Heads – Collider
Recensione del disco “Collider” (This Charming Man, 2018) degli Heads. A cura di Giovanni Mastrapasqua.
Collider” è il classico disco che paragonerei ad un diesel, cresce ascolto dopo ascolto. Gli autori di questo lavoro sono gli Heads, gruppo tedesco con base a Berlino, quasi sconosciuto in Italia purtroppo, totalmente dedito ad un noise-rock fortemente “newyorkese” con qualche rimando vagamente shoegaze, genere che sembrerebbe stia tornando prepotentemente in auge nell’ultimo periodo.
“Collider” è una scoperta interessante, a tratti ha quel mood dark romantico come lo intenderebbero i Cure, ed una volta ascoltato lascia “felicemente inquieti”; il sound del trio teutonico è caratterizzato in maniera marcata da chitarre semi sospese con tanto di feedback vari, imprescindibili se si fa noise, da una voce in alcuni casi “scazzata” che mi ricorda un po’ a volte il timbro di Thurston Moore dei Sonic Youth – band dalla quale tra l’altro i nostri traggono probabilmente ispirazione – ed infine ma non per ultimo da quell’atmosfera decadente perennemente di fondo allo svolgimento dell’intero lavoro.
I brani che compongono “Collider” quindi sono tutti tesi, la chitarra è una lama che si conficca nel cervello dell’ascoltatore ed il basso è spesso martellante e distorto; Mannequin ne è un esempio lampante, sostenuta da una solida sezione ritmica che svolge per davvero il suo compito in maniera magistrale. L’influenza di un’altra band fondamentale per il noise, gli Unsane, è invece evidente in un brano come Smile anche dal punto di vista della struttura: in questo caso il suono si fa più pieno, facendo emergere prepotentemente sonorità sludge.
Nota di merito per l’ottima produzione affidata a Magnus Lindberg dei Cult of Luna che ha fatto uno splendido lavoro in regia rendendo il suono degli Heads davvero efficace, minimale ma assolutamente perfetto nella sua semplicità e in cui chitarra, voce, basso e batteria hanno davvero un equilibrio che definirei perfetto, e ciò lo si nota soprattutto in pezzi come le intense Wolves at The Door, Samsa o nella conclusiva “post-noise-rock” Youth, che vede l’aggiunta di un sax nella parte conclusiva e che risulta essere davvero un valore aggiunto.
Non c’è molto da aggiungere, se non che è davvero un piacere ascoltare dischi di tale fattura, magari non immediati o che necessitano una maggior attenzione e più ascolti, ma se il risultato è questo, credo che non sia uno sforzo esagerato e che ne valga assolutamente la pena.




