Impatto Sonoro
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Back In Time

Back In Time: CONVERGE – You Fail Me (2004)

Il “punk” è una questione di cuore, e a ricordarlo a tutti negli anni ’00 furono proprio i Converge di “You Fail Me”. Il punto più alto e la fine di un viaggio, che lo vogliate oppure no.

Back In Time: SLAYER – God Hates Us All (2001)

Pur non facendo tabula rasa di quanto prodotto dalla seconda metà degli anni novanta in poi, questo nono lavoro rappresentò per gli Slayer l’apertura di un nuovo capitolo. L’avvio di una fase forse leggermente più matura, segnata da una maggior attenzione sia alle strutture dei brani, sia ai contenuti dei testi. Controversi come al solito, certo, ma decisamente più profondi.

Back In Time: NICKELBACK – Silver Side Up (2001)

I Nickelback non meritano affatto l’odio che gli viene tributato dal giorno in cui hanno fatto la loro comparsa nell’heavy rotation di MTV. I Nickelback hanno talento, non producono pessima musica e non hanno distrutto né il grunge, né tanto meno il post-grunge, che nel 2001 se la passava comunque già abbastanza male. La colpa, o meglio dire il difetto del quartetto, corrisponde esattamente al loro principale pregio: la mediocrità.

Back In Time: INCUBUS – S.C.I.E.N.C.E. (1997)

“S.C.I.E.N.C.E.” spacca il culo quanto basta per rimetterlo su ogni qualvolta vogliate muovervi in maniera convulsa senza pensar troppo. Non è cosa da poco, per un disco così tanto derivativo.

Back In Time: MASTODON – Leviathan (2004)

Chiamateli Ismaele. Come il misterioso narratore di “Moby Dick”, i Mastodon di “Leviathan” abbandonano qualsiasi forma di protagonismo per mettere il loro talento al servizio di una storia. E la storia è proprio quella resa celebre dal romanzo di Herman Melville: la disperata lotta tra un uomo accecato dal desiderio di vendetta e l’enorme balena bianca colpevole di avergli portato via una gamba.

Back In Time: AMERICAN HEAD CHARGE – The War Of Art (2001)

Nelle sedici tracce al suo interno l’impellenza creativa di una band pronta a presentarsi al grande pubblico si fonde con una natura incendiaria degna di chi non ha più nulla da perdere: biglietto da visita e canto del cigno allo stesso tempo

Back In Time: SLIPKNOT – Iowa (2001)

Relegati nella branca oceanica del nu-metal, nel loro cuore di sangue, caos e distruzione gli Slipknot hanno sempre avuto una tendenza a cose ben più estreme e “Iowa” ne è la prova più schietta.

Back In Time: PEARL JAM – No Code (1996)

Pearl Jam

Il Grunge non è morto, ma sta cambiando, e “No Code” è il momento di raccoglimento, di silenzio, in cui si ascolta il vento del mondo e si accumulano una grinta e una determinazione più profonda.

Back In Time: QUEENS OF THE STONE AGE – Songs For The Deaf (2002)

Cos’era questo “Songs For The Deaf”? Questo titolo ficcante e un po’ cinico faceva paura, era bello e perfetto per quello che, veloce come il caldo vento dei deserti, per usare un cliché atto alla bisogna, ascoltai uscire dalla mia triste radiolona Sony con lettore CD.

Back In Time: THE JESUS LIZARD – Down (1994)

“Down” è un’esperienza unica, simile a quella che si potrebbe provare a bordo di montagne russe impazzite.

Back In Time: FILTER – Title Of Record (1999)

Un suono fresco, limpido, dinamico e definito che caratterizza ogni singolo minuto del lavoro. Privo di naturalezza? Forse. Ma poco importa: siamo pur sempre in zona industrial. Anzi, è proprio questa leggera patina artificiale a rendere il tutto piacevolmente “novantiano”.

“Grace”, lo splendido saluto fugace di Jeff Buckley

Jeff Buckley

Quella di Jeff Buckley era una voce intima e personale, la trasposizione in musica d’un mondo interiore che anzi, cercava in tutti i modi di estraniarsi da quello tangibile.

Back In Time: RANCID – …And Out Come The Wolves (1995)

Rancid

Il mondo è cambiato dall’uscita di “…And Out Comes The Wolves”, ma non i suoi meccanismi di classificazione, esclusione o odio verso i diversi. Che il Punk in definitiva non sia morto, ma abbia soltanto cambiato livello di espressione della sua opposizione al sistema?

Back In Time: NILE – In Their Darkened Shrines (2002)

Oscuri, angoscianti e opprimenti: i cinquantotto minuti di “In Their Darkened Shrines” sono più pesanti del fondoschiena di un ippopotamo della valle del Nilo. Ma è la loro terrificante maestosità ad averli resi immortali.

“Ride The Lightning”, la folgore indomabile dei Metallica

Metallica

Per chi ama questa band, ogni nota di questo disco, dopo trentacinque anni, ha un assunto un significato importante, ed è proprio quel significato che motiva e rinforza quella vena di sana nostalgia che lo rende ancora oggi importante e interessante.

“The Director’s Cut” dei Fantomas: ciak, si grida!

Director's Cut

Un bel macello di avantgarde-metal, noise sperimentale e schegge di grind-core ed hc destrutturato che si alternano in maniera chirurgica e con una precisione al limite del manicomio. Una sfida folle e ambiziosa, a conti fatti stravinta.

“Miss Machine”: nessun rimorso, nessun controllo

Non c’è un angolo buio in ‘sto disco, non uno, non un momento di rifiato, solo un treno che ha perso totalmente il controllo e che sarà pronto a travolgere e portarsi dietro tutti quanti. O lasciarli indietro, fregandosene alla grande.

“Swansong”: il cigno che canta l’orrore umano

Carcass

Pur essendo meno influente dei suoi illustri predecessori, “Swansong”rappresenta la chiusura perfetta dalla parabola evolutiva di una band inarrivabile.

“System Of A Down”: tra ribellione, grida e melodie

È proprio così, riuscendo a spaziare dal caos alla melodia, plasmandoli e mixandoli insieme che il progetto SOAD diventava qualcosa di veramente particolare e importante. A partire dal nome della band, passando per la musica e arrivando ai testi, il fattore comune è sempre uno: rivolta e antagonismo verso un sistema malato e corrotto.

“Welcome To Sky Valley”: una tempesta elettrica al termine del mondo

“Welcome To Sky Valley” è l’album la cui ebbrezza porta più vicino all’assoluto, ma solo per qualche attimo poiché “uno sguardo attraverso la porta è sufficiente”. Dispone di una forza primitiva, il cui suono deve far sì che si acceda all’estasi mediante un movimento continuo, come un derviscio rotante, il muro di suono dei Kyuss.