riuniti sotto lo stesso tetto, a condividere lo stesso sudore e la stessa passione per un qualcosa che permetta di travalicare le consuetudini della quotidianità. Far uscire un album, in tempi come questi, è uno schiaffo a tutte le sfortune, una prova di forza, resistenza attiva nei confronti di un mondo che sembra andare in direzione opposta rispetto a come vorremmo.

Lungs” dei cagliaritani Regrowth ha, in questo senso, il doppio merito di essere rilasciato a settembre di questo annus horribilis, ma soprattutto di rappresentare una svolta sonora per l’hardcore nostrano. Che la Sardegna sia ormai da tempo una realtà con la “r” maiuscola, dalla quale prendere ispirazione e da approcciare anche con una certa reverenza per quanto di ottimo fatto vedere – e sentire – in termini qualitativi, non è più una novità. Contesto prolifico, dunque, all’interno del quale questo primo full lenght firmato Regrowth rischia di divenire pietra miliare per un futuro tutto da scrivere, ma sicuramente per gran parte in mano a una nuova generazione che guarda con rispetto alla old school, calando però le sue carte migliori quando si tratta di prendere ispirazione dagli ultimi dieci anni di hardcore e musica heavy in generale.

Dodici tracce che sposano i sound di band come Counterparts, Misery Signals, Set Sights e Conveyer, riunendo sotto un’unica bandiera tecnicismi di altissimo livello (guardare l’età media dei componenti della band per apprezzarne ancora di più le gesta) e ritornelli emotivamente travolgenti che portano indietro le lancette a quando gli Heart In Hand erano uno dei nomi più apprezzati del panorama melodic hardcore mondiale. Brani come Behind Me, We Never Give Up, Knife, la title track Lungs e lo splendido singolo Surfacing dimostrano la capacità dei Regrowth di mettere in fila una serie di canzoni tranquillamente alterabili nel loro ordine, tanta è l’intensità veicolata e la resa finale che l’ascoltatore si trova di fronte.

Impreziosito da featuring di spessore, gentilmente offerti da membri di band cardine della scena made in Italy come Moderntears’, Dawnbringer, Riflesso e My Own Prison, “Lungs” spiazza per bellezza, per approccio a ciò che il melodic hardcore è: un sound peculiare nel suo trasmettere un qualcosa di personale, una storia, un messaggio o semplicemente la rabbia verso i mali che attanagliano il nostro Io. 


Andiamo ora in esclusiva dietro le quinte della produzione di “Lungs” con il documentario “lo-fi” prodotto da Nubifilm Studio e diretto da Claudio Spanu. Un viaggio attraverso immagini e riprese live che non vuole limitarsi a descrivere la band in quanto tale, ma che mira a dipingere un quadro di amicizia, passione e freschezza sonora che può essere parte di un nuovo Rinascimento della scena hardcore italiana.

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HEALTH – DISCO 4 :: PART I https://www.impattosonoro.it/2020/10/26/recensioni/health-disco-4-part-i/ Mon, 26 Oct 2020 10:00:00 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97457 Recensione del disco "DISCO 4 :: PART I" (Loma Vista, 2020) degli HEALTH. A cura di Matteo Giovazzini.

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Mentre scrivo, mi trovo su un treno per Torino. Seduti sui sedili di fianco al mio, una signora sulla cinquantina e un signore parlano di politica a voce piuttosto alta e, fin dal momento in cui sono arrivati, ho già capito che mi sarei incazzato. Tra sproloqui stile “non ordino da *inserire servizio di delivery* perché sono tutti sporchi e poi ti toccano con quelle mani” e massime come “Non come la sinistra di una volta, quelli sì che si battevano per qualcosa”, mi sto scervellando per trovare una giusta intro per la recensione di questo album.

Ecco fatto: all’ennesima e avvilente cazzata, con “DISCO 4” in un orecchio e sana rogna in tutto il resto del corpo, mi ergo a paladino della sinistra italiana e vomito sulla signora tutta la matassa nera di irragionevolezza e di frustrazione culturale che ho nell’animo.

