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Beyoncé – Renaissance

Non che senta il bisogno di giustificarmi, ma c’è un motivo se ho chiesto di occuparmi dell’ultimo disco di Beyoncé: provo una particolare attrazione verso il talento naturale di certe vocalist. E’ questo il motivo per cui mi capita di soffermarmi su cose tipo Adele, Miley Cyrus, Rihanna e appunto, Beyoncè, per rimanere in ambito femminile. Che potrete dir loro quel che volete, ma non potrete negare che cantano, tutte, “da dio”. E alla fine, non penso che la tanto celebrata Amy Winehouse, avesse molto di più delle summenzionate.

Ora, chiamateli, “guilty pleasures”, oppure gettate già alla decima riga queste recensione nel vostro personale cestino dell’immondizia, ma rimanendo aperti a tutto ciò che può suscitare emozione, possono scoprirsi delle gemme. Tale fu “LEMONADE” (2016). Quando uscì, vivevo negli States e mi suonava dappertutto. Alcuni pezzi mi colpirono particolarmente in palestra, lanciati dal mio istruttore gay che non faceva che declamare, tra un addominale e un cardio, le lodi di una Beyoncé, che io sembravo essere l’unico in tutta la palestra che ne aveva fino ad allora ignorato l’esistenza. Ma quel senso del ritmo nel cantare, quella teatralità nello scandire le parole, non poterono non fare breccia su di me.

Mentre il precedente disco si tormentava per 45 minuti sulle corna ricevute dal famoso marito, mettendo in piazza una vicenda molto privata, di cui, almeno a me, non può fregare di meno, “RENAISSANCE” sembra avere un programma un po’ più vasto: “con tutto l’isolamento e l’ingiustizia dello scorso anno, credo che siamo tutti pronti alla fuga, al viaggio, all’amore e alle risate di nuovo. Sento un rinascimento che emerge”. E già questa suona come la dichiarazione d’intenti più prevedibile che nell’anno 2022 un artista possa elaborare.

Purtroppo tale prevedibilità informa un po’ tutta l’opera. Beyoncé e la sua squadra di notissimi e solidissimi produttori (ma che senso hanno 20 produttori per 16 tracce?) giocano sul sicuro. E mentre la critica internazionale acclama la “celebrazione della dance music” e “l’umore gioioso” delle tracce, noi non possiamo che lasciarci annoiare da una sensazione mortale di “già sentito” tutte le volte che i nostri ormoni ci hanno portato, in stato di eccitazione, sulle piste di una discoteca da qualche parte nel mondo. Certo, un brivido lungo la spina dorsale potrebbe anche attraversarci mentre la sua voce graffia le “r” e stira le vocali sul single di punta BREAK MY SOUL: le abilità canore sono quelle e rimangono da extraterrestre, degne di Aretha Franklin o Nina Simone. Ma manca completamente quella capacità favolosa di sintesi tra rock ledzeppeliniano, blues, country, r&b, e hip-hop alternativo che contraddistingueva la precedente opera. E tutto il dramma delle corna alla fine a qualcosa serviva, se portava a qualche riflessione sempre utile su femminismo e cultura afro-americane. Una utilità che evidentemente rimane, per ora, un episodio isolato nella carriera di Beyoncé.