The Babe Rainbow – Double Rainbow
Recensione del disco “Double Rainbow” (Flightless Records, 2018) dei The Babe Rainbow. A cura di Alessandro Piccin.
“Pink is the new black”
Così Angus “The Hothouse Flower” Dowling (voce, batteria), Jack “ Cool Breeze” Crowther (chitarra) e Lu-Lu-Felix “Blue Spirit” Domingo (basso) cantano in Cool Cat Vibe. E non riesco a pensare a dichiarazione più adatta per descrivere lo spirito di questo giovane trio di Byron Bay.
In questa ridente località del nord Australia i Nostri trascorrono la loro esistenza tra utopia e realtà, alimentando la mai doma fiamma della controcultura anni Sessanta e promuovendo ideali di autosostenenimento e comunione con la natura. Un collettivo di “modern hippies”, per capirci meglio. Difatti – nonostante si descrivano come una “Monky Disco” band (vedi debutto omonimo per 30th Century Records, 2017) – i The Babe Rainbow appartengono ad una nicchia di band revival dall’attitudine decisamente più retrò, che nuota in un pastiche citazionistico di flower-pop, trippy-psichedelia e surf-rock (allo stesso modo di levitation room, Mystic Braves, Allah Las o dei King Gizzard & The Lizard Wizard di Paper Mâché Dream Balloon).
Prodotto da Stu Mackenzie (King Gizzard & The Lizard Wizard) in veste di talent-scout ed edito da Flightless Records, “Double Rainbow” ci prima ipnotizza con fluttuanti incantesimi synth (The Magician) per poi svilupparsi intorno a riverberate notturne (Supermoon, Cool Cat Vibe) e divagazioni di beatlesiana e barrettiana memoria (Gladly, Darby And Joan, Eureka, New Attitude). Tutto ciò visto attraverso gli occhi di Kevin Ayers e scandito da parentesi strumentali (Alan Chadwick’s Garden, 2nd Of April) e meravigliose ballate al chiaro di luna (Bella Luna, Running Back). Che sia mezza o piena, poi, poco importa (vedi copertina).
“Double Rainbow” ci regala la possibilità – anche se solo per una quarantina di minuti – di appoggiare la testa, chiudere gli occhi e sognare Woodstock. Una buonanotte a colpi di sitar e un’imperdibile occasione per riavvicinarsi al mondo dei fiori: “Come closer wherever you are / we’re not living on Earth”.




