Impatto Sonoro
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Back In Time

“Doolittle”: se l’uomo è cinque e il diavolo è sei, i Pixies sono sette

Si pensi al cinema surrealista di Luis Buñuel e Salvador Dalì menzionato in “Debaser” a confronto delle grandi produzioni hollywoodiane. Quel brivido? È lo stesso che genera l’oggi poco più che trentenne “Doolittle”. Un documento prezioso, quasi religioso, emblematico di creatività ed onestà intellettuale.

“Beneath The Remains”, il futuro primitivo dei Sepultura

Sepultura

Oltre a rappresentare la definitiva maturità espressiva dei giovani di Belo Horizonte, “Beneath the Remains” è un’istantanea pressoché perfetta del periodo di transizione tra il thrash metal e il death metal.

“Mutter”, la grottesca pietra angolare dell’universo dei Rammstein

In “Mutter” è racchiuso tutto ciò che i Rammstein rappresentano: una band che ha creato un connubio portentoso di industrial metal scolpito dallo stridente idioma tedesco, che crea un impatto grottescamente incisivo ed inquietante.

[Back In Time]: SONIC YOUTH – Bad Moon Rising (1985)

Con una stesura da concept album, in “Bad Moon Rising” la Verità è il punto fermo, distante e attento, disperato e spietato.

“King for a Day…Fool For A Lifetime”, urlare per rompere gli schemi

La copertina era una delle più belle che avessi mai visto: kafkiana e perturbante, il punto di vista di un uomo a terra, o forse sdraiato sui sedili della metropolitana e svegliato di soprassalto dall’abbaiare di un cane poliziotto. Da qui il terrore, il sentirsi schiacciati, oppressi dalle regole, scappare via con la coda tra le gambe.

Back In Time: SILVERCHAIR – Frogstomp (1995)

Avere tra le mani “Frogstomp” fu qualcosa di così bello per essere vero che molti, davvero troppi, non vi credettero abbastanza.

Back In Time: DOWN – Down II: A Bustle In Your Hedgerow (2002)

“II” è un album che soffre e trasuda oscenità, il sangue come liquame nero, ispirato da tutto ciò che di negativo può esserci sul tragitto dalla culla alla tomba e serve a liberarsi dal fardello che ci opprime mentre ci muoviamo verso il momento inevitabile.

Back In Time: STATIC-X – Wisconsin Death Trip (1999)

Un trip su cui si abbattono piogge torrenziali di chitarre mutanti e sintetizzatori gelidi che ammaccano l’auto, accompagnate da ritmiche disumanizzate e precise al millimetro su cui svetta l’ugola di Wayne, bestiale transumanza di anime dannate attraverso le corde vocali, prese dal recesso più fetido delle slum di una città cibernetizzata incastrata tra lo Stige e l’Inferno più nero.

Back In Time: dEUS – The Ideal Crash (1999)

dEUS

“The Ideal Crash” è il disco che racconta un epoca. Un album dalla qualità dei pezzi altissima, quello che meglio rispecchia la dimensione della fine degli anni 90, almeno in Europa. Un album che potevi ascoltare in casa, dal vivo, in un club, era sempre adatto, era una musica che ti accompagnava sempre.

Back In Time: CAN – Tago Mago (1971)

A distanza di quasi cinquant’anni dalla sua uscita, continua ad esercitare un fascino magnetico e malsano, come un rituale che si ripete da generazioni e che non smette di incantare.

[Back In Time]: BUTTHOLE SURFERS – Locust Abortion Technician (1987)

Un coacervo insensato di stilemi sconclusionati atrocemente compressi in un’unica soluzione, e il fatto che funzioni è già di per sé un miracolo senza pari.

Back In Time: THE VELVET UNDERGROUND – The Velvet Underground (1969)

Velvet Underground

Uno dei dischi migliori di una delle band più influenti di sempre. Mezzo secolo dopo, “The Velvet Underground” lascia ancora a bocca aperta.

[Back In Time]: AFI – Sing The Sorrow (2003)

Si piazza lì, nei miei momenti scuri, e canta il dolore. Non se ne va, a dimostrazione che tutto fu, tranne che una moda, bensì un modo (forse) di affrancarsi dai machismi di un genere che ormai non riusciva ad essere altro che una macchietta. La fragilità come arma più affilata di qualsiasi muscolo e zanna.

[Back In Time]: SOUNDGARDEN – Superunknown (1994)

“Superunknown” l’abisso che si palesa tutto nuovo e scintillante. Grunge trasceso per l’appunto, se non abbandonato, di sicuro un ricordo ormai lontano. I ragazzi erano diventati uomini, le tragedie si erano accumulate (lungi dal finire), il fondo della natura umana aveva preso forma. Era venuto il momento di passare oltre.

Back In Time: U2 – Pop (1997)

U2

“Pop” è solo un figlio di un momento agitato, come quando guardi il conta chilometri della macchina e stai per raggiungere la cifra tonda e tutto quello che sai lo porti con te e lo metti in quel momento e sei confuso ed eccitato. Dopodiché fine. Sei a zero.

Back In Time: SONIC YOUTH – Confusion Is Sex (1983)

Sonic Youth

Questo non è il lavoro di cui tutti abbiamo memoria, ma è il capolavoro silente, quello che, senza che nessuno se ne accorgesse, ha cambiato le percezioni verso una maggiore apertura sonora e ha liberato qualcosa.

[Back In Time]: EMINEM – The Slim Shady LP (1999)

Era soprattutto questo Eminem agli esordi: un enorme talento narrativo. Talvolta fine a sé stesso, atto solo a intrattenere chi è all’ascolto, spremendo fino all’ultima goccia una vena creativa apparentemente inesauribile. In altri casi in grado di colpire proprio laddove la società americana cela nervi scoperti e facilità all’indignazione.

[Back In Time]: RADIOHEAD – Pablo Honey (1993)

Radiohead

Per molti è stato un esordio sfalsato rispetto alla grandezza che raggiungeranno i Radiohead in seguito ma io non l’ho mai visto in questo modo. Si le sonorità sono molto semplici, classico british rock, ma a ben guardare ci sono cose che di solito nei gruppi di quel genere non si trovano. Del tipo, avevate mai notato che la strofa di “You” è in 23/8? 

[Back In Time]: QUICKSAND – Slip (1993)

Immaginate un albero genealogico della musica popolare. Ingrandite sulla sezione relativa al punk, poi su quella del post-hardcore. Ecco, se fate bene attenzione vedrete un ramo morto, che si separa dal resto e dal quale non emergono germogli o altri rami che si propaghino in altre direzioni. Su quel ramo vedrete inciso il nome Quicksand e il titolo di quest’album.

L’oscura montagna di “Carboniferous”, la luce elettrica degli Zu

Se questi due lustri me li sento sulle spalle ogni giorno, quando metto su il disco capolavoro degli Zu non sembra passato neppure un minuto da quando lo comprai e lo misi nello stereo, pronto a far tremare le pareti di casa mia che tremarono, oh se tremarono. E assieme a loro tremò tutto il mio essere.