Sevendust – All I See Is War
Recensione del disco “All I See Is War” (Rise Records, 2018) dei Sevendust. A cura di Giuseppe Loris Ienco.
Ventiquattro anni di carriera, dodici album all’attivo e qualche milione di copie vendute in tutto il mondo. Pur senza mai riuscirsi davvero a godere le luci della ribalta come alcuni loro colleghi più blasonati, i Sevendust possono vantare un curriculum di assoluto rispetto. Aggiungeteci la soddisfazione di essere una tra le poche band superstiti dell’ondata alt/nu metal di inizio millennio e comprenderete il motivo per il quale Lajon Witherspoon e soci si sono voluti regalare un anno e mezzo di meritata pausa prima di mettersi al lavoro sul nuovo “All I See Is War”.
Stando alle loro parole, in soli otto mesi di pre-produzione sono riusciti ad accumulare un numero impressionante di tracce: tra le cinquanta e le sessanta, ridotte poi a dodici (quattordici per l’edizione deluxe) dopo un’attenta selezione condotta insieme al produttore Michael “Elvis” Baskette (già con Alter Bridge, Trivium, Escape The Fate e Chevelle). I fasti di “Home” e “Seasons” sono un ricordo lontano, ma i Sevendust versione 2018 sembrano avere ancora qualche freccia al loro arco.
“All I See Is War” è un album maturo, ben arrangiato e curato in ogni minimo dettaglio. Dalle ritmiche spaccaossa di Dirty e Risen ai bei chitarroni cafoni di Medicated e The Truth (probabilmente l’episodio più pesante in scaletta), i fan della prima ora troveranno senza tanti problemi pane per i loro denti. Che nessuno si aspetti però il proverbiale compitino dai Sevendust, che ci hanno sempre abituati a tante sorprese.
Peccato solo non siano tutte sorprese gradite. I quasi cinquanta minuti di “All I See Is War” traboccano di sintetizzatori, melodie di facile presa e atmosfere epiche che purtroppo privano di mordente l’album, rendendolo un po’ monotono e a tratti addirittura fiacco. Brani smaccatamente pop come Not Original e Descend (che pure ha un bel riff vagamente alla Deftones) ricordano le sonorità stucchevoli e insopportabilmente drammatiche degli Evanescence; non proprio un ottimo segno, considerando anche il fatto che si tratta di musica invecchiata abbastanza male.
Le cose vanno molto meglio quando i Sevendust ci mettono un pizzico in più di idee e personalità. In Life Deceives You e Moments le due anime della band di Atlanta si sposano alla perfezione: la dolcezza dei tappeti di piano e synth si unisce all’aggressività delle chitarre di John Connolly e Clint Lowery, con la pazzesca voce dalle tinte soul di Witherspoon a spargere qua e là ritornelli memorabili e virtuosismi di ogni sorta.