Dopo il nostro civilissimo dibattito condito da qualche “testa di cazzo” e “adesso si può cortesemente togliere dai coglioni”, realizzo che, oltre al bisogno fisiologico di alleggerirmi dal peso della settimana lavorativa, la mia carica rabbiosa è stata notevolmente corroborata da qualcos’altro, qualcosa che mi regala nuovo astio e carica ad ogni ascolto. Da quando è comparsa sugli stores digitali, la nuova fatica discografica degli HEALTH ha senza dubbio monopolizzato il mio tempo libero: in ogni traccia cerco di captare nuovi suoni, nuovi effetti, nuove sfumature, nella continua esplorazione del perché questo lavoro mi piaccia tanto. Perché, a mio modestissimo e ancora incazzatissimo parere, a ‘sto giro gli HEALTH si sono superati.

Di fresca uscita su Loma Vista, il progetto “DISCO 4” ha richiamato a sé molta attenzione fin dal suo annuncio, forte dei nomi che lo accompagnano e lo costruiscono. Un progetto a suo modo ambizioso, perché si prende la responsabilità di essere omogeneo, nonostante la differenza, in alcuni casi abissale, tra gli artisti che vi hanno preso parte. Assieme ai Nostri, troviamo nomi affini o meno, ambasciatori o portabandiera di generi musicali disparati, criticati o affermati. Dal grindcore a tinte black dei Full Of Hell all’indie pop dei Soccer Mommy, dall’indefinibilità dei XiuXiu alle atmosfere di Brothel, dalla synthwave energica di Perturbator al liquido e mematissimo hyperpop dei 100gecs, sicuramente uno dei nomi più azzeccati, vista la crescente popolarità dei geni Dylan Brady e Laura Les.

HEALTH è un monicker che, fin dall’album di debutto, ci ha abituati all’eterogeneità sonora, alla sperimentazione noise e alla reinvenzione di sé. Jake Duzsik, John Famiglietti e BJ Miller hanno costruito un dado a venti facce, ognuna delle quali si sposa alla perfezione con le altre, costituendo un piccolo lato della personalità della band e cercando di mischiare le carte in tavola per ogni nuovo progetto. Oltre al suddetto brano in collaborazione con i 100gecs (Power Fantasy, dove la manina dei due biondi di St. Louis si sente anche dal piglio un po’ “eurodance”, specialmente nella seconda metà), spicca nella prima metà dell’album l’azzeccatissima Judgement Night con ospite Ghostemane, baluardo della più riuscita commistione tra industrial metal, goth e trap, e che pare l’unica voce sulla scena capace di interpretarla a dovere. Quella con Ghostemane non è l’unica collaborazione rap del progetto perché JPEGMAFIA si fa sentire fortissimo in Hate You, dove con poche barre si prende ancora una volta la scena, mentre la strumentale di Duzsik e soci martella forte, pur durando poco più di un minuto e mezzo.

Potrei parlare specificatamente di ogni singola traccia del disco, di quanto ognuna di essa brilli di luce propria (ricordo anche i singoli, ben nove prima dell’uscita), di quanto gli HEALTH vogliano mostrarci le loro grandissime doti compositive, di adattamento e anche di direzione artistica (Full Of Hell, The Soft Moon e Soccer Mommy nello stesso album? Ma dai…), ma non potrei mai essere abbastanza esaustivo, per non parlare del fatto che magari voi potreste avere anche altro da fare, oltre a leggere i miei sproloqui. Mi fermo qui e invito calorosamente all’ascolto di quello che, secondo le modestissime orecchie di chi scrive, è uno degli album dell’anno.

Voglio però assegnare un premio finale per questo “DISCO4”, quello per le per le lyrics più felici: Cyberpunk 2.0.2.0, opener e unica traccia senza special guests. Di che parla? C’è scritto “2.0.2.0”, vedete un po’ voi…

Ah, alla fine la signora si è davvero tolta dalle palle. Vittoria!

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Gianluca De Rubertis – La Violenza Della Luce https://www.impattosonoro.it/2020/10/23/recensioni/gianluca-de-rubertis-la-violenza-della-luce/ Fri, 23 Oct 2020 14:15:05 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97393 Recensione del disco "La Violenza Della Luce" (Sony Music, 2020) di Gianluca De Rubertis. A cura di Enrico Santi.

