ImpattoSonoro – Webzine musicale e culturale indipendente https://www.impattosonoro.it Wed, 28 Oct 2020 09:32:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.2 Première: GUIDO BRUALDI – Estinzione 666 https://www.impattosonoro.it/2020/10/28/speciali/premiere/premiere-guido-brualdi-estinzione-666/ Wed, 28 Oct 2020 09:32:52 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97515 Il disco d'esordio del cantautore e fumettista pesarese esce su MiaCameretta Records.

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ESTINZIONE 666“, il disco d’esordio del cantautore e fumettista pesarese Guido Brualdi è, niente di meno che, un disco sulla fine dell’umanità. Un titolo esagerato e catastrofico nasconde una manciata di canzoni intime e viscerali ispirate da una sincera preoccupazione per lo stato ambientale del nostro pianeta. Questa spirale autodistruttiva universale, e forse inarrestabile, si commistiona con le preoccupazioni e le insicurezze personali di un ventenne qualunque, amplificandole e rendendole a
tratti insostenibili. Una documentazione di un periodo buio nella vita dell’autore che con questo disco esorcizza e sfoga le sue paure.

La voce versatile di Guido, da potenti e puliti acuti stride e muta dentro a reverberi claustrofobici, la chitarra acustica entra in loop vertiginosi e spesso viene distorta senza remore, in un Alt Folk semielettrico che ricorda la libertà di grandi narratori americani come Phil Elverum (Mount Eerie, The Microphones) e Jason Molina (Songs: Ohia).

Cover di “ESTINZIONE666”

L’autore ha scritto e registrato il disco non molto diversamente da come avrebbe scritto e disegnato una storia a fumetti, artigianalmente, cercando di essere il più sincero possibile nella stesura dei testi e delle melodie, registrando in autonomia: soltanto con un microfono, un Mac e una chitarra. Il disco esce accompagnato da una breve storia a fumetti omonima (16 pagine) in cui si racconta la genesi del disco. L’albo spillato stampato in un edizione limitata di 100 copie e acquistabile qui diventa così la copia fisica del disco, in un cortocircuito artistico in cui le due opere si completano vicendevolmente.

ESTINZIONE 666” esce venerdì 30 ottobre su MiaCameretta Records. Ve lo presentiamo di seguito in anteprima assoluta, buon ascolto!

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ADAM JONES (Tool): nuova musica per il corto “The Witness” https://www.impattosonoro.it/2020/10/28/news/adam-jones-tool-nuova-musica-per-il-corto-the-witness/ Wed, 28 Oct 2020 09:00:14 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97511 Musica e cortometraggio sono stati creati per la presentazione della nuova Les Paul Signature del chitarrista dei Tool

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(c) Gibson

Nottetempo Adam Jones e Gibson hanno pubblicato un cortometraggio intitolato “The Witness” in occasione della presentazione della nuova 1979 Les Paul Custom, signature proprio del chitarrista dei Tool.

Sia le immagini che la colonna sonora sono opera di Jones, che per quest’ultima è stato coadiuvato da Danny Carey e Justin Chancellor. Al banco mix Toshi Kasai (Melvins, Zu) e Joe Barresi (Tool, Jesus Lizard, Queens Of The Stone Age).

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Pain Of Salvation – PANTHER https://www.impattosonoro.it/2020/10/27/recensioni/pain-of-salvation-panther/ Tue, 27 Oct 2020 15:02:59 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97142 Recensione del disco "PANTHER" (Inside Out, 2020) dei Pain Of Salvation. A cura di Enrico Ivaldi.

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Ammetto di aver un po’ perso di vista Daniel Gildenlöw e compagni dopo l’uscita di “BE” forse spiazzato da un lavoro che era ben diverso dal capolavoro “Remedy Lane“, ma grazie al ritorno di “In The Passing Light Of Day” del 2017 ho avuto l’opportunità di riprendere parte della discografica che avevo lasciato per strada. A distanza di tre anni i Pain Of Salvation tornano e lo fanno con un disco che spiazza e confonde, per qualità, sperimentazione e libertà artistica.

