Stefano Meli – No Human Dream
Recensione del disco “No Human Dream” (ViceVersa / Seltz, 2017) di Stefano Meli. A cura di Vittoria Beatrice Giovine.
Originario di Ragusa, classe 1973, il chitarrista Stefano Meli –dopo una collaborazione di successo con i La Casbah e con i Caruana Mundi- giunge quest’anno alla pubblicazione del suo sesto album solista: “No Human Dream“.
Si tratta di una realizzazione in cui la matrice folk e blues è la vera protagonista del sound. È il suono pieno delle chitarre, una Silverstone Kay del 1959 e una Harmony Stella del 1960, a riempire quei silenzi evocati dagli spazi naturali creati nell’immaginario dell’ascoltatore.
Storie di elementi naturali, di strade polverose e solitarie, di alberi e pioggia, raccolte in 10 tracce strumentali registrate senza l’utilizzo del computer, esclusivamente con un vecchio mixer, presso il Little Lost Cat Recording, portate a compimento al Phantasma Studio Recording e infine prodotte via Viceversa Records/Seltz Recordz.
Nel suo lavoro, Stefano Meli, oltre a suonare chitarra acustica (classica ed elettrificata), chitarra elettrica, dobro, basso elettrico, armonica, stomp e charango, ha collaborato con numerosi artisti tra cui Carlo Natoli (basso e mixer), Sergio Occhipinti (basso e spoken words –tratte da Le Terre Desolate di T.S. Eliot- nella titletrack), Sebastiano Cataudo (batteria) e Anna Galba (violino).
Insomma, stiamo parlando di un insieme eccezionale di strumenti che si intrecciano, compongono un percorso ben delineato, basato sulla consapevolezza e sul ritrovamento di se stessi attraverso i suoni e i silenzi di ambienti sconfinati.