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Mia mamma, andavo a scuola, se vedeva che tardavo a staccarmi dall’avvolgente tepore delle lenzuola, piombava in camera mia e, con un colpo secco premeva l’interruttore della luce. La mia cameretta si illuminava come uno stadio mentre la luce mi trafiggeva gli occhi. Questa è stata la prima immagine o ricordo che mi è saltato in mente quando ho letto per la prima volta il titolo dell’album “La violenza della luce”.  

Per quanto la luce nell’immaginario collettivo rappresenti qualcosa di puro, sacro, santo e necessario talvolta può essere di una violenza inimmaginabile. E meno male. Gianluca De Rubertis con il suo ultimo progetto prova a descrivere il fotogramma in cui da un momento di “buio” si passa a un momento di “luce”. Da un momento negativo a uno positivo sbattendo contro la violenta realtà di noi stessi e di quello che siamo.

Al primo ascolto di “La violenza della luce”, si rimane a galla tra la superficie delle melodia e dal modo di cantare di Gianluca. Gli arrangiamenti e le melodie sono, oserei dire, semplici. Che non vuol dire banali sia ben chiaro, piuttosto l’accompagnamento musicale è fatto di pochi strumenti ma usati bene. Ritmi orecchiabili ma che non scadono nel pop insulso che spesso passa per radio. La musica non è la protagonista dei brani ma fa da sfondo alla voce di Gianluca che da cantante si trasforma in narratore facendo si che il suo timbro profondo ci accompagni tra i caratteri della sua scrittura profonda.

Sono i testi i veri protagonisti dell’album. Il primo pezzo si intitola Voi mica io ed è uno di quelli che ho apprezzato maggiormente e in cui possiamo trovare una critica sociale non indifferente verso chi considera l’amore qualcosa di privo di sfaccettature o verso chi si crede originale e unico senza rendersi conto, però, che sta seguendo semplicemente la massa. In tutti i brani ci sono riflessioni sulla nostra società, sulla fatuità del divertimento, sulle nostre scelte e sul destino. Gianluca fa uno sforzo potente e per niente facile nel mettere a nudo se stesso ma anche l’ascoltatore stesso arrivando all’ultima canzone. Dimmi se lo sai chiude il racconto di De Rubertis. Si tratta di un pezzo sempre attuale su domande che ognuno di noi si è sempre posto come, per esempio, come trovare la felicità.

Ascoltando più volte quest’opera si percepisce tutto il lavoro e la passione di Gianluca, tuttavia c’è qualcosa che non convince. Ogni canzone presa singolarmente funziona, ma messe una di seguito all’altra tendono un po’ a stancare. Per quanto i testi siano arguti e viscerali  non bastano a far percepire la violenza della luce. Forse si poteva spingere di più dal lato musicale e creare un perfetto mix di testo e suono. Allora avremmo sentito per davvero la violenza della luce.

In conclusione, “La violenza della luce” è un album dall’anima pop senza fronzoli, con testi profondi, ironici e riflessivi ma a cui manca davvero poco per essere perfetto. Più violenza e meno buio la prossima volta.

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Clipping. – Visions Of Body Being Burned https://www.impattosonoro.it/2020/10/23/recensioni/clipping-visions-of-body-being-burned/ Fri, 23 Oct 2020 07:23:15 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97095 Recensione del disco "Visions Of Body Being Burned" (Sub Pop, 2020) dei Clipping. A cura di Lorenzo Fabbri.

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Sempre più in simbiosi con le dinamiche cinematografiche, i Clipping. rilasciano un vero e proprio sequel dell’eccellente There Existed An Addiction To Blood. Ancora una volta storytelling sistematico, con l’intenzione di affrontare tematiche attuali e spinose, attraverso allegorie thriller/horror. Say The Name, cui è spettato l’importante compito di trailer, lasciava ben sperare: una decisa sterzata in prossimità dell’hip hop più canonico, con la sua perfetta quadratura ritmica e la citazione di un classico dei Geto Boys. La fronte ha però iniziato ad aggrottarsi davanti a 96 Neve Campbell: l’ottimo rhyming delle ospiti Cam & China, intente a dispensare calci nel fondoschiena allo psicopatico di turno, poggia su un’idea inspiegabilmente scarica e banalotta.