Affiancato da una formazione stellare, formata da Johan Hallgren alle chitarre (che ritorna su disco dopo quasi 10 anni), e l’ex Meshuggah Gustav Hielm al basso, Daniel dà forma ad un concept sull’essere diversi in un mondo popolato da gente che si ritiene normale. Apparentemente banale ma tremendamente attuale.

Siamo di fronte ad un disco musicalmente complicato, pieno di influenze diverse e spesso diametrali che riescono però a coesistere perfettamente nell’universo concettuale di “PANTHER” (i cui titoli sono volutamente scritti in caratteri maiuscoli) grazie ad una ispirazione ed una efficacia che spesso ricorda a quella dei Radiohead del post “Kid-A“.

É il gruppo inglese infatti il termine di paragone più vicino ai Pain Of Salvation anno 2020, grazie ad un approccio che amalgama il rock alla musica elettronica in parti uguali anche in fase di produzione, dove pesanti arrangiamenti elettronici si abbracciano a batterie che non hanno mai suonato così naturali. Sentite UNFUTURE dove chitarre in slide, pesantezze quasi Meshuggah ed elettronica alla Nine Inch Nails collidono in un brano che fa strappare i capelli per la sua bellezza.

La claustrofobia ritmica di ACCELERATOR e la complessità di un brano come RESTLESS BOY sembrano voler riecheggiare il progressive metal di inizio carriera (seppur in veste moderna), ma è la pseudo ballad WAIT uno dei momenti migliori di “PANTHER” coi suoi sette minuti di tempi dispari ed arrangiamenti elettronici spiazzanti che valorizzano una delicatezza melodica rara.

KEEN TO AN FAULT ci riporta alla mente le atmosfere di “Remedy Lane“, mentre l’interludio FUR anticipa il momento in assoluto più spiazzante del disco, la title track. Sorta di brano dai toni elettro-industrial quasi interamente rappato, PANTHER si evolve, nella seconda parte attorno al delicato ritornello grazie ad un arrangiamento magistrale.

SPECIES si muove tra i Rush, gli Who e atmosfere quasi grunge mentre i tredici minuti di ICON chiudono il disco con un lungo viaggio fatto di tensioni elettroniche “radioheadiane”, claustrofobia metropolitana alternati a momenti quasi Opeth e un solo gilmouriano.

A volte difficile, spesso disorientante, “PANTHER si candida come una delle sorprese più belle di questo 2020 e ci ricorda ancora una volta quanto i Pain Of Salvation siano una band innovativa, ispiratissima e unica nel suo genere.

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BELLE AND SEBASTIAN: a dicembre il live album “What To Look For In Summer” https://www.impattosonoro.it/2020/10/27/news/belle-and-sebastian-a-dicembre-il-live-album-what-to-look-for-in-summer/ Tue, 27 Oct 2020 14:17:49 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97502 Il disco contiene le registrazioni delle performance del tour mondiale del 2019

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(c) Will Byington

Tornano a farsi sentire i Belle And Sebastian e lo fanno annunciando un doppio live album intitolato “What To Look For In Summer” che verrà pubblicato l’11 dicembre su Matador.

Il disco contiene le performance della band scozzese registrate durante il tour mondiale dello scorso anno, comprese le date svoltesi sulla nave da crociera “Boaty Weekender”.

Di seguito trovate il video di The Boy With The Arab Strap assieme a copertina e tracklist completa.

The Song of The Clyde £ >

Dirty Dream Number Two *

Step Into My Office, Baby *

We Were Beautiful +

Seeing Other People %

If She Wants Me @

Beyond The Sunrise &

Wrapped Up In Books +

Little Lou, Ugly Jack, Prophet John $

Nice Day For A Sulk (digital only) #

I Can See Your Future *

Funny Little Frog ^

The Fox In The Snow+

If You’re Feeling Sinister*

My Wandering Days Are Over*

The Wrong Girl #

Stay Loose%

The Boy Done Wrong Again #

Poor Boy%

Dog On Wheels%

The Boy With The Arab Strap+

I Didn’t See It Coming+

Belle And Sebastian #

£ recorded Banchory Studios, Glasgow, August 6th, 2020 (digital version)

