Impatto Sonoro
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Back In Time

Back In Time: AMERICAN HEAD CHARGE – The War Of Art (2001)

Nelle sedici tracce al suo interno l’impellenza creativa di una band pronta a presentarsi al grande pubblico si fonde con una natura incendiaria degna di chi non ha più nulla da perdere: biglietto da visita e canto del cigno allo stesso tempo

Back In Time: SLIPKNOT – Iowa (2001)

Relegati nella branca oceanica del nu-metal, nel loro cuore di sangue, caos e distruzione gli Slipknot hanno sempre avuto una tendenza a cose ben più estreme e “Iowa” ne è la prova più schietta.

Back In Time: PEARL JAM – No Code (1996)

Pearl Jam

Il Grunge non è morto, ma sta cambiando, e “No Code” è il momento di raccoglimento, di silenzio, in cui si ascolta il vento del mondo e si accumulano una grinta e una determinazione più profonda.

Back In Time: QUEENS OF THE STONE AGE – Songs For The Deaf (2002)

Cos’era questo “Songs For The Deaf”? Questo titolo ficcante e un po’ cinico faceva paura, era bello e perfetto per quello che, veloce come il caldo vento dei deserti, per usare un cliché atto alla bisogna, ascoltai uscire dalla mia triste radiolona Sony con lettore CD.

Back In Time: THE JESUS LIZARD – Down (1994)

“Down” è un’esperienza unica, simile a quella che si potrebbe provare a bordo di montagne russe impazzite.

Back In Time: FILTER – Title Of Record (1999)

Un suono fresco, limpido, dinamico e definito che caratterizza ogni singolo minuto del lavoro. Privo di naturalezza? Forse. Ma poco importa: siamo pur sempre in zona industrial. Anzi, è proprio questa leggera patina artificiale a rendere il tutto piacevolmente “novantiano”.

Back In Time: JEFF BUCKLEY – Grace (1994)

Quella di Jeff Buckley era una voce intima e personale, la trasposizione in musica d’un mondo interiore che anzi, cercava in tutti i modi di estraniarsi da quello tangibile.

Back In Time: RANCID – …And Out Come The Wolves (1995)

Rancid

Il mondo è cambiato dall’uscita di “…And Out Comes The Wolves”, ma non i suoi meccanismi di classificazione, esclusione o odio verso i diversi. Che il Punk in definitiva non sia morto, ma abbia soltanto cambiato livello di espressione della sua opposizione al sistema?

Back In Time: NILE – In Their Darkened Shrines (2002)

Oscuri, angoscianti e opprimenti: i cinquantotto minuti di “In Their Darkened Shrines” sono più pesanti del fondoschiena di un ippopotamo della valle del Nilo. Ma è la loro terrificante maestosità ad averli resi immortali.

Back In Time: METALLICA – Ride The Lightning (1984)

Metallica

Per chi ama questa band, ogni nota di questo disco, dopo trentacinque anni, ha un assunto un significato importante, ed è proprio quel significato che motiva e rinforza quella vena di sana nostalgia che lo rende ancora oggi importante e interessante.

Back In Time: FANTOMAS – The Director’s Cut (2001)

Un bel macello di avantgarde-metal, noise sperimentale e schegge di grind-core ed hc destrutturato che si alternano in maniera chirurgica e con una precisione al limite del manicomio. Una sfida folle e ambiziosa, a conti fatti stravinta.

Back In Time: THE DILLINGER ESCAPE PLAN – Miss Machine (2004)

Non c’è un angolo buio in ‘sto disco, non uno, non un momento di rifiato, solo un treno che ha perso totalmente il controllo e che sarà pronto a travolgere e portarsi dietro tutti quanti. O lasciarli indietro, fregandosene alla grande.

Back In Time: CARCASS – Swansong (1996)

Carcass

Pur essendo meno influente dei suoi illustri predecessori, “Swansong”rappresenta la chiusura perfetta dalla parabola evolutiva di una band inarrivabile.

Back In Time: SYSTEM OF A DOWN – System Of A Down (1998)

È proprio così, riuscendo a spaziare dal caos alla melodia, plasmandoli e mixandoli insieme che il progetto SOAD diventava qualcosa di veramente particolare e importante. A partire dal nome della band, passando per la musica e arrivando ai testi, il fattore comune è sempre uno: rivolta e antagonismo verso un sistema malato e corrotto.

Back In Time: KYUSS – Welcome To Sky Valley (1994)

“Welcome To Sky Valley” è l’album la cui ebbrezza porta più vicino all’assoluto, ma solo per qualche attimo poiché “uno sguardo attraverso la porta è sufficiente”. Dispone di una forza primitiva, il cui suono deve far sì che si acceda all’estasi mediante un movimento continuo, come un derviscio rotante, il muro di suono dei Kyuss.

Back In Time: SCREAMING TREES – Dust (1996)

“Dust” fu un album figlio di anni bui, incertezze, disequilibri interni, ma il risultato è uno dei manifesti di un’epoca.

Back In Time: ORCHID – Chaos Is Me (1999)

Orchid

Fu l’inizio di una nuova epoca, per chi studiava, per chi lavorava, per chi suonava. Finalmente era il pensiero e non l’azione il punto focalizzante della ricerca musicale.

Back In Time: DUNGEN – Ta Det Lugnt (2004)

Nungen

Proprio come una foresta incontaminata che siede ai confini di una grande metropoli, i Dungen resistono da quasi due decadi all’urbanizzazione senza scrupoli dell’industria musicale, ergendosi a paladini di un patrimonio musicale tanto sconosciuto quanto influente.

Back In Time: RANCID – Let’s Go (1994)

Rancid

“Let’s Go” è stato una rampa di lancio per la carriera dei Rancid, un disco adrenalinico, pieno di energia e dritto al punto: un uovo che si schiude per liberare l’anima più profonda della band.

Back In Time: BECK – Odelay (1996)

Beck

“Odelay” è un esempio da mettere giù negli annali, negli archivi storici, nel sussidiario illustrato della musica indie rock.