La chimica di Snipes e Hutson, in bilico tra avanguardia e clubbing dal giorno zero, mostra il fianco per la prima volta. Da un lato l’inconsistenza degli innesti free jazz, di cui né il sassofono stridente di She Bad, annegato in un’organizzazione dei rumori che inizia a sapere di già sentito, né la partecipazione di musicisti di livello come Jeff Parker e Ted Byrnes, relegati a mero sottofondo, riescono a rendere la forza propulsiva e immaginifica. Dall’altro l’affiorare di una pericolosissima autoindulgenza, tanto che i propositi omicidi di Make Them Dead, sembrano aver fatto ricadere la scelta dell’arma sulla noia.

Lasciato solo a sobbarcarsi l’intera durata di pezzi senza batteria o quasi, anche l’extrabeat di Daveed Diggs pare entrato in una fase calante dato che, come molti guitar hero ci insegnano, lo sfoggio di tecnica privo d’intento comunicativo, non può che scadere nell’onanismo puro. Eppure, qualcosa si muove: Pain Everyday  è un gustosissimo frullato di ambient e breakbeat, dalla joint venture con gli Ho99o9 nasce un pezzo divertente e abrasivo. Peccato per Enlacing chevorrebbe cedere a tentazioni danzerecce, ma non riesce ad essere abbastanza disinibitamente cafona per risultare convincente.

Come spesso accade, la voglia di strafare si è rivelata pessima consigliera e inutile fardello. Primo colpo a vuoto della formazione californiana, a “Visions Of Body Being Burned” non rimane che andare a ingrossare le già interminabili fila, alla voce: “Seguiti di cui avremmo fatto volentieri a meno”.

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Bruce Springsteen – Letter To You https://www.impattosonoro.it/2020/10/23/recensioni/bruce-springsteen-letter-to-you/ Fri, 23 Oct 2020 07:21:54 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97355 Recensione del disco "Letter To You" (Columbia / Sony, 2020) di Bruce Springsteen. A cura di Silvia Cinti.

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Nel mondo esistono due tipi di persone, quelle che amano Bruce Springsteen e quelle che ancora non lo conoscono. Springsteen è un po’ tutto: cantante rock, poeta di strada, intrattenitore, ballerino, attore, frontman, chitarrista eccezionale, interprete straordinario nonché bravissimo compositore di musica rock.

Lo scorso anno è stato pubblicato “Western Stars” (disco di Platino in Italia), il primo album in studio a cinque anni di distanza dal precedente realizzato insieme al suo collaboratore di lunga data Thom Zimny.

Letter To You” esce finalmente il 23 ottobre e contiene dodici tracce: nove brani scritti recentemente dal cantautore statunitense e tre leggendarie composizioni degli anni ’70 finora inedite: Janey Needs A Shooter, If I Was the Priest e Song For Orphans.Letter To You” è un disco classic rock, caratterizzato dall’inconfondibile sound della E Street Band, e registrato nella casa dell’artista 71enne nel New Jersey. “Volevo un suono che fosse solo la band di base: tastiere, chitarre, basso, batteria. Volevo solo il suono grezzo della band.” ha asserito il cantante. Insieme al musicista hanno lavorato a questo progetto Roy Bittan, Nils Lofgren, Patti Scialfa, Garry Tallent, Stevie Van Zandt, Max Weinberg, Charlie Giordano e Jake Clemons. L’album è stato prodotto da Ron Aniello insieme al Boss. Il mixaggio è stato curato da Bob Clearmountain mentre Bob Ludwig si è occupato del mastering.

Amo l’essenza quasi commovente di Letter To You‘”, ha dichiarato Springsteen, “E amo il sound della E Street Band che suona completamente live in studio, in un modo che non avevamo quasi mai fatto prima, senza nessuna sovraincisione. Abbiamo realizzato l’album in soli cinque giorni, e quella che ne è venuta fuori è una delle più belle esperienze di registrazione che io abbia mai vissuto”.

È l’intensa traccia One Minute You’re Here ad aprire le danze. La title track Letter to You (“Tried to summon all that my heart finds true/And send it in my letter to you”) e l’orecchiabile Ghosts che racconta cosa si prova quando si perde qualcuno a causa di una malattia o del tempo sono entrambi ottimi brani. Springsteen ha trascorso la sua lunga carriera a comunicare e creare connessioni attraverso il potere della canzone. Questa è la sua magia.