> recorded by Kenneth McKellar (vinyl + CD versions)

* The Boaty Weekender, August 10th, 2019

+ Royal Oak Theatre, Michigan, July 21st, 2019

% Union Transfer, Philadelphia, PA, July 12th, 2019

# House Of Blues, Boston, MA, July 13th, 2019

^ M-Telus, Montreal, QC, July 15th, 2019

@ Carnegie Hall – Pittsburgh, PA, July 18th, 2019

& House Of Blues, Cleveland, OH, July 19th, 2019

$ Auditoria Baluarte, Pamplona, Barcelona, November 4th, 2019

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JOHN CARPENTER: a febbraio il nuovo album “Lost Themes III” https://www.impattosonoro.it/2020/10/27/news/john-carpenter-a-febbraio-il-nuovo-album-lost-themes-iii/ Tue, 27 Oct 2020 14:14:48 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97501 Disponibile in anteprima lo streaming del nuovo singolo "Weeping Ghost".

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Photo: Sophie Gransard

Tornato lo scorso luglio con i due inediti Skeleton e Unclean Spirit, John Carpenter ha annunciato la pubblicazione del nuovo album “Lost Themes III“, in uscita il prossimo 5 febbraio su Sacred Bones Records.

Per il maestro dell’horror, che torna a 4 anni di distanza dal precedente “Lost Themes II“, si tratta del primo album di brani inediti, non composti per film o serie Tv. Di seguito trovate lo streaming del nuovo singolo Wheeping Ghost, buon ascolto!

Queste invece tracklist e copertina di “Lost Themes III“:

01. Alive After Death
02. Weeping Ghost
03. Dripping Blood
04. Dead Eyes
05. Vampire’s Touch
06. Cemetery
07. Skeleton
08. Turning the Bones
09. The Dead Walk
10. Carpathian Darkness

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ZEN CIRCUS: a novembre il nuovo album “L’ultima casa accogliente” https://www.impattosonoro.it/2020/10/26/news/zen-circus-a-novembre-il-nuovo-album-lultima-casa-accogliente/ Mon, 26 Oct 2020 13:40:46 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97472 La band toscana torna a 2 anni di distanza dal precedente "Il fuoco in una stanza".

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Photo: Ilaria Magliocchetti Lombi

Gli Zen Circus hanno annunciato la pubblicazione del nuovo album “L’ultima casa accogliente“, in uscita il prossimo 13 novembre. Il disco arriva a due anni di distanza dal precedente “Il fuoco in una stanza” (qui la nostra recensione). A questo indirizzo è possibile effettuare il pre-order.

Ad anticipare la release del disco il singolo Appesi alla luna, di cui nelle scorse settimane è stato pubblicato il videoclip in anteprima che trovate di seguito.

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Regrowth – Lungs https://www.impattosonoro.it/2020/10/26/recensioni/regrowth-lungs/ Mon, 26 Oct 2020 13:02:01 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97449 Recensione del disco "Lungs" (Goldmine Records / Nothing Left Records / Fresh Outbreak Records / Home Mort / Fast'n'Loud Records, 2020) dei Regrowth. A cura di Luca Cescon.

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Si avvicina la fine dell’anno, un insieme di mesi vissuti in una condizione di incertezza tale da far passare anche la musica in secondo piano, la musica intesa come cuffie, dischi, cd e puntine. Ma soprattutto la musica vissuta come insieme di individui, amici e compagni di piccole e grandi avventure riuniti sotto lo stesso tetto, a condividere lo stesso sudore e la stessa passione per un qualcosa che permetta di travalicare le consuetudini della quotidianità. Far uscire un album, in tempi come questi, è uno schiaffo a tutte le sfortune, una prova di forza, resistenza attiva nei confronti di un mondo che sembra andare in direzione opposta rispetto a come vorremmo.

