Dungen & Woods – MythS003
Recensione del disco “MythS003” (Mexican Summer, 2018) di Dungen & Woods. A cura di Riccardo Gorone.
Le uscite della Mexican Summer incorporano molte realtà (si affacciano su altre succursali alternative come la Software Records, abbracciano dal folk all’elettronica e non si fanno mancare nulla in quanto a stile) e questa che ci apprestiamo a presentare, ne è l’esempio lampante. Dall’edizione 2018 del festival organizzato dall’etichetta, il Marfa Myths, ne viene fuori un documento di buon gusto per il cross over con sette nuovi pezzi registrati da Dungen e dai pionieri del post-folk Woods.
La collaborazione delle due band, che poi ha dei trascorsi nel tour che hanno condiviso nel 2009, si è ulteriormente stretta e la familiarità reciproca è stata concretizzata maggiormente in questa uscita. Ecco, questa uscita trova davvero un incrocio culturale che i membri delle due band non possono evitare: l’unione con la psichedelia, una psichedelia composta che come un ponte sorvola sopra i generi (dall’ambient all’avant-lounge di Marfa Sunset fino all’energica Saint George) che si amalgamano in una piacevole mistura seventies. Turn Around è l’episodio più pop dell’intero capitolo, mentre Morning Myth sa di popolare, una parodia di rebetiko, un western sotto luce saturata, come la parentesi para-orientale (a livello di suono) di Jag Ville Va Kvar in cui chitarre, stratificazioni di amplificatore, fiati e percussioni non scandiscono tanto l’avanzare del pezzo, quanto piuttosto una struttura vista dall’alto, piena di dettagli in cui i piatti giocano un ruolo forte.
Tra Can, Steve Moore e GalaDrop, lo sposalizio è più che riuscito. “Myths003” comunica piacere, estasi solare, riposo, rinascita, alba e tramonto. Quando un genere si definisce il problema è sempre quello di praticarlo, di metterlo in relazione ad altri, farlo proprio senza diventare un artigiano/emissario/porta bandiera, ma un lupo solitario che riesca ad ululare alla sua luna che lo ispira. Ecco a voi questi splendidi esemplari di lupi a più colori. Non c’entra l’anacronismo, non c’entra il genere, c’è che in compagnia si fa così e basta!