Burnin’ Train è convincente, ma il cuore pulsa per il pezzo, davvero bello, intitolato Janey Needs A Shooter. Se da una parte il brano Last Man Standing rievoca sentimenti del passato dall’altra spunta la speranzosa House Of A Thousand Guitars (“So we can shake off your troubles my friend/We’ll go where the music never ends”). Il trionfo di questo lavoro è dovuto all’inclusione del trio di canzoni:  Janey Needs A Shooter, If I Was the Priest e Song For Orphans componimenti che furono scritti prima dell’uscita del suo debutto, “Greetings From Asbury Park, NJ” pubblicato nel 1973. In “Letter To You” c’è onestà, crudezza e senso di spiritualità.

La pandemia ha bloccato i concerti e tutti sono tristi per questo, sia i fan che gli artisti. Per chi ha pubblicato un nuovo album è ancora più difficile accettare il fatto di non poterlo presentare al proprio pubblico con un tour. Nel caso del Boss il rammarico è particolarmente grande considerando il fatto che questo disco segna per lui un traguardo importante perché “Letter To You” è la sua ventesima fatica. L’ascolto è emozionante, una celebrazione della musica dal vivo in attesa di essere vissuta di nuovo.

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Narrow Head – 12th House Rock https://www.impattosonoro.it/2020/10/22/recensioni/narrow-head-12th-house-rock/ Thu, 22 Oct 2020 15:39:04 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97189 Recensione del disco "12th House Rock" (Holy Roar Records / Run For Cover Records, 2020) dei Narrow Head. A cura di Luca Cescon.

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E se il grunge non fosse mai morto? Cosa ne sarebbe di tutta quella nostalgia che ci portiamo appresso fin dalla presunta dipartita di questo genere tanto lo-fi quanto punk nel suo essere anti conformista? Forse potremmo far rivivere un certo senso di urgenza psichedelica, di colori ed emozioni ’90s ascoltando ciò che propongono, ad esempio, i texani Narrow Head. Perché proprio questo nome, ancora semi-sconosciuto e fortemente legato a un ambiente sonoro – e culturale  – lontano da quello europeo? La risposta risiede nell’ultima , bellissima fatica discografica del quintetto statunitense, intitolata “12th House Rock”.

In giro ormai dal 2013, anno di uscita della prima release, i Nostri si sono da subito affacciati alla finestra del grunge per guardarsi attorno, scrutando lidi che strizzano l’occhio allo shoegaze e a quella spasmodica ricerca – in questo caso, ripagata – di un sound sfumato e senza eccessivi patemi stilistici. Se già tracce di assoluto rilievo come Necrosis, Cool In Motion e Uncover, contenute nell’imperdibile full lenght “Satisfaction”, avevano lasciato un segno non da poco e lanciato la band ben oltre il livello underground di iniziale competenza, ora “12th House Rock” risponde “presente” alla solita domanda sulla capacità di mantenere uno standard compositivo elevato col passare del tempo.

Se Superheaven, Teenage Wrist, Balance And Composure e Nothing hanno contribuito – o stanno contribuendo – a portare il revival di un certo “stoned grunge” ai piani alti, di fronte alla cattedra di gente come Nirvana, Screeming Trees e Green River, allora i Narrow Head si può dire che abbiano aggiunto una ulteriore ventata di freschezza sonora al tutto.

Uscito per Run For Cover Records e Holy Roar Records, etichetta in rotta di collisione con tutte le band del suo roster a seguito delle accuse di stupro circolate nei confronti del fondatore Alex Fitzpatrick, il nuovo tredici tracce della band di Houston ci colpisce a mano aperta con un riuscitissimo mix di brani più soffusi e altri decisamente tendenti a sonorità hard rock di matrice stoner.

Basti pensare alla parte centrale dell’album, nella quale convivono i due volti dei Narrow Head (Crankcase e Nodding Off), o al menefreghismo clubbistico della title track. Di fatto, una prova di studio fatta di singoli, fatta di canzoni che funzionerebbero benissimo anche da sole, estrapolate dal contesto full lenght (Bulma, Wastrel, Night Tryst).

Con questo album i Narrow Head superano a piè pari gli ostacoli dettati dal mettere insieme solo materiale di livello, cucendo assieme una serie di generi che sembrano lontani anni luce dal nostro presente, ma dei quali la musica di oggi necessita come l’aria.

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