Lungs” dei cagliaritani Regrowth ha, in questo senso, il doppio merito di essere rilasciato a settembre di questo annus horribilis, ma soprattutto di rappresentare una svolta sonora per l’hardcore nostrano. Che la Sardegna sia ormai da tempo una realtà con la “r” maiuscola, dalla quale prendere ispirazione e da approcciare anche con una certa reverenza per quanto di ottimo fatto vedere – e sentire – in termini qualitativi, non è più una novità. Contesto prolifico, dunque, all’interno del quale questo primo full lenght firmato Regrowth rischia di divenire pietra miliare per un futuro tutto da scrivere, ma sicuramente per gran parte in mano a una nuova generazione che guarda con rispetto alla old school, calando però le sue carte migliori quando si tratta di prendere ispirazione dagli ultimi dieci anni di hardcore e musica heavy in generale.

Dodici tracce che sposano i sound di band come Counterparts, Misery Signals, Set Sights e Conveyer, riunendo sotto un’unica bandiera tecnicismi di altissimo livello (guardare l’età media dei componenti della band per apprezzarne ancora di più le gesta) e ritornelli emotivamente travolgenti che portano indietro le lancette a quando gli Heart In Hand erano uno dei nomi più apprezzati del panorama melodic hardcore mondiale. Brani come Behind Me, We Never Give Up, Knife, la title track Lungs e lo splendido singolo Surfacing dimostrano la capacità dei Regrowth di mettere in fila una serie di canzoni tranquillamente alterabili nel loro ordine, tanta è l’intensità veicolata e la resa finale che l’ascoltatore si trova di fronte.

Impreziosito da featuring di spessore, gentilmente offerti da membri di band cardine della scena made in Italy come Moderntears’, Dawnbringer, Riflesso e My Own Prison, “Lungs” spiazza per bellezza, per approccio a ciò che il melodic hardcore è: un sound peculiare nel suo trasmettere un qualcosa di personale, una storia, un messaggio o semplicemente la rabbia verso i mali che attanagliano il nostro Io. 


Andiamo ora in esclusiva dietro le quinte della produzione di “Lungs” con il documentario “lo-fi” prodotto da Nubifilm Studio e diretto da Claudio Spanu. Un viaggio attraverso immagini e riprese live che non vuole limitarsi a descrivere la band in quanto tale, ma che mira a dipingere un quadro di amicizia, passione e freschezza sonora che può essere parte di un nuovo Rinascimento della scena hardcore italiana.

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JESU: il video del nuovo brano “Alone” https://www.impattosonoro.it/2020/10/26/news/jesu-il-video-del-nuovo-brano-alone/ Mon, 26 Oct 2020 12:41:46 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97466 Secondo estratto dal nuovo album "Terminus" in uscita a novembre

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Il mese scorso Justin K. Broadrick ha annunciato il ritorno dei suoi Jesu con tanto di nuovo album, atteso per il 13 novembre (qui la nostra news completa).

Dopo il singolo apripista When I Was Small arriva il secondo estratto intitolato Alone. Voi lo trovate di seguito alla news con tanto di video.

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HEALTH – DISCO 4 :: PART I https://www.impattosonoro.it/2020/10/26/recensioni/health-disco-4-part-i/ Mon, 26 Oct 2020 10:00:00 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97457 Recensione del disco "DISCO 4 :: PART I" (Loma Vista, 2020) degli HEALTH. A cura di Matteo Giovazzini.

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Mentre scrivo, mi trovo su un treno per Torino. Seduti sui sedili di fianco al mio, una signora sulla cinquantina e un signore parlano di politica a voce piuttosto alta e, fin dal momento in cui sono arrivati, ho già capito che mi sarei incazzato. Tra sproloqui stile “non ordino da *inserire servizio di delivery* perché sono tutti sporchi e poi ti toccano con quelle mani” e massime come “Non come la sinistra di una volta, quelli sì che si battevano per qualcosa”, mi sto scervellando per trovare una giusta intro per la recensione di questo album.

