Dreamcar – Dreamcar

Recensione del disco “Dreamcar” (Columbia, 2017) dei Dreamcar. A cura di Lorenzo Fabbri.

Tra gli exploit musicali passati inosservati – almeno su suolo italico – del 2017 appena trascorso vale la pena soffermarsi un attimo sui Dreamcar. Innanzitutto perché hanno fatto un bel disco, in secondo luogo perché sono pur sempre una super band. Rispettivamente a batteria, basso e chitarra troviamo infatti Adrian Young, Tony Kanal e Tom Dumont. E se i loro nomi di per sé non vi dicono nulla è assai più facile lo faccia quello della loro band di provenienza ossia i No Doubt. Messa momentaneamente (?) da parte Gwen Stefani a farsi carico dell’onere ed onore di frontman si presta Davey Havok degli AFI, altri grandi sopravvissuti al tritacarne di MTV degli anni zero.

L’album eponimo del quartetto rinuncia in partenza a qualunque rimando alle band di origine, tuffandosi di testa in un torrente di stili ed influenze legati agli anni ’80 ovvero i vari Simple Minds, Talking Heads, Tears For Fears e altri che bene o male tutti conosciamo almeno di fama e che qui sono stati riascoltati e rielaborati con estrema attenzione e buon gusto. Tributo, divertissement, operazione nostalgica, usate l’etichetta che più vi aggrada sta di fatto che, oltre a dimostrare profonda conoscenza della materia trattata, i Dreamcar manifestano il lodevole intento di attualizzarla e renderla appetibile per l’ascoltatore odierno in primis eliminandone alcuni aspetti eccessivi e pacchiani.

Sebbene il ricorso all’elettronica non venga affatto disdegnato viene operato in maniera molto sobria e misurata. Le fondamenta dei brani poggiano soprattutto sul modo assolutamente efficace in cui i tre strumenti si incastrano tra loro. Della decade a cui si ispira la band riprende non solo la scrittura di brani semplici e di sicuro impatto ma soprattutto un gusto per la melodia lieve ed immediata. Le performance canore di Havok in questo senso si dimostrano molto versatili e ben congegnate. La produzione, curata in ogni minimo dettaglio da Tim Pagnotta che col pop e la dance dell’ultimo decennio ha molto a che spartire, chiude il cerchio. Il risultato sono dodici canzoni leggere e piacevoli.

Se il singolo Kill For Candy, il cui ritornello ultra catchy è accompagnato dal più scontato dei cori di sottofondo, non lascia assolutamente evincere chi ci sia al microfono tanto il cambio di registro è netto, così non è per la più rockeggiante Born to Lie in cui al “nuovo” timbro viene affiancato quello che i fan degli AFI ben conoscono. Lo spettro della band di Simon Le Bon aleggia pesantemente sulle reminiscenze disco di On the Charts, mentre è agli Wham! del compianto George Michael che sembra guardare All of the Dead Girls. Debitrice della lezione della triade Gore/Gahan/Fletcher risulta invece la più scura – per quanto in un lavoro del genere tale termine vada preso con le pinze – Ever Lonely. E’ invece ai Cure che si fa il verso in Slip on the Moon.

Come già detto: tanta, tanta melodia, ritmo in abbondanza, synth quanto basta e giusto una spruzzatina di rock che non fa mai male. Ingredienti usati fino all’esasperazione e che qualcuno potrebbe legittimamente ritenere abbiano decisamente fatto il proprio tempo ma indubbiamente dosati e miscelati dalla mano di un cuoco molto in gamba, il quale, invece di avventurarsi negli impervi territori della nouvelle cuisine, appronta per i propri commensali il più classico e invitante dei piatti. Col non trascurabile merito di allontanarsi parecchio dalla cucina a cui ci aveva abituato, senza mostrare lacune o cedimenti significativi.

Un album che di certo non cambierà l’assetto dell’attuale panorama musicale. Ma in tutta onestà: quale tra quelli usciti nel 2017, sarebbe stato veramente in grado di farlo? Nell’epoca dei file cestinati un quarto d’ora dopo il download riuscire a realizzare un prodotto che scorre piacevolmente dall’inizio alla fine e si lascia riascoltare volentieri è già un traguardo da non sottovalutare. Per quel che mi riguarda: progetto promosso a pieni voti.

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