Nevermen – Nevermen
Dopo l’indigesto ritorno (almeno per me, a giudicare dal buonismo nei confronti dei big intoccabili che aleggia in giro) dei Faith No More pensavo che il percorso artistico di Patton fosse ad una battuta d’arresto. A smentirmi arriva il progetto Nevermen condiviso con Tunde Adebimpe dei TV On The Radio e Doseone, ugola ruvida di […]
Dopo l’indigesto ritorno (almeno per me, a giudicare dal buonismo nei confronti dei big intoccabili che aleggia in giro) dei Faith No More pensavo che il percorso artistico di Patton fosse ad una battuta d’arresto. A smentirmi arriva il progetto Nevermen condiviso con Tunde Adebimpe dei TV On The Radio e Doseone, ugola ruvida di casa Anticon. Insomma tre pezzi da novanta su un solo disco, dunque il rischio che in un simile marasma possa venir fuori la proverbiale “cagata pazzesca” è dietro l’angolo ma i Nostri si dimostrano all’altezza di poter aggirare questo ostacolo. L’altro rischio è quello di finir per ricalcare i passi fatti da Mike nel suo progetto Peeping Tom, ma anche in questo caso ci è andata bene, i richiami ci sono, ma sono solo “echoes of the past”.
Sia chiaro sin da subito: “Nevermen” è un disco tutt’altro che easy listening, pesante nella misura in cui può esserlo un disco pop d’autore. Suoni straripanti, ora grassi, ora ridotti all’osso, classe da vendere, hip-hop snaturato e ricollocato dove dovrebbe stare nel 2016, un pizzico di crossoverismo beastieboysiano (di quello maturo ed intellettuale) ed il gioco è fatto. Ma è più facile a dirsi che ad ascoltarsi, fidatevi. I tre non si pestano mai i piedi costruendo una coabitazione perfetta: il rhymin’ feroce che si tramuta in indie-soul nero pece della opener “Dark Ear” che da peso alla presenza di Tunde, l’assurda happiness indie-pop-punk di “Wrong Animal Right Trap”, manco fossero i primi Weezer a cena con una versione alt-country dei TV On The Radio, lo stomp almost-gangsta di “Treat Em Right” e l’incedere notturno e nineties di “Tough Towns” (con un Doseone che rimarca l’idea di essere il Tom Waits della rima) danno la misura di un’altissima capacità di commistione tra pensieri e linguaggi totalmente diversi tra di loro. Lo zampone di Patton non tarda ad arrivare e le suddette “echoes of the past” fanno capolino in “Shellshot”, vera e propria cannonata peepingtomiana con più consapevolezza che divertissement, mentre la blackness di “Mr. Mistake” spiazza e concupisce coi suoi passaggi sbarazzini da electro di peso (c’è l’ombra dei Battles qui) ad acustica sollazzante. Da leccarsi i baffi l’alternarsi al mic su “Non-Babylon”, a dimostrare che la lezione rap non solo è roba loro (altro che i nostrani buffoncelli che scoprono oggi l’esistenza dei The Roots) ma che metterla in pratica è un gioco da ragazzi. Menzione particolare per la conclusiva “Fame II The Wreckoning”, vero e proprio tocco di classe soulful/noise.
Niente trippa per i gattoni nostalgici di un Patton passato, tanta invece ne troveranno gli amanti di quanto futuribile si possa trovare oggi nel linguaggio hip-hop, un po’ come lo intendevano i precursori negli ’80 e gli innovatori dei ’90. Un universo fatto di galassie pop che si scontrano fino a incontrarsi in Nevermen. Kings.