Ecco fatto: all’ennesima e avvilente cazzata, con “DISCO 4” in un orecchio e sana rogna in tutto il resto del corpo, mi ergo a paladino della sinistra italiana e vomito sulla signora tutta la matassa nera di irragionevolezza e di frustrazione culturale che ho nell’animo.

Dopo il nostro civilissimo dibattito condito da qualche “testa di cazzo” e “adesso si può cortesemente togliere dai coglioni”, realizzo che, oltre al bisogno fisiologico di alleggerirmi dal peso della settimana lavorativa, la mia carica rabbiosa è stata notevolmente corroborata da qualcos’altro, qualcosa che mi regala nuovo astio e carica ad ogni ascolto. Da quando è comparsa sugli stores digitali, la nuova fatica discografica degli HEALTH ha senza dubbio monopolizzato il mio tempo libero: in ogni traccia cerco di captare nuovi suoni, nuovi effetti, nuove sfumature, nella continua esplorazione del perché questo lavoro mi piaccia tanto. Perché, a mio modestissimo e ancora incazzatissimo parere, a ‘sto giro gli HEALTH si sono superati.

Di fresca uscita su Loma Vista, il progetto “DISCO 4” ha richiamato a sé molta attenzione fin dal suo annuncio, forte dei nomi che lo accompagnano e lo costruiscono. Un progetto a suo modo ambizioso, perché si prende la responsabilità di essere omogeneo, nonostante la differenza, in alcuni casi abissale, tra gli artisti che vi hanno preso parte. Assieme ai Nostri, troviamo nomi affini o meno, ambasciatori o portabandiera di generi musicali disparati, criticati o affermati. Dal grindcore a tinte black dei Full Of Hell all’indie pop dei Soccer Mommy, dall’indefinibilità dei XiuXiu alle atmosfere di Brothel, dalla synthwave energica di Perturbator al liquido e mematissimo hyperpop dei 100gecs, sicuramente uno dei nomi più azzeccati, vista la crescente popolarità dei geni Dylan Brady e Laura Les.

HEALTH è un monicker che, fin dall’album di debutto, ci ha abituati all’eterogeneità sonora, alla sperimentazione noise e alla reinvenzione di sé. Jake Duzsik, John Famiglietti e BJ Miller hanno costruito un dado a venti facce, ognuna delle quali si sposa alla perfezione con le altre, costituendo un piccolo lato della personalità della band e cercando di mischiare le carte in tavola per ogni nuovo progetto. Oltre al suddetto brano in collaborazione con i 100gecs (Power Fantasy, dove la manina dei due biondi di St. Louis si sente anche dal piglio un po’ “eurodance”, specialmente nella seconda metà), spicca nella prima metà dell’album l’azzeccatissima Judgement Night con ospite Ghostemane, baluardo della più riuscita commistione tra industrial metal, goth e trap, e che pare l’unica voce sulla scena capace di interpretarla a dovere. Quella con Ghostemane non è l’unica collaborazione rap del progetto perché JPEGMAFIA si fa sentire fortissimo in Hate You, dove con poche barre si prende ancora una volta la scena, mentre la strumentale di Duzsik e soci martella forte, pur durando poco più di un minuto e mezzo.

Potrei parlare specificatamente di ogni singola traccia del disco, di quanto ognuna di essa brilli di luce propria (ricordo anche i singoli, ben nove prima dell’uscita), di quanto gli HEALTH vogliano mostrarci le loro grandissime doti compositive, di adattamento e anche di direzione artistica (Full Of Hell, The Soft Moon e Soccer Mommy nello stesso album? Ma dai…), ma non potrei mai essere abbastanza esaustivo, per non parlare del fatto che magari voi potreste avere anche altro da fare, oltre a leggere i miei sproloqui. Mi fermo qui e invito calorosamente all’ascolto di quello che, secondo le modestissime orecchie di chi scrive, è uno degli album dell’anno.

Voglio però assegnare un premio finale per questo “DISCO4”, quello per le per le lyrics più felici: Cyberpunk 2.0.2.0, opener e unica traccia senza special guests. Di che parla? C’è scritto “2.0.2.0”, vedete un po’ voi…

Ah, alla fine la signora si è davvero tolta dalle palle. Vittoria!

