Thomas Fehlmann – Los Lagos

Recensione del disco “Los Lagos” (Kompakt, 2018) di Thomas Fehlmann. A cura di Riccardo Gorone.

Otto anni possono essere tanti, possono sembrare un’infinità, soprattutto se si considera quanta ne passa, di acqua sotto ai ponti, e di come ci sono cose che possono rimanere ad altre no. Ecco, otto anni fa usciva “Gute Luft“, capolavoro indiscusso di Thomas Fehlmann, un caleidoscopio di IDM, dub, elegantemente strutturato e con un groove innato. Ora, quel linguaggio così innovativo e magistralmente presentato, vuole essere il viatico per la techno, secondo volere di Fehlmann. E per techno intende “decostruire e ricostruire nuovamente. Preparare un’area di tensione che si perde nel flusso del groove”.

E così, per citare prodotti culturali nostrani, Fehlmann ha deciso di andare dove lo porta il cuore, senza ristrettezze di genere. E viene ripresa quella lezione che comincia dagli Orb, per passare dalla maestria di Moritz Von Oswald, la complessità di Max Loderbauer (che per altro appare in questo ultimo disco) e che si ripropone in questo Los Lagos (che sì, vuol dire i laghi, ma vuol dire anche “wassup”, il nostro “com’è?”) che è stato frutto di un lungo e faticoso lavoro. “E’ un processo complesso la ricerca e la distruzione per tirare fuori la bellezza cercando di espandere il mio vocabolario”. Cercando elementi di sorpresa ma al contempo trascinanti e disturbanti, il Nostro compositore mitteleuropeo lavora all’espansione del suo linguaggio elettronico che spazia dalla techno (Window) all’acid/dub (morrislouis), al matematismo tech/house di Tempelhof, al minimalismo in chiave flugeliana di Freiluft.

Insomma, questo “Los Lagos” è una lezione ancora non conclusa, prima di tutto per se stesso. Chiaramente quella coerenza granitica di suono che si è riscontrata in “Gute Luft“, non può essere trovata in “Los Lagos“, ma in questo ultimo lavoro si trovano davvero molti elementi, che possono essere croce e delizia dello stesso. Una grande varietà, può essere anche dispersione, ma non si perde nulla, poiché è tutto nel flusso di riferimenti. La fluidità di “Gute Luft“, nuovamente, non può essere battuta e non possiamo nemmeno pensare di non riferirci continuamente a quel disco, capostipite di un genere, di una miscellanea di generi, di una visione “europea” della musica elettronica che ha saputo genialmente far affiorare tutti elementi “cliché” e ricombinarli ogni volta.

Los Lagos” combina continuamente elementi che continuano a stupirci e ad ipnotizzarci. Ecco, l’occasione è stata presa al volo. Chissà, dovremo aspettare ancora molto per un suo lavoro solista? E che linguaggio vorrà mai utilizzare per le prossime composizioni?

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