Lee Ranaldo – Electric Trim

Recensione del disco “Electric Trim” (Mute Records, 2017) di Lee Ranaldo. A cura di Fabio Gallato.

Una delle poche certezze della dimensione oltre-Sonic Youth è la carriera solista di Lee Ranaldo. Mentre i compagni di una vita si sono spesso incagliati nel riproporre gira e rigira quanto già fatto nella band, il songwriting di Ranaldo è invece sempre riuscito ad incarnare più anime, risultando il più tipico ed il più personale. Anzi, negli anni appena successivi alla separazione, nel 2011, con Thurston Moore e Kim Gordon impegnati in una sorta di stucchevole lotta musicale per dimostrare chi avesse dato (e preso) di più alla causa della gioventù sonica, sono stati proprio i lavori del chitarrista di Glenn Cove la più piacevole e rassicurante cura post-traumatica.

Electric Trim” è il dodicesimo album solista per Lee Ranaldo, il terzo dal 2011 e segna un significativo punto di svolta rispetto a “Between the Times and the Tides” (2012) e “Last Night on Earth” (2013), lavori compatti figli di una idea musicale solida che forgiava power pop d’autore a partire da una miscela di alternative rock e cantautorato da cui era bandita ogni traccia di fastidiosa autoreferenzialità.

Nel nuovo capitolo – in cui formalmente manca la firma dei The Dust, ma che vede accreditati come ospiti i soliti Steve Shelley e Alan Licht oltre che Nels Cline – l’ex Sonic Youth forza la mano sugli elementi più cantautorali ed inserisce tratti folk e psichedelici in un disco fondamentalmente on the road. Registrato tra New York e Barcellona Electric Trim” è un continuo zigzagare tra sonorità, generi e atmosfere diverse, nell’apparente ricerca di una dimora che possa ospitare un animo così complesso e ricco delle esperienze artistiche più svariate e significative.

È una missione difficile, sulla carta quasi impossibile: e infatti il disco risente spesso della mancanza di quella coesione e linearità (negli ovvi limiti dell’approccio sempre e comunque sperimentale di Ranaldo) che caratterizzava le uscite precedenti. Così come le impronte degli pneumatici nella foto di copertina non sembrano seguire una direzione precisa, i 9 brani di “Electric Trim” seguono traiettorie sempre diverse, sia tra di loro che al loro interno, e finiscono alle volte per sbandare ed incartarsi.

Ci sono in verità pezzi molto belli, come Circular (Right As Rain), che nel suo rivisitare la tradizione kraut in chiave alt-pop è a conti fatti il brano più riuscito e rotondo dell’ensemble; o ancora la title-track, infuocato punto di coesione tra il pop sixties e gli stessi Sonic Youth, l’iniziale Moroccan Mountains, gustosa psichedelia dal carattere tanto animista e sciamanico quanto rumoroso e sperimentale, o infine la bella chiusura iconica di New Thing.

Di contrasto però, rimangono anche diversi momenti a fuoco lento o perfino totalmente fuori fuoco: i beat elettronici di Let’s Start Again, ad interrompere un fino a quel momento innocuo plauso ai R.E.M., il duetto mal sfruttato con Sharon Van Etten (quasi una corista) nel folk soffice e onirico di Last Looks, da dimenticare totalmente se non fosse per la straniante e coinvolgente cavalcata finale, la retorica alternative di Purloined e gli afflati new-wave fuori contesto di Uncle Skeleton.

Non un passo a vuoto completo, ma nemmeno un lavoro indimenticabile questo “Electric Trim”, che ha perlomeno il merito di mostrare ancora una volta la sensibilità artistica, totale e irrinunciabile, di Lee Ranaldo.

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