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“At Action Park”, gli Shellac e l’alienazione digitale degli anni Novanta https://www.impattosonoro.it/2020/10/24/speciali/back-in-time/at-action-park-gli-shellac-e-lalienazione-digitale-degli-anni-novanta/ Sat, 24 Oct 2020 08:37:27 +0000 https://www.impattosonoro.it/?p=97373 Steve Albini è un terremoto, lo è sempre stato. È una fucina interminabile di energia ed "At Action Park" è il prodotto degli ultimi venti/trent’anni che più riesce ad offrirne.

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Non potrei quantificare la stima ed il rispetto che provo per Steve Albini. Non c’è singola persona che più di lui abbia incarnato un’ideale, uno stile musicale e non solo. Nessuno come lui ha inteso la musica come mezzo “ricreativo”, oltre che artistico ed espiatorio. Aveva qualcosa da dire e lo ha fatto, nella maniera più pura (ed originale) possibile. Steve Albini è probabilmente l’artista che più di tutti è riuscito a dare un imprinting alle sue produzioni, prendendo un genere viscerale come l’hardcore-punk e aggiungergli tre livelli in più di alienazione: Big Black, Rapeman e Shellac (che poi ognuno di loro, ne aggiunge altri). Il terzo livello rappresenta la punta di diamante della produzione di Albini che dopo due progetti uno diverso dall’altro, con album dello stesso diverso dagli altri, è riuscito nuovamente a dare il suo significato di alienazione. Per quanto il mio cuore batta per i Rapeman, la caratura degli Shellac non può rendere questi ultimi il capitolo più incredibile della produzione Albiniana.

Vi posso garantire che è un’affermazione davvero forte per me, perché la regola del chiudi gli occhi e scegli rimane la più importante, ma appena li apro penso quanto sia incredibile il fatto che Albini sia riuscito a dare un nuovo messaggio e piazzare l’alienazione negli anni ‘90. A differenza dei precedenti progetti non ci sono (solo) sfuriate ossessive dotati di un’intensità che pochi possono invidiare, paradossalmente c’è una precisione che pensare potesse essere inserita in un contesto hardcore, sembrava impossibile. Eppure con gli Shellac ci è riuscito, mantenendo intatta la famosa visceralità con l’aggiunta di un sound stavolta asettico, quadrato, mathematico.

Pensare poi che “At Action Park” è il primo album del nuovo progetto, nemmeno il tempo dei convenevoli che ci troviamo un calcio nelle gengive. Sapete, magari appena si avvia un nuovo gruppo si cerca di trovare la propria dimensione, sound e via dicendo, oppure come nel caso di Albini di proseguire quello che già si era iniziato. Una sorta di continuità c’era tra Big Black e Rapeman, non poteva ripresentarsi di nuovo. Ma di cosa stiamo parlando, continuità, riflessioni, Albini sicuramente non avrà pensato a tutto questo, semplicemente preso una chitarra del cazzo e buttato giù, magari si dedicava alle riflessioni per il suo lavoro da ingegnere del suono. E pensare che dopo quindici anni di lavoro tra musicista e produttore sia riuscito nuovamente a sconvolgere, è un qualcosa appunto, sconvolgente.

Che poi lo sfondo di “At Action Park” sembra richiamare quella che effettivamente sarà l’alienazione del nostro secolo: fredda, matematica, digitale. Con Big Black e Rapeman ci si perdeva in un mondo indefinito, qui fin troppo bene sappiamo qual è e nonostante questo non riusciamo a trovarci anzi, il disagio sembra sia cresciuto. I riff hardcore noise sono sempre stati ossessivi e monotoni, solo che si perdevano nel miasma di distorsioni; in “At Action Park” altrettanto, con la “leggera” differenza che di perdersi non ne vogliono proprio sapere.

Steve Albini è un terremoto, lo è sempre stato. È una fucina interminabile di energia ed “At Action Park” è il prodotto degli ultimi venti/trent’anni che più riesce ad offrirne